Lewis Hamilton è l’uomo più in vista della Formula Uno moderna nonché il suo assoluto dominatore. Rispetto ai colleghi, colui che viene soprannominato il “Re nero”, non vive solo di corse: ha una grande passione per la moda, lo si vede alle sfilate e si parla ormai da anni di un suo prossimo esordio nel mondo della musica, dove ha molti amici famosi e forse qualche intrallazzo amoroso. L’inglese è anche uno dei pochi piloti a prendere posizione su temi importanti come il razzismo ed è stato lui a convincere la squadra per cui corre ad adottare una livrea nera per questa stagione. Possibile che un uomo così esposto mediatamente non parli con i giornalisti al di fuori delle gare, una volta smessa la sua tuta marchiata Mercedes? “È la Formula Uno di oggi, bellezza” ci potrebbe dire, parafrasando Orson Wells uno dei nomi più familiari per gli appassionati di motorsport italiani, Pino Allievi.

Come fa giustamente notare Pino, giornalista sportivo di lunghissimo corso, oggi Hamilton quando ha da dire qualcosa non ha bisogno più di un giornalista che gli dia voce:se vuole mandare un messaggio anti-razzista lo fa attraverso i social e al cronista non resta che registrare la cosa e, se ne ha il coraggio e la poca onestà deontologica, farla passare per una dichiarazione rilasciata a lui. Pino Allievi giura di averlo visto fare più di una volta.

Questo accade però nel caso specifico di Lewis Hamilton, l’unico che abbia la voglia e la possibilità (essendo con la sua auto l’attrazione maggiore del Circus) di uscire dallo spartito e dire qualcosa che esuli dal commento standardizzato sulla sua prestazione o sulla tenuta delle gomme della sua monoposto. La nuova generazione di protagonisti della Formula Uno è di fatto costretta a non seguirne l’esempio, rinunciando a esprimere un’opinione forte, perché quest’ultima potrebbe scontentare i membri del team o gli sponsor i quali, spesso più o meno direttamente, permettono a macchina e pilota di gareggiare.Pino Allievi ha vissuto a lungo l’aria dei paddock ed ha  incontrato  tutti i protagonisti degli ultimi decenni di gare.

Negli anni, ha visto scomparire progressivamente la spontaneità dalle dichiarazioni e dagli atteggiamenti degli sportivi e ha capito forse proprio dal campione più “freddo” e algido che sia esistito a chi vada imputato l’inizio di questo cambiamento: “Mi raccontò Michael Schumacher che, all’inizio della sua carriera, quando correva con i ‘prototipi’ per la Mercedes, gli venivano date vere e proprie lezioni su come risultare più finto e artificiale davanti ai giornalisti. Erano i primi passi di un percorso di transizione che ci hanno portati ad avere oggi delle risposte standardizzate da ogni pilota o ogni ingranaggio importante del mondo della Formula Uno”. In questo contesto, Hamilton emerge nonostante tutto e lo avrebbero fatto anche tanti grandi suoi colleghi ma si tratta  sempre di eccezioni alla regola: “Personaggi come Nicky Lauda, Clay Regazzoni o Ayrton Senna avrebbero comunque il sopravvento sul sistema e non rinuncerebbero a dire la loro senza filtri. Oggi però in pista ci sono soprattutto ragazzini indottrinati con attenzione per evitare qualunque rischio di immagine del carrozzone”, fa notare Pino.

Il mondo della Formula Uno visto dal grande cronista Pino Allievi che commenta: “Una volta potevi parlare con i campioni, adesso ti limiti a registrare i loro tweet

Non è comunque un fenomeno che si può rintracciare unicamente nel mondo delle corse:Allievi ha passato una vita alla Gazzetta dello Sport e ricorda ancora perfettamente quando un celebre giornalista come Maurizio Mosca poteva chiamare personalmente alle quattro del mattino campioni come Gianni Rivera. Lo faceva perché sapeva che questi gli avrebbero risposto (anche se probabilmente non con comprensibile entusiasmo): “Una volta con gli sportivi in generale potevi parlarci. Oggi devi passare da mille intermediari, ci sono gli addetti stampa e alla fine ne risenti”.

Non che prima le persone con cui confrontarsi per arrivare al fuoriclasse non esistessero ma tutto si risolveva in fretta, anche grazie all’aggancio giusto e alla disponibilità dello sportivo.Esiste una famosa prima pagina della “Rosea” con un’intervista a Diego Armando Maradona firmata da Allievi che venne registrata nella sala d’aspetto del dentista del Pibe de Oro. Il giornalista aveva avuto la “soffiata” da un amico che si curava i denti dallo stesso specialista di Maradona: Diego sarebbe stato lì e ad Allievi bastò raggiungere un dentista di Buenos Aires per poter parlare per alcune ore con il calciatore più forte del mondo. Il mito di Maradona nasce d’altronde proprio da momenti così: non si fa fatica a immaginalo ancora oggi mentre fa passare avanti altri pazienti in attesa pur di finire una conversazione cui tiene.

Va detto che anche in quell’occasione, prima di arrivare al lieto fine, il cronista dovette comunque passare attraverso diversi misunderstanding con l’entourage e la famiglia di Maradona. Si trattava però di errori fatti in buona fede:se Allievi si ritrovò steso su una Ford Falcon con le pistole puntate davanti alla villa del campione era  solo perché il padre del Pelusa (uno dei tanti soprannomi di Diego) non era stato informato dall’agente che curava gli interessi del figlio  della visita di un giornalista italiano, in Argentina per un Gran Premio. Come detto, si trattava di infortuni del mestiere di cronista che col tempo sono diventati aneddotica e che comunque nascevano da incomprensioni comuni in tempi in cui rintracciare qualcuno era maggiormente difficile.Oggi siamo arrivati al paradosso di avere molti più strumenti per metterci in contatto persino con le personalità più influenti del pantheon sportivo ma, quando ci riusciamo, spesso la conversazione gira attorno a cliché e parole vuote. Parlare è più facile, conversare è invece diventato estremamente complicato, anche con i propri idoli.