Tutto è cambiato. Le dinamiche economiche, sociali e politiche, le nostre stesse vite. I maggiori giornali italiani faticano a trovare una strategia per integrare i “vecchi” quotidiani cartacei con le relative piattaforme online, mentre nel web si affermano siti che propongono una nuova concezione dell’informazione. È la fine del giornalismo? Il futuro che i new media prospettano non è certo dei più rosei. Aggregatori di notizie, giornali digitali basati solo sul seo, rimpastatori di agenzie. Chi andrà a cercare le notizie? Chi verificherà le fonti?

Salvatore Giannella, classe 1949, è una delle firme più autorevoli del panorama editoriale italiano. Ex direttore de L’Europeo e di altri periodici nazionali, è uno che il giornalismo l’ha visto in ogni sua rivoluzione, dalle macchine da scrivere all’inchiostro delle stilografiche, ai floppy disk, fino ai social media. L’ha visto cambiare anche nelle sue modalità, nel suo approccio, nell’atteggiamento di editori e giornalisti. Possiamo tranquillamente annoverare Giannella tra i padri nobili del nostro giornalismo, ma è anche uno che ha saputo raccogliere la sfida del digitale. Oggi il suo portale web, Giannella Channel, nel 2013 ha totalizzato più di 70mila utenti unici all’anno, «come lo stadio Olimpico di Roma pieno per l’Olimpiade 1960 e la leggendaria volata di Livio Berruti, – ci dice nel corso di una lunga conversazione – come per i concerti di Vasco, Jovanotti e Ligabue».

Ha il piglio di chi le ha viste tutte, Giannella, ma non ha nessuna verità in tasca da vendere. L’atteggiamento è quello di uno studioso, di un ricercatore di verità, di un appassionato, ma anche di un osservatore lucido di questa trasformazione, paragonabile solo ai Mentana, Pansa e Ottone, che sul tema hanno pubblicato volumi come La Passionaccia, Il Revisionista, e Italia mia. «Vivo questo momento di cambiamento con nostalgia – ci dice con onestà – perché da giornalista “emerito” mi porto nella memoria un giornalismo che è scomparso. Chi faceva questo mestiere vagabondava da un giornale all’altro, a seconda delle opportunità, della carriera, del guadagno. Insieme a quel giornalismo c’era il mercato del giornalismo». Parliamo di un’epoca in cui ogni giornalista, grazie alla concorrenza tra le testate e alla domanda e offerta, vedeva valutato bene il suo talento con uno stipendio che era mediamente più alto di quello di un bancario o di un impiegato dell’industria, mentre oggi gli stipendi e il potere d’acquisto si sono ridotti e le prospettive di lavoro per i giovani si sono rarefatte. «Oggi i giornalisti corrono il rischio di fare la fine di linotipisti o bigliettai. E questo mi rende triste, pur non toccandomi direttamente in quanto sono in pensione. Lo vivo con tristezza perché vedo nuvole nere sul futuro dell’informazione mentre la crisi economica morde, il rapporto con i poteri dell’economia e della politica si fa sempre più minaccioso, la Rete fa saltare le intermediazioni e mette in discussione il ruolo importante dei giornalisti che complicano la situazione sacrificando sempre più spesso la propria credibilità, abdicando al loro ruolo di “controllori” della politica, polarizzata fra nemici e amici».

C’era da aspettarselo. Questo è uno dei nodi più dolenti della rivoluzione in atto. Scompaiono i contratti, scompaiono i diritti e finiscono anche per scomparire i giornalisti, eppure la speranza per chi, come Giannella, ama questo mestiere è davvero l’ultima a morire: «Lo vivo anche con l’ottimismo della volontà, perché se sei pessimista non puoi fare un giornale».

In un mare di cattivi presagi, infatti, ci sono anche dei segnali positivi. Secondo un lavoro di ricerca pubblicato dall’Unesco, a proposito degli scenari futuri mondiali, si indica tra l’altro che: «Tra le principali innovazioni che hanno migliorato il mondo e hanno le potenzialità per migliorarlo ancora c’è internet e la diffusione di un’informazione più democratica. Siamo la prima generazione che agisce via internet. Abbiamo la capacità di connettere le giuste persone, idee e risorse per far fronte alle sfide che si pongono dinnanzi a noi». Questo, però, non scaccia l’ipotesi che i giornali su carta abbiano i giorni contati, nonostante le parole sempre lungimiranti di Indro Montanelli riportate da uno degli altri grandi padri del giornalismo come Franco Abruzzo: «I giornali si continueranno lo stesso a leggere anche in tempi in cui internet sembra avere la meglio. Il futuro del giornalismo non è solo lì. La carta stampata, dopo aver resistito alla nascita della radio e della televisione, resisterà anche al web, diventando però una carta stampata di nicchia, perché gli uomini colti leggeranno sempre sia i libri che i giornali».

Salvatore Giannella ha diretto periodici di grande prestigio, che proponevano un’idea di giornalismo estremamente approfondito. Alcuni di questi, come L’Europeo, nonostante la loro storia importante, sono stati costretti a chiudere. Nella confusione del web, è sempre in agguato il pericolo di perdere per sempre questa possibilità di andare fino in fondo alle vicende sviscerando la realtà con un particolare occhio critico. La velocità di internet, la sua fruizione immediata, vorace, in fin dei conti superficiale, ci costringe tutti ad accettare un nuovo modo di interpretare il giornalismo. Abbiamo voluto insistere su questo tema, proprio perché Giannella nel suo sito prova a fare un tipo di giornalismo web molto diverso da quello che si vede di solito in rete: un giornalismo approfondito, verificato, corretto. Su questo tema Giannella la prende da lontano, addirittura dai fringuelli delle Galapagos, quelli della nota lezione darwiniana. La storia, infatti, vorrebbe che nell’arcipelago delle Galapagos lontano dal continente sudamericano vivevano un tempo dei fringuelli dotati tutti dello stesso becco. Succedeva così che quando era disponibile un po’ di cibo buono, si accaparrava la carne il fringuello con la vista migliore, dieci decimi. Quello con nove decimi mangiava se l’occhiuto compagno “dieci decimi” era distratto o sazio o impegnato in altre faccende magari più piacevoli di un pasto. Ma gli altri, quelli un po’ miopi, correvano il rischio di estinguersi. Così la natura ha innescato un meccanismo che ha portato alla realtà odierna, narrataci da Darwin. Oggi i fringuelli delle Galapagos presentano, grazie all’evoluzione della specie, una varietà di becchi (a uncino, a Black & Decker, ecc.) più variegata di un moderno studio dentistico. «Il darwinismo digitale – ci assicura Giannella – comporterà, a mio parere, una dura selezione alla fine della quale rimarranno sul campo i giornalismi possibili e i cronisti specializzati ed evolutisi in base al proprio talento e alla specializzazione affrontata».

Secondo l’ex direttore de L’Europeo, la nuova stratificazione dei giornalisti potrebbe vedere: i pochi giornalisti d’élite, i giornalisti blogger, i giornalisti comunicatori, i giornalisti poveri e, infine, i giornalisti “altri”, che vengono da altre professioni. È la stratificazione della professione giornalistica che anche Le Nouvel Economiste ha pubblicato un paio di mesi fa in un articolo dal titolo “Darwinisme numérique: le futur du journalisme. La fonction journalistique ne disparaît pas, elle se morcelle. Espérons pour le meilleur”. Secondo questa teoria le rare élite giornalistiche saranno nascoste nei santuari delle poche grandi testate rafforzate dopo la scomparsa di concorrenti più deboli. Saranno soggetti come l’Economist, il Financial Times, il New York Times, forse, aziende mondializzate, in possesso di marchi estremamente potenti e capaci nello stesso tempo di costruire una rete di corrispondenti attraverso il mondo, con una diffusione globale visto che beneficiano di una lingua pressoché universale, e in grado di vendere inoltre i loro contenuti in più lingue in dozzine di paesi. Saranno i professionisti dell’élite giornalistica altamente qualificati, ben pagati e in grado di esercitare una autonomia sufficiente per realizzare le quattro missioni (raccolta, investigazione, analisi, gerarchizzazione), per indagare, analizzare, mettere in prospettiva l’informazione stando al riparo dalle pressioni esterne.

Poi ci saranno i giornalisti blogger, imprenditori di se stessi e del loro brand personale, che dovranno fare grandi sforzi di immaginazione per finanziare la propria attività. Il mondo della musica ha già conosciuto una simile crisi: i musicisti i cui diritti sono stati piallati per effetto della digitalizzazione e della possibilità di scaricare le loro opere rimontano oggi in scena per trovare un finanziamento diretto da parte del loro pubblico. Bisogna pensare che potrebbe essere lo stesso per i giornalisti.

Ancora. I giornalisti comunicatori, costretti a muoversi sempre di più sul filo del rasoio, al confine fra informazione e comunicazione, e per cui i principi etici del giornalismo avranno sempre meno spazio. Fra i due precedenti blocchi (fra l’élite che lavora ancora per le grandi testate sopravvissute e questi nuovi artigiani-blogger), per questi professionisti sempre più numerosi si può immaginare tutto un mondo di situazione intermedie in cui i princìpi di base del giornalismo avranno però sempre meno spazio. Per i guardiani delle Carte deontologiche, non siamo più nel campo del giornalismo ma in quello della comunicazione, perché, anche se in maniera discreta, la linea editoriale è sottesa all’obiettivo di valorizzare un marchio commerciale.

Ma la massa più grande sarà quella rappresentata dai giornalisti poveri, altra categoria in forte crescita, regolarmente ingrossata dai giovani professionisti impiegati con contratti a tempo determinato, o come collaboratori esterni o sempre più spesso compensati con onorari in diritti d’autore. Questi giornalisti lavorano per dei media che si reggono sul filo del rasoio, fra vecchie aziende del settore cartaceo che lottano per la sopravvivenza e nuove creature digitali che faticano a trovare il loro modello economico. Impegnati in piccole aziende fragili e incapaci di finanziare la loro formazione e la loro carriera, è facile prevedere che questi dovranno piegarsi a qualsiasi compromesso (pressioni esercitate dagli inserzionisti, autocensura e compensi deboli e irregolari, insomma l’ombra di quello che dovrebbe essere il professionista autonomo e libero nel suo giudizio) e combattere la concorrenza dei robot, di quelle testate che fra la ricezione di un comunicato stampa e la sua diffusione faranno tranquillamente a meno del giornalista.

Infine i giornalisti “altri”, che vengono da professioni diverse e che trattano l’informazione in un modo nuovo – sviluppatori, grafici, militanti dell’open data e della libera programmazione – che si avvicinano alla sfera del giornalismo analitico con dei nuovi modi di leggere l’informazione come la visualizzazione dei dati.

In questo scenario «i giornalisti di oggi non possono stare a guardare, – dice Giannella – bisogna che si diano da fare. E dare il benvenuto agli entusiasti della tecnologia e ai “minatori di dati”, o “cacciatori di storie” (come mi considero) capaci di utilizzare gli strumenti di analisi delle masse di dati provenienti dal pianeta digitale. È un paesaggio interamente nuovo per quelli che, alcuni anni fa, si scocciavano anche di scrivere a macchina».

Eppure, ancora adesso, il 90% della navigazione in rete avviene sullo 0,006% dei contenuti e il top su internet continuano a restare la stampa e i giornalisti, la cui funzione di filtro e di gerarchizzazione dell’informazione restano ancora in parte riconosciuta. «Ma – si chiede Giannella – che cosa succede se le aziende che fondano la loro legittimità sul giornalismo di alta professionalità ed eticità non hanno più i mezzi per garantirlo? Cambio di modello. È proprio quello che sta per accadere dopo 15 anni di rivoluzione internet. All’improvviso la crisi della stampa su carta si confonde con la messa in questione della funzione giornalistica. Una volta digitalizzata e messa online, una notizia vede il suo valore tendere verso le zero. Questo meccanismo irreversibile spiega quanto si sia sbriciolata la terra sotto i piedi dei giganti della “grande stampa” che fondavano il loro modello economico sulla vendita diretta dell’informazione, dal produttore al consumatore, come si vende un prodotto su un mercato. L’impatto è stato tanto più violento in quanto è arrivato in un momento di forte messa in discussione da parte dell’opinione pubblica dei giornalisti, oggetto di una sfiducia crescente insieme ai politici».

Il seguito è noto: stanno vincendo i campioni del digitale, dando al tutto un’altra forma, in termini di pubblicità e di conoscenza marketing ultra raffinata dei milioni di internauti che ormai in grandissima parte per leggere la stampa passano da piattaforme internet, motori di ricerca o reti sociali. Un terzo degli internauti accedono ormai ai contenuti digitali dei giornali attraverso i motori di ricerca, un altro terzo via reti sociali e solo l’ultimo terzo direttamente dai siti.

Nel film di Andrew Rossi (il documentario “Page One: Inside The New York Times”), David Carr, uno dei grandi personaggi del New York Times, immagina questo processo spinto alle estreme conseguenze: «La vostra homepage è molto bella – dice al fondatore di Newser.com, un aggregatore di contenuti che rimprovera al Times di appartenere a un mondo che sta per sparire nell’ombra, e lo si vede fare dei tagli su un foglio di carta – Ma ecco a che cosa somiglierà quando noi saremo spariti», continua, mettendo sotto il naso del suo interlocutore un foglio di carta con l’immagine della home page di Newser, da cui ha tagliato accuratamente una serie di moduli occupati da contenuti aggregati, pieno di buchi.

Anche dopo il passaggio di questa ondata, non ci possiamo aspettare di ritrovare un paesaggio in cui delle nuove aziende, alleggerite dal peso della carta e in grado ormai di mettere a profitto tutti gli aumenti di produttività offerti dalle nuove tecnologie, avranno la capacità e soprattutto il bisogno di finanziare dei posti di lavoro giornalistici sulla stampa scritta come esistevano fino a oggi, a eccezione di qualche confratello come l’Economist e il Financial Times.

Ma perché? «Prima di tutto – risponde l’ex direttore de L’Europeo – perché dall’universo della carta a quello digitale c’è un fossato in termini di ricavi. Abbonamenti certamente meno costosi da raccogliere e da servire, e una pubblicità più efficace ma molto meno rimuneratrice».

Secondo il responsabile di una grande azienda digitale una campagna da 50mila euro su mobile o tablet, sarebbe l’avvenimento dell’anno. I maggiori successi della stampa su Internet in Francia, come lemonde.fr o figaro.fr, arrivano a stento al pareggio, aggiunge un altro osservatore del settore. Il modello di business di molte società che operano sul web, infatti, è contro natura e porta a degli scompensi che Giannella riesce bene a sottolineare.

«La capacità investigativa diminuisce, il bisogno di gerarchizzazione aumenta. E poi, soprattutto, perché la maggior parte dei nuovi modelli di aziende mediatiche appena nate non hanno bisogno delle quattro funzioni attribuite finora al giornalismo, da un lato la raccolta, all’altra estremità la gerarchizzazione, e in mezzo: l’inchiesta investigativa e il commento».

Gli aggregatori di contenuti non hanno alcun bisogno di un giornalista d’inchiesta. Non più dei nuovi media basati sugli scambi fra internauti, come Buzzfeed o Minutebuzz, in cui i giornalisti assumono altre definizioni: “social media editor” quando cominciano o “social media manager” quando diventano responsabili di qualche rubrica o redattori capo.

«L’investigazione diventa la parente povera in un ambiente in cui i mezzi erano già stati calcolati per finanziare una attività che richiede quei tempi e quei mezzi e che andranno senza dubbio rarefacendosi sempre di più», ritiene Eric Scherer, giornalista francese e direttore di Future Media. Le altre funzioni si modificano in maniera differente. Il passaggio dal mass media al media di massa, in cui il primo cittadino che passa diventa produttore di informazioni grazie alla nuova accessibilità della tecnologia provoca concorrenza nella raccolta delle notizie. Anche la funzione di analisi viene accaparrata da nuovi attori, di nuovo il pubblico sulle reti sociali e sui blog e gli esperti, ben contenti di poter pubblicare liberamente le loro analisi su dei siti che offrono visibilità e notorietà a mo’ di remunerazione, modello Huffington Post.

«E’ soprattutto da qui che si attende il valore del giornalista di domani, – conclude Salvatore Giannella – essendo la stampa un’industria determinata dall’offerta, la qualità editoriale e la creatività dei professionisti sono la chiave di questa trasformazione. L’utilità della funzione che consiste nel filtrare, gerarchizzare e soprattutto dare un senso e quindi una maggiore o minore importanza a un flusso di informazioni non viene messa in discussione. Anzi».

Sulla scia di Jérôme Lacombe, presidente dell’Agenzia di comunicazione Hopscotch, possiamo immaginare che qualche grande testata resisterà e che dopo la tempesta ricompariranno una moltitudine di piccoli attori specializzati. Dunque, un grande movimento darwiniano in prospettiva, con una nuova stratificazione dei giornalisti ai quali si richiederanno nuove competenze che trasformeranno radicalmente la natura del giornalista e del giornalismo. Ma saremo pronti ad affrontare quest’ulteriore sfida?