Preferire il plain english al dotto latino per la corrispondenza medici-pazienti: è la raccomandazione giunta lo scorso 4 settembre dall’Academy of Medical Royal Colleges, l’istituzione britannica responsabile dello sviluppo e della formazione nelle specialità mediche. Secondo l’organo professionale, infatti, i pazienti si troverebbero troppo spesso di fronte alla difficile comprensione di un gergo tecnico tanto complesso da costituire ormai una lingua a sé stante, quello che volgarmente è oggi conosciuto come medichese. Se il monito venisse accolto, quindi, i malati non leggerebbero più bd in luogo di bis in die (due volte al giorno) nelle loro prescrizioni.

Volgendo, d’altro canto, lo sguardo all’Italia, risale all’aprile scorso l’accusa mossa dal Gruppo Incipit – l’organo interno all’Accademia della Crusca che a partire dal 2015 monitora neologismi e forestierismi nella lingua italiana – al Miur di un uso eccessivo di termini inglesi nel Sillabo per le scuole secondarie. Quest’ultimo aveva, infatti, pubblicato lo scorso 14 marzo un documento programmatico volto a promuovere l’educazione all’imprenditorialità nelle scuole statali di secondo grado. Al riguardo, il Gruppo Incipit ha, quindi, fatto notare l’elevata adozione di termini ed espressioni anglicizzanti, diventata ormai programmatica e abituale. Il Gruppo Incipit continua, quindi, a difendere strenuamente la forza della lingua italiana, lui che è nato proprio con questo obiettivo: formatosi dopo la petizione delle 70mila firme raccolte da #Dilloinitaliano e dopo il convegno del 23-24 febbraio 2015 su La lingua italiana e le lingue romanze di fronte agli anglicismi, il gruppo dell’istituzione, che per eccellenza raccoglie studiosi ed esperti di linguistica e filologia della lingua italiana, ha il compito di porne in analisi la complessità per favorire lo sviluppo di una coscienza linguistica e civile orgogliosa del proprio patrimonio storico-linguistico.

Ed è proprio nella storia che risiede quel sermo tanto prezioso e utile per comprendere origini ed etimologie distintivi della nostra lingua. Milano ne è testimonianza diretta con l’anima di Sodalitas Latina, il circolo culturale nato nel 1986 che continua a considerare il latino come una lingua viva e che oggi è stato cooptato dal Circolo Filologico Milanese, la più antica istituzione cultuale della città, nata nel 1872. I membri del gruppo hanno scelto di parlare in latino, senza sentirsi, per questo, ai margini di una società che fa dell’inglese la colonna portante della comunicazione.

La lingua britannica, a sua volta, non sta vivendo un periodo di gloria. Mala tempora currunt per dirla alla Cicerone, confermati anche dalla situazione di stallo del Politecnico, dopo la proposta di conversione integrale all’inglese nel 2012. L’ateneo aveva, infatti, proposto di trasformare tutti i corsi di laurea magistrale e dottorato in lingua straniera. Era seguito un ricorso dei docenti al Tar, che aveva portato a un cambio di rotta: la conversione spontanea di singoli corsi che volevano passare all’inglese, senza una decisione centralizzata. L’attuale situazione, invece, vede 27 corsi di specialistica in lingua britannica e 8 in italiano che il Consiglio di Stato, ora, chiede di riequilibrare. I custodi della lingua italiana, infatti, confermano che lasciare troppo spazio all’inglese porterebbe a un “rischio per il tessuto sociale del Paese”. Nonostante la fiducia ancora riposta dal rettore del Politecnico di Milano, Ferruccio Resta, nell’iniziativa del suo predecessore e un appello sul Corriere della Sera pubblicato dall’ateneo a sostegno dell’insegnamento in inglese, quindi, al momento la conversione totale dei corsi, prevista ormai sei anni fa, è più che sospesa.

Dati alla mano, però, non si può certo fare un confronto diretto tra inglese e latino, perché ricorda il latinista Nicola Gardini «è un parallelismo che non ha ragion d’essere per un semplice motivo: il latino non è una lingua parlata, l’inglese sì. Quindi si tratta di due realtà assiologiche diverse, che molti confondono, perché hanno una scarsa familiarità con gli studi classici». Inglese e latino non possono essere paragonati: il primo si parla, il secondo noCerto un minimo di collegamento tra i due codici linguistici c’è anche solo per il ruolo professionale dello stesso Gardini: scrittore e traduttore di poesie in/dal latino e inglese, vive tra Oxford – dove insegna letteratura italiana del Rinascimento e comparata – e Milano, coltivando la costante passione per le lingue e la letteratura antiche e moderne.

Gli inglesi, che ora vorrebbero eliminare i tecnicismi latini del medichese, come si pongono nei confronti della lingua classica?

L’Inghilterra ha, per secoli, posto il latino al centro del suo curriculum scolastico di alta formazione. Lo studio del latino e del greco a Oxford è in continua espansione ed esistono ormai facoltà universitarie classiche a sé stanti. La lingua dei documenti ufficiali della stessa città è il latino. Certo, la volontà di eliminare i latinismi dall’epistolario medico potrebbe anche avere senso: si intenda, viviamo in Paesi fatti di gente poco istruita che può facilmente confondersi davanti a un bis in die. Ma attenzione: l’80% del vocabolario inglese deriva dal latino. Bisognerebbe, quindi, abolire l’equivalente ammontare delle parole, se si pensa che lunar derivi da luna e l’aggettivo di solar system da sol.

E in Italia qual è la situazione?

La nostra è una crisi a tutto tondo. Gli attacchi alla cultura alta e al pensiero complesso sono ormai all’ordine del giorno. La contestazione al latino, quindi, è sintomatica, perché comprende qualsiasi competenza specifica, dalla musica, passando per la storia dell’arte fino alla filosofia. Bisogna dire, però, che il latino tiene duro e prolifera, permettendo di far invidiare il nostro Paese in tutto il mondo. La sostanziale differenza con gli inglesi è che, se le loro priorità scolastiche e formative sono prettamente pragmatiche, al contrario noi italiani ci siamo sempre distinti per una formazione liceale ampia ed enciclopedica.

Quindi come si passa dal puro e semplice culto dell’antico all’utilità pratica della lingua?

Non possiamo dire che il latino serva per utilitarismi pratici, ma è umano chiedersi cosa serva sapere a una società nel 2018. È lì che il latino entra in gioco e diventa oggetto del contendere. Permette una formazione di quei concetti e valori che hanno formato l’Occidente. Studiandolo e approfondendolo si entra all’interno di un codice, un genoma che ha continuato a produrre risposte. Il latino ha il grande pregio di avere una forte capacità modellizzante all’odierno ed è l’unica lingua della storia ad averlo fatto. Il latino sa modellarsi arrivando persino a influenzare le avanguardie tecnologicheInfine, la sua vitalità è confermata anche all’interno delle avanguardie tecnologiche e dal parere dei più grandi progressisti internazionali, primo fra tutti Zuckerberg che ha affermato di aver tratto ispirazione anche dai suoi studi classici (per lui il modello dell’Enea virgiliano è diventato simbolo di una missione piena di difficoltà e metafora del vero imprenditore, ndr).

Nel Circolo letterario milanese, però, lo si parla ancora.

Per gioco si può fare qualsiasi cosa. Io so parlare in latino ma non lo faccio mai. Mi limito a scriverlo nelle mail che talvolta ricevo. È divertente, ma ciò che veramente mi preme come amante di questo codice è che il latino diventi pedagogia, formazione, conservazione e ricerca. Parlarlo è fine a se stesso, ma capirlo per comprendere cosa volevano dirci i classici serve davvero. Perché è da quel passato che si è creato il nostro presente.