«Non sogno più. Da giovane ero ambiziosa, oggi una parte di me sta morendo. Come posso fare progetti? Vorrei solo una possibilità». Così parla Therese. E Giulia le fa eco: «Se hai dei sogni ti conviene seppellirli nel cassetto sotto i calzini e le mutande». Giulia e Therese, 27 e 29 anni, non si conoscono. Hanno storie e origini diverse, ma nella sostanza le loro parole si somigliano. Trovi amarezza. Trovi frustrazione per le difficoltà superate e le tante che ancora le aspettano. Eppure non si arrendono: gettare la spugna è un lusso che non possono e non vogliono permettersi.

Sono passati due anni dall’ultima volta che Giulia è tornata in Calabria dalla famiglia. Therese, originaria del Camerun, non va a trovare i suoi genitori da quattro. Le vacanze sono fuori discussione, costano. E le ferie non esistono. Uscire il sabato sera significa cercare l’happy hour con il prezzo più basso e il buffet più abbondante;  la cena fuori è archiviata in attesa di tempi migliori.

Entrambe sono approdate a Milano con una valigia piena di ambizioni e progetti per il futuro. Therese ­– lo sguardo velato di malinconia – confessa che da piccola voleva essere «una donna in carriera e indipendente»; Giulia, gesticolando con trasporto, racconta la sua rabbia per una carriera da insegnante andata in fumo ancora prima di iniziare. In campi diversi, ma entrambe hanno studiato a lungo: hanno conseguito la laurea triennale, poi la specialistica, ma dopo i primi colloqui infruttuosi, hanno capito di doversi accontentare.

Si accontenta Giulia, laureata in filosofia alla Statale, si accontenta Therese laureata in scienze bancarie all’università Cattolica: con buona pace delle statistiche sulle lauree più richieste. Certo, per entrambe il lavoro è una realtà da ben prima della discussione della tesi. Famiglie numerose e la scarsa disponibilità economica dei genitori le hanno abituate a mantenersi anche durante gli studi. Barista, cameriera, insegnante privata, operaia in Barilla sono alcuni dei lavori che hanno permesso a Giulia di sbarcare il lunario prima della laurea. Therese, che ha frequentato la triennale a Modena, è stata assunta a tempo indeterminato in Autogrill dopo nove mesi di apprendistato. Peccato per la sede di lavoro all’aereoporto di Bologna e le scarse possibilità di carriera.

Entrambe hanno tenuto duro per aspettare il pezzo di carta. Quando è arrivato, hanno pensato di poter rispolverare le vecchie ambizioni e cercare il lavoro per cui hanno studiato così a lungo. Oggi Giulia lavora in una filiale di Mc Donald e Therese ha ottenuto da Autogrill il trasferimento a Milano. Le 36 ore settimanali che Giulia passa a lavoro valgono 900 euro al mese. Si sveglia  alle 4,30 sei giorni su sette e sogna di trovare una stanza da sola perché non vuole più costringere la sorella ad adattarsi ai suoi orari. Visto che la laurea in filosofia sembra non bastare e una lettera al Presidente della Repubblica neanche, ha iniziato l’anno scorso una scuola di counselling che non può finire perché le lezioni costano troppo e chiedere un prestito con un contratto di apprendistato è pura utopia. Eppure in tanti le dicono di considerarsi fortunata: è l’unica assunta in un anno tra tutti i ragazzi presi in prova insieme a lei. «Stiamo vivendo nel dopoguerra senza le macerie da ricostruire».

Therese paga 400 euro di affitto per una casa in zona Bicocca che condivide con un coinquilino e manda ogni mese 100 euro a sua sorella in Camerun. Del suo stipendio, 650 euro, rimane ben poco: 150 euro per mangiare, pagare le bollette e, ogni tanto, regalarsi un film d’azione al cinema. Laureata a febbraio 2013, si è imposta una data limite per trovare un lavoro nel suo settore, ma tutte le maggiori banche le hanno risposto “le faremo sapere”. Continua a insistere, ma ammette di sentirsi intrappolata in un limbo: tornare in Camerun senza un’esperienza lavorativa in Europa non le darebbe nessun vantaggio rispetto ai suoi connazionali. Restare in Italia però è difficile perché la laurea non basta e i corsi di formazione sono fuori dalla sua portata. «Non posso andare all’estero perché ci sono già e comunque qua mi sento a casa. Io resto qui, le cose miglioreranno».