In Italia lo smaltimento dei rifiuti è un vero e proprio business. Il mercato illegale che si nasconde dietro al ciclo dei rifiuti vale miliardi di euro, in aumento ogni anno. A trainare questa crescita di proventi illeciti non è solo la Campania. Nel mirino, oggi, è la Lombardia, la “terra dei fuochi” del Nord. Negli ultimi mesi sono, infatti, molte le imprese di stoccaggio e deposito rifiuti che hanno preso fuoco. L’ultima, in ordine cronologico, è quella di via Radizzone a Mariano Comense (CO), in fiamme la notte dello scorso sabato 3 febbraio. Le indagini, in corso per accertare l’origine del rogo, non escludono il dolo.

Nel 2017, sono state avvolte nel fumo, invece, le imprese di stoccaggio di rifiuti speciali nelle provincie di Brescia, Milano e Pavia. La prima a bruciare, l’anno scorso, è stata la Special rifiuti s.r.l. a Calcinato (BS). Il deposito di rifiuti prende fuoco il 16 marzo del 2017. Neanche ventiquattro ore dopo, è la volta della discarica di Faeco s.r.l., ora Green up, a Bedizzole (BS). La stessa discarica brucerà anche il 24 maggio e il 30 maggio dello stesso anno. 

Non è da meno la provincia di Pavia. Il 6 settembre del 2017 va a fuoco la ditta di smaltimento rifiuti Eredi Bertè a Mortara. Pochi giorni fa, il 3 gennaio, a bruciare, invece, è il deposito di stoccaggio a Corteolona.

Da record, tuttavia, resta la provincia di Milano: secondo i dati elaborati dal comando provinciale dei vigili del fuoco sono, infatti, ben 185 gli incendi nel 2017 legati allo smaltimento di rifiuti. Due, in particolare, gli incendi che hanno fatto discutere: quello divampato nell’impresa di stoccaggio e recupero rifiuti non pericolosi a Bruzzano (MI) il 24 luglio 2017 e quello a Cinisello Balsamo (MI) il 2 ottobre 2017, entrambe gestite dalla Carlucci s.r.l.. Le autorità competenti hanno rilevato che gli impianti risultavano privi di un certificato di prevenzione incendi (CPI) costringendo, pertanto, la società a sospendere immediatamente qualsiasi attività connessa alla ricezione, stoccaggio, smaltimento e recupero rifiuti. Dubbie restano anche le modalità con le quali è stato appiccato l’incendio: i vigili del fuoco giunti sul luogo hanno, infatti, trovato il portone dell’impianto spalancato, formulando l’ipotesi che l’incendio sia stato voluto dagli stessi gestori.

Ma cosa si nasconde dietro questi incendi? Secondo quanto emerge dalla relazione del gennaio scorso della Commissione parlamentare d’inchiesta sui reati ambientali, le ipotesi che spiegano il fenomeno sono tante. Dalla fragilità degli impianti (spesso non dotati di sistemi adeguati di sorveglianza e controllo) ai rari controlli sulla gestione che portano a situazioni di sovraccarico degli impianti e quindi ad un alto pericolo di incendi. Infine, c’è la pista dolosa: la possibilità di sovraccarico di rifiuti dà luogo, infatti, ad incendi dolosi “liberatori”.

«Le imprese tendono ad abbassare i costi affidandosi a chi gestisce il ciclo dei rifiuti in modo illegale. E bruciare i rifiuti è il modo più economico e veloce per smaltirli», dice Sergio Cannavò.  «Ogni azienda produce rifiuti speciali e il loro smaltimento è affidato alle imprese di stoccaggio. Tutto questo però ha un costo – spiega l’avvocato Sergio Cannavò, responsabile del centro di azione giuridica di Lega Ambiente Lombardia -. Le imprese, dunque, tendono ad abbassare i costi affidandosi a chi gestisce il ciclo dei rifiuti in modo illegale. E bruciare i rifiuti è il modo più economico e veloce per smaltirli». Non solo, il rischio di essere scoperti è quasi nullo: i rifiuti, infatti, non transitano dalle dogane e sono facilmente nascondibili lontani dai centri abitati. «Inoltre, qualora venisse scoperto questo mercato illegale, vengono avviati procedimenti penali a carico di ignoti che poi, nella maggior parte dei casi, cadono in prescrizione», aggiunge l’avvocato.

L’aumento degli incendi al Nord conferma l’inversione del flusso dei rifiuti rispetto a storiche emergenze che hanno in passato colpito le regioni meridionali. Ciò è direttamente proporzionale ad un’elevata concentrazione degli impianti di recupero e smaltimento rifiuti in Lombardia, spiegata semplicemente dal fatto che qui, rispetto alle altre regioni d’Italia, è maggiore la presenza di impianti industriali. Tuttavia, se al Sud questo fenomeno è da attribuire quasi unicamente alla criminalità organizzata, al Nord, questo crimine, di matrice economica, non riguarda unicamente gruppi criminali. Roberto Pennisi: «In Lombardia sono coinvolte soprattutto le imprese legali più che i mafiosi. Forse è questo il vero problema: è molto più difficile indagare sulle imprese legali, che su quelle illegali». «Anzi, in Lombardia sono coinvolte soprattutto le imprese legali, più che i mafiosi. Forse è questo il vero problema: è molto più difficile indagare sulle imprese legali, che su quelle illegali», precisa Roberto Pennisi, procuratore della Direzione Nazionale Antimafia responsabile dei reati legati all’ecomafia. «Per le imprese il vero profitto deriva dal risparmio che ottengono nello smaltire direttamente i loro rifiuti in modo illegale, piuttosto che ricorrere ad imprese di stoccaggio legali. Eppure, per evitare qualsiasi tipo di rischio ambientale, basterebbe adempiere le normative in vigore». Una di queste è il testo unico ambientale (Dlgs 152/2006) che punisce a un massimo di sei anni di reclusione chi appicca il fuoco a rifiuti abbandonati, ovvero depositati in maniera incontrollata. Ad oggi, però, né questa normativa né i controlli sul territorio sono sufficienti per mettere un freno al reato di combustione illecita di rifiuti. Intanto, le discariche della Lombardia continuano a bruciare.