Twitter rivoluziona la propria identità. Il social network ideato da Jack Dorsey nel 2006 si appresta ad aumentare da 140 a 10mila il limite dei caratteri a disposizione, come già avviene per l’invio dei messaggi diretti. La notizia, arrivata una settimana fa dal sito Re/code,  è stata confermata in un tweet dallo stesso Dorsey.

La funzione – che dovrebbe essere pronta per la fine di marzo –  è ancora in fase di test, ma dalle prime indiscrezioni pare che nella timeline i tweet più lunghi saranno mostrati come quelli classici da 140 caratteri, correlati dall’opzione di espanderli per leggere il resto del contenuto.

«Sarebbe come immaginare Bill Gates sexy, come vedere Silvio Berlusconi irsuto, come ascoltare parole umili uscire dalla labbra di Massimo D’Alema: impensabile», tuona Beppe Severgnini in un editoriale sul Corriere della Sera. Il giornalista contesta soprattutto l’abbandono di quello che da sempre costituisce il marchio di fabbrica di Twitter: «Il limite dei 140 caratteri – scrive – non è solo un’abitudine, un vezzo o un marchio: è un segno identitario. È come se la ragazza col turbante decidesse di toglierselo per indossare un casco da motociclista».

Di parere completamente diverso Theo Priestley, contributor di Forbes, secondo cui l’aumento dei caratteri di Twitter permetterà agli utenti di creare tweet più incisivi, capaci di rimandare a contenuti più approfonditi, un po’ come accade con i blog o i pezzi dei tabloid. Scrivere in 10mila caratteri sarà inoltre l’ideale per articolare e dare una spiegazione esaustiva ai propri tweet, senza il bisogno avvalersi di link esterni di approfondimento.

Vox parte invece da una considerazione: oltre 300 milioni di utenti utilizzano Twitter proprio per il suo carattere unico relativo alla limitazione nell’uso dei caratteri, che lo distingue da tutti gli altri social network. In virtù di questa premessa, Vox si interroga sul perché si voglia rivoluzionare la lunghezza di testo, foto e video snaturando l’essenza stessa di Twitter. «Tanto vale usare Facebook, dunque, che dispone già di tutte le funzionalità che Twitter auspica ad ottenere in futuro» si prosegue, concludendo che «il desiderio di avere più testo a disposizione da leggere non migliori necessariamente l’esperienza dell’utente medio». Questo tentativo di introdurre un sistema più intuitivo e approfondito potrebbe scontentare soprattutto gli utenti più affezionati alla brevità e all’immediatezza.

Sulla questione è intervenuto anche il Guardian tramite un editoriale curato dai giornalisti Leigh Alexander e Jeff Jarvis. La loro tesi si conclude con un velo di ironia: 10mila caratteri sono tanti per esprimere un pensiero, talmente tanti che «non riusciamo nemmeno ad utilizzarli tutti, come ci ha richiesto il caporedattore, per esprimere la nostra opinione». Leigh e Jarvis proseguono sostenendo che all’utente medio basterebbero un paio di righe in più per essere più esaustivo, perché «nonostante tutto, Twitter resta una piattaforma per le informazioni in tempo reale condensante in pillole e tutti noi cerchiamo altrove quando vogliamo leggere notizie più approfondite».

La loro conclusione è amara: «Quella che avrebbe dovuto essere piattaforma di discussione è diventato un luogo in cui molti utenti fanno spreco delle parole a disposizione, con il rischio di essere invasi da emoticon e pubblicità per il solo gusto di riempire lo spazio».

Ecco, forse sarà davvero così. Portare a 10mila i caratteri di Twitter aumenterà senz’altro la quantità di argomenti al suo interno. Siamo sicuri che ne seguirà anche un proporzionale aumento della qualità?