Un’insegna luminosa rischiara il buio della sera cittadina. Al di sotto di essa cancelli e porte sbarrate. Tutt’intorno silenzio. Là dove ci si accalcava con un biglietto alla mano, ora non c’è più nessuno. Sono passati più di cento giorni dal Dpcm del 25 ottobre scorso che sanciva nuovamente la chiusura delle sale cinematografiche e teatrali, ma il cartellone un tempo ricco di spettacoli recita ancora un’unica parola: “annullato”. «Una cosa simile non è mai accaduta» ammette Gaia Calimani, presidente di Manifatture Teatrali Milanesi (MTM). «Nessuno ha mai saltato un’intera stagione e persino il Teatro alla Scala non ha mai annullato una prima, se non durante la Seconda Guerra Mondiale». 

«La fretta a riaprire secondo me è controproducente perché il rischio di gestire una situazione minima per poi nuovamente richiudere è molto alto»

In una città come Milano, da sempre ricca di offerte di spettacoli dal vivo, lo stop forzato dei teatri si fa sentire, toccando le vite degli appassionati ma soprattutto quelle di chi ci lavora. Solo intorno alla realtà di MTM avente più di 40 anni, infatti, gravitano all’incirca 1200 iscritti tra il polo teatrale costituito da ben tre sale e la scuola di teatro Grock, rilevata insieme alla compagnia “Quelli di Grock” sei anni fa. «Attualmente stiamo cercando di tenere a lavorare le persone, mettendo in ordine archivi e uffici. Durante il primo lockdown abbiamo anticipato le casse integrazione di tutti i dipendenti, uno sforzo immane economicamente parlando» racconta la Calimani. «La fretta a riaprire secondo me è controproducente perché il rischio di gestire una situazione minima per poi nuovamente richiudere è molto alto. Aprire un’unica sala con il 50% di capienza, come abbiamo fatto a settembre e ottobre, è oneroso e attività come le nostre non se lo possono permettere». Pochi incassi, tante spese e fin troppo tempo speso a riprogrammare il calendario della stagione: «quest’ultimo anno l’ho fatto almeno dieci volte» ammette «ora ci sto provando per aprile e nel frattempo stiamo preparando due produzioni per noi importanti». E per quanto riguarda il sostegno economico da parte dello Stato «il FUS (Fondo Unico per lo Spettacolo) ha erogato la stessa somma che la nostra azienda prevedeva per il 2019. La convenzione con la Regione Lombardia, invece, non ci ha permesso di pagare neanche un mese di stipendi mentre quella con il Comune di Milano seppur confermata non è stata ancora elargita».

Anche il Teatro Gerolamo attende gli aiuti economici da parte del Comune, avendo vinto a ottobre il bando preposto. Soprannominato “la Scala in miniatura”, per questo piccolo gioiello situato in Piazza Beccaria dal 1848 e per un’intera generazione di milanesi famoso per gli spettacoli delle marionette, quella dovuta alla pandemia «è la sua seconda chiusura storica, dopo il lungo stop di 35 anni del 1983 dovuto alla messa in sicurezza degli spazi» racconta Asano Chitose, direttore generale del teatro nonché architetto alla guida dei lavori di restauro dello stesso. Di proprietà della Società Sanitaria Ceschina, il Gerolamo ha riaperto al pubblico nel 2017 ospitando spettacoli di prosa, mostre ed eventi. Grazie a questi ultimi sta cercando di ripartire mentre la stagione teatrale dovrà aspettare almeno fino a settembre 2021. Per la Chitose – una simpatica signora giapponese che ha fatto di Milano la sua seconda casa «Vivo in Italia per la cultura, l’architettura, la musica, l’arte e l’opera» – la pandemia è «un tempo che bisogna prendere con filosofia». «Ha colpito tutto il mondo e anche se è molto faticoso bisogna rialzarsi. Io sono fiduciosa, il teatro si riprenderà sicuramente» dice sorridendo.

 «Fare teatro non è fare lo spettacolo teatrale, ma piuttosto essere consapevoli della responsabilità di occuparsi della qualità di relazione tra gli individui»

La voglia di agire e ripartire di certo è prerogativa comune delle realtà teatrali, specie per A.T.I.R. Associazione Teatrale Indipendente per la Ricerca, nata come compagnia di giro italiana e incaricata della gestione del Teatro Ringhiera dal 2007, purtroppo da ormai quattro anni chiuso per problemi strutturali. «Noi siamo un gruppo abituato alla resilienza» rivela la direttrice artistica Serena Sinigaglia. «L’arrivo di questa sciagurata pandemia fa parte di quelle tempeste e odissee che dobbiamo cercare di trasformare in occasioni, opportunità e allegria». Mossi dalla forte convinzione che «fare teatro non è fare lo spettacolo teatrale, ma piuttosto essere consapevoli della responsabilità di occuparsi della qualità di relazione tra gli individui», i ragazzi di A.T.I.R hanno portato avanti i loro numerosi laboratori per over 60, bambini, adolescenti e persone disabili anche online. Ormai parte integrante del quartiere del Ringhiera, nella periferia sud milanese, la compagnia ha realizzato trasmissioni in streaming dalla piazza adiacente il teatro, organizzato feste e tombolate in videochiamata nonché aiutato la propria comunità. «Abbiamo fornito un computer a tutti coloro che non ne avevano uno e se qualcuno non sapeva o non poteva usarlo c’era un nostro attore pronto per aiutarlo a connettersi. Abbiamo anche continuato a presidiare la piazza che prima del nostro arrivo era luogo di spaccio e piccola criminalità». La Sinigaglia sta organizzando questo anno di passaggio attraverso la messa a punto di una serie di attività con l’obiettivo di farne in estate un festival all’aperto sulla piana del Ringhiera, una grande festa per i 25 anni di A.T.I.R. In cantiere vi è anche un monologo con Biondillo e l’attrice Chiara Stoppa, «ma sulla produzione siamo volutamente prudenti perché è un anno in cui rischi di inciampare clamorosamente e bisogna fare molto bene i conti».

«Per me il teatro è l’essere lì, nel presente, tutti insieme. Con lo spettatore si crea una connessione emotiva e fisica che personalmente ho bisogno di sentire»

Che anche questo 2021 sia pieno di imprevisti lo sa bene Alice De André, giovane attrice milanese da poco diplomata all’Accademia Zero Nove e in attesa di salire sul palco per lo spettacolo di debutto della compagnia emergente La Cotina. «Dovevamo andare in tour in Svizzera a fine febbraio ma ora è tutto fermo» racconta. «Non abbiamo potuto più fare le prove perché l’accademia è chiusa e il tempo in cui non lavoriamo non fa altro che arrugginirci. Online si può fare poco o niente perché il teatro è fisicità pura». Da attrice e grande appassionata per Alice andare a teatro era un appuntamento fisso la cui mancanza pesa parecchio: «Essere anche semplicemente spettatrice è qualcosa di adrenalinico e da attrice è come se ogni volta mi connettessi con chi è in scena. È una lezione perché sono dell’idea che l’80% del lavoro lo fai guardando gli altri». Ad essere però insopportabile è l’assenza prolungata del rapporto umano sia con il pubblico che con i propri colleghi: «Per me il teatro è l’essere lì, nel presente, tutti insieme. Con lo spettatore si crea una connessione emotiva e fisica che personalmente ho bisogno di sentire. Noi attori invece siamo abituati a vederci dalle quattro alle cinque volte a settimana. Quando si arriva sul palco dopo aver provato tanti mesi c’è un legame molto forte e se questa cosa ci viene tolta chiaramente quel legame lì si sente meno».

 «Il nostro settore con questa pandemia è come se fosse stato messo sotto una lente di ingrandimento e si sono visti tutti i problemi e le fragilità»

Pensare che sia solamente la pandemia la causa principale dell’attuale crisi del settore dello spettacolo è sbagliato, o comunque riduttivo. Anche se può sembrare assurdo per un Paese la cui storia è strettamente connessa all’arte, il problema a monte è di tipo culturale: «Siamo sempre stati messi un po’ da parte noi attori, noi del mondo dello spettacolo – continua Alice – Si è ripresentato lo stesso copione. La gente fa fatica a pensare che ci sono persone che vivono di questo». «Io non sono una che si piange addosso» ammette la Calimani «non mi piace dire che ci trascurano. Molte responsabilità ricadono in chi fa questa attività. Abbiamo sempre pensato solo a noi stessi, senza realmente metterci insieme. Il nostro settore con questa pandemia è come se fosse stato messo sotto una lente di ingrandimento e si sono visti tutti i problemi e le fragilità». «Il Covid-19 ha fatto solo emergere la situazione» dice la Sinigaglia. «Siamo trascurati da moltissimo tempo. Questo è un Paese che ha svilito il lavoro culturale e d’istruzione tramite una politica dell’indifferenza, il modo migliore e più sottile per portare all’esasperazione e all’indigenza le persone che ci lavorano». L’Italia, infatti, si classifica tra gli Stati con il più basso ammontare di denaro pubblico per teatri e spettacoli dal vivo e se sei un attore disoccupato per ottenere il sussidio di disoccupazione «prima di ricevere una somma ridicola devi dimostrare di aver lavorato, il che è una contraddizione in termini» sottolinea sempre la Sinigaglia «in Francia, per esempio, percepiresti uno stipendio». «In Svizzera sono molto più attenti» dice Alice «ci hanno dato dei soldi perché abbiamo dovuto rimandare lo spettacolo ma ho amici che qui in Italia non hanno ricevuto nulla».

La vera domanda però è quella relativa alla ripartenza: come reagiranno le persone? «Me lo chiedo più o meno due tre volte al giorno» ammette la Calimani. «Potrebbe anche essere che la reazione è molto più forte di ciò che immaginiamo, ovvero che la gente ha davvero bisogno di restare insieme, contro la paura. Però abbiamo anche degli ostacoli davanti a noi, in primis il problema finanziario. Le persone avranno le possibilità economiche di fruire di attività legate al tempo libero e all’arricchimento personale? Questa è la sfida che ci aspetta e io sono abbastanza positiva». Anche per Alice e la Sinigaglia la fame di relazione, il bisogno di ritrovare il contatto e la prossimità saranno fondamentali. «Il teatro è fatto dall’uomo, per l’uomo e con l’uomo – dice quest’ultima – e dovremmo essere ancora più presenti, più combattivi, più forti. Perché è proprio di teatro che c’è bisogno quando accadono crisi così profonde dell’umanità».

 

In copertina: Platea Teatro Litta, Ph. Andrea Cherchi