L’Egitto ha deciso: oltre il 90% dei votanti ha detto sì alle nuove leggi scritte dai militari, con un afflusso alle urne intorno al 42%, indice di un largo consenso, anche se non plebiscitario, intorno all’attuale esecutivo. Con l’appoggio alla riforma promossa dal governo egiziano, i cittadini hanno anche dato il via a quello che si preannuncia essere un nuovo, lungo ciclo sotto il comando dei militari e del comandante Abdel Fatah al-Sisi. Si conclude così la breve parabola della democrazia, almeno nell’atto del voto, nel Paese delle piramidi, durata solo un anno e iniziata con l’elezione democratica del destituito ex presidente Mohamed Morsi, dopo il golpe militare dello scorso luglio. Sbarrando il “si”, l’Egitto ha scelto il suo nuovo faraone.

LIMITI ALLA LEGGE ISLAMICA. La nuova Costituzione si caratterizza per un impianto più laico rispetto alla precedente, approvata nel 2012 sotto il mandato presidenziale di Mohamed Morsi. Pur mantenendo l’articolo 2, che indica nella Sharia, la legge islamica, le fondamenta del sistema legislativo egiziano, scompare l’enunciazione di quei “principi” che ne davano una rigida interpretazione. La libertà di culto è definita “assoluta”, laddove la Carta del 2012 garantiva la pratica religiosa e la costruzione di edifici di culto solamente ai “credenti di religioni divine” (islam, cristianesimo ed ebraismo). Sono adottate misure a tutela delle donne, anche in termini di rappresentanza politica, e vengono introdotte norme garantiste in materia di giustizia.

POTERE ALL’ESERCITO. Ma le novità più importanti riguardano i provvedimenti di natura politica. Oltre al comandante Al-Sisi, il vero vincitore dopo il referendum costituzionale è senza dubbio l’esercito. Le nuove leggi, infatti, conferiscono ai militari il diritto di veto sulla nomina del Ministro della Difesa, che è anche il Comandante in capo dell’esercito, per i prossimi otto anni, lasciando di fatto i militari al di fuori di qualsiasi forma di sorveglianza. La nuova Costituzione mantiene il diritto dei tribunali militari a processare i civili e afferma che il bilancio dell’esercito non può essere oggetto di controllo da parte delle istituzioni. Questo secondo aspetto è indicativo del grande potere mantenuto e aumentato nelle mani dei militari, visto che l’esercito egiziano rappresenta una delle più grandi potenze economiche del Paese. Negli anni ’50, infatti, è stato deciso che le fabbriche militari dovessero avere anche un settore dedito alla produzione civile. Da allora, l’esercito è diventato tra i più importanti produttori di una varietà eterogenea di prodotti: dai generi alimentari alle automobili, dal cemento alla benzina, passando per le saponette. Il risultato è che, oggi, le fabbriche militari muovono tra il 10 e il 15% del Pil egiziano.

SCONFITTI I FRATELLI MUSULMANI. La Carta proibisce la creazione di partiti politici di dichiarata ispirazione religiosa, una norma chiaramente volta a mantenere fuori legge il partito Libertà e Giustizia, espressione politica dei Fratelli Musulmani in Egitto. Da quando i militari hanno deposto l’ex Presidente Mohamad Morsi, lo scorso luglio, il suo partito è finito nel mirino dell’esercito. Dopo mesi di proteste di piazza, arresti e scontri in cui hanno perso la vita più di 1000 persone, il 25 dicembre i Fratelli Musulmani sono stati dichiarati fuori legge in quanto “organizzazione terrorista”. Una misura estrema, poiché il movimento continua a rappresentare una larga fetta della società egiziana, la stessa che nei giorni scorsi non si è recata alle urne in segno di boicottaggio, ma anche un modo per tagliare le gambe agli estremisti del Sinai, che nel movimento vedevano una sorta di referente politico. Da sempre un territorio poco integrato nello Stato, dopo la primavera egiziana è diventato rifugio di gruppi terroristici che reclutano militanti soprattutto presso la popolazione beduina, e da luglio ha visto un’escalation di violenza contro l’esercito e la polizia. Nella penisola operano svariate formazioni fra cui spicca Ansar Bayt al-Maqdis, che ha ricevuto la “benedizione” di Ayman al-Zawahiri, successore di Osama Bin Laden alla guida di Al-Qaeda. Il tutto a due passi da Gaza e Israele.

AL-SISI, IL NUOVO FARAONE. L’approvazione della riforma costituzionale rappresenta anche il definitivo appoggio al comandante Al-Sisi e al governo dei militari. Nonostante si contino già 11 morti e circa 300 arrestati nelle proteste che hanno fatto da sottofondo alle votazioni, sembra proprio che l’Egitto abbia definitivamente scelto la strada da perseguire: il generale Al-Sisi, con tutta probabilità il prossimo candidato alla presidenza del Paese, aveva chiesto alla popolazione di andare a votare, in segno d’appoggio al governo. E gli egiziani hanno risposto, manifestando così la loro approvazione ad una futura candidatura per la presidenza del Paese dell’attuale Ministro della Difesa. Finita la parabola democratica, Al-Sisi si appresta a diventare il nuovo Mubarak.