I cristiani d’Oriente «non desiderano un’escalation militare, non ne sentono alcun bisogno». Al contrario, il Paese è «alla ricerca di un governo stabile, rappresentativo e in grado di far rispettare principi uguali per tutti». Questa è l’opinione del cardinale Fernando Filoni, ex nunzio apostolico a Baghdad dal 2001 al 2006 – unico ambasciatore, tra quelli occidentali, a non abbandonare la capitale colpita dai bombardamenti statunitensi – ed ex inviato speciale del Papa in Iraq durante i massacri delle minoranze religiose ad opera dell’Isis nel 2014.

Interrogato su come la  chiesa caldea abbia assistito al recente acuirsi delle tensioni internazionali tra Stati Uniti e Iran e su quali siano stati i sentimenti, le speranze, i pensieri e le paure prevalenti nei fedeli e nel clero locale di fronte alla possibilità di un nuovo intervento armato occidentale nell’area, Sua Eminenza ha puntualizzato:«Nell’arena politica irachena si vorrebbe instaurare la legge islamica, mentre altri chiedono leggi fondate sul diritto internazionale e sull’osservanza della dichiarazione universale dei diritti umani e religiosi».

Due visioni, una religiosa e l’altra laica, che sembrano destinate alla contrapposizione. In un contesto così turbolento, le comunità cristiane – una realtà piccola, ormai, formata da poche migliaia di persone – «guardano con apprensione agli eventi e si aspettano maggiore saggezza da parte internazionale».Dopo la caduta del regime di Saddam Hussein, l’apertura di ampi spazi di libertà suscitò legittime attese di cambiamento in molti iracheni, ma ciò non coincise con la costruzione effettiva di un edificio democratico solido e autonomo– un’aspirazione in nome della quale grandi moltitudini di giovani sono ancora disposte a scendere in piazza, come è avvenuto di recente. A questo proposito, il porporato sottolinea come il Patriarcato caldeo abbia sempre fatto la sua parte, richiamando tutti ad attenersi ai valori di uguaglianza e reciproco rispetto.

Le sue parole, però, lasciano intendere che fino a quando etnie e confessioni religiose useranno l’esercizio della cosa pubblica come proseguimento degli interessi di parte sarà difficile avvicinare, anche di poco, democrazia formale e sostanziale. Uno scenario senza regole, quindi, in cui la violenza finisce per prosperare, a danno dei cittadini non soltanto di fede islamica.Massiccio è stato, infatti, l’esodo dei cristiani dalla terra del Tigri e dell’Eufrate: se nel 2003 se ne contavano circa 800mila, nel 2019 la cifra sembra scesa a 250mila, ancora stanziati in luoghi dove la loro presenza vanta radici secolari. Le persecuzioni più recenti sono solo le ultime patite in ordine di tempo: i cristiani in quelle zone soffrono almeno da cento anni, da quando, con la caduta dell’impero ottomano, si mise in opera il genocidio degli armeni e di altre minoranze cristiane», precisa il  cardinale.

Le tensioni internazionali, poi – guerre, dittature, il conflitto tra Iran e Iraq, l’embargo dell’Onu, le missioni Desert Storm (1991) e Iraqi Freedom (2003) –, non hanno fatto altro che accentuare il fenomeno, tratteggiando i contorni di una lunga fuga a tappe verso i Paesi limitrofi (Siria, Turchia, Giordania, Libano ed Egitto) oppure verso mete più lontane (Stati Uniti, Canada, Australia e Europa).L’auspicio per il futuro è quello di «una pace che sia il presupposto di convivenza, progresso e benessere per tutti». E sull’eventualità che, come successo in altre circostanze, i buoni uffici vaticani si attivino per mediare tra sciiti, sunniti e curdi al fine di ristabilire un clima di serena convivenza e di sviluppo delle istituzioni rappresentative, la risposta dell’alto prelato è quella di chi, pur sperando, non nutre illusioni a riguardo:«La Santa Sede è sempre disponibile, ma si muove solo se invitata dai contendenti, i quali però rispondono anche ad altre logiche. Potenze con un’influenza maggiore della nostra hanno già provato a calmare le acque, senza riuscirci. E il papa stesso ha più volte esortato ad abbassare i toni e ad agire secondo ragionevolezza». Vasto programma, almeno per ora.