Riavvolgendo il nastro sulla questione indipendenza scozzese, non si può non partire dal 19 febbraio 2014. Sul palco dei Brit Awards, a Londra, Noel Gallagher e Kate Moss ritirano per conto di David Bowie, assente, il premio di ‘miglior artista maschile inglese’. E’ proprio la bionda modella a leggere il breve messaggio di ringraziamento del compianto Duca Bianco, che si conclude con un deciso appello: “Scotland, stay with us”. Chissà se gli scozzesi, chiamati a votare sull’indipendenza dal Regno Unito nel settembre dello stesso anno, avranno ripensato nella loro cabina elettorale a quell’invito veicolato da tre dei personaggi più iconici della cosiddetta Cool Britannia.

Fatto sta che alla domanda ‘Should Scotland be an indipendent country’, posta nel referendum fortemente voluto dal primo ministro Nicola Sturgeon e dal suo Scottish National Party, il 55,30% degli scozzesi rispose ‘No, grazie’. Ma a distanza di quasi tre anni la possibilità di separarsi dal Regno Unito torna concreta, da Edimburgo alle Highlands. Colpa della Brexit, che per volontà di Theresa May, succeduta al dimissionario Cameron, sarà netta e decisa.

Un allontanamento dall’Unione Europea che non va giù alla Scozia, espressasi chiaramente a favore del ‘Remain’ a giugno 2016, con una percentuale del 62%. E gli esiti dei due referendum a cui il popolo scozzese è stato chiamato a rispondere nel giro di due anni si intrecciano inevitabilmente. Perché nel 2014 il motivo principale che portò alla vittoria del No fu la prospettiva che il voto per l’indipendenza avrebbe potuto spingere l’eurofila Scozia fuori dall’Ue, costringendola poi in un secondo momento a rinegoziare la propria posizione con Bruxelles ripartendo da zero. Quasi per ironia della sorte, la vittoria della Brexit ha invertito la situazione: ora l’indipendenza può essere presentata dallo Scottish National Party non solo come chiave per restare nell’Unione, ma anche come risposta democratica a un’uscita dalla EU che non corrisponde alla volontà del popolo scozzese.

Inoltre la recente decisione della Corte Suprema britannica di non richiedere il parere dei parlamenti di Scozia, Galles e Irlanda del Nord per determinare ufficialmente l’inizio del processo di Brexit non è certo piaciuta a Nicola Sturgeon. Tanto che il primo ministro scozzese, che fino ai primi giorni del 2017 non sembrava spalancare le porte ad un nuovo referendum di indipendenza entro quest’anno, ha rapidamente cambiato idea. “La Scozia deve decidere al più presto se recitare un ruolo da protagonista nel suo futuro o lasciare che tutto sia determinato dal governo di Londra” ha tuonato solo qualche giorno fa.

Ma stando agli ultimi sondaggi, gli scozzesi non sarebbero così determinati a votare su una nuova possibile indipendenza. Solo il 38% della popolazione vorrebbe tornare alle urne entro la fine del 2017, e solo il 45% al momento sarebbe a favore del ‘Leave’. La battaglia per rimanere nell’Unione Europea potrebbe costare cara in termini di gradimento popolare alla Sturgeon, accusata in patria da conservatori e laburisti di bypassare questioni ben più importanti, come lavoro e accesso alle cure mediche, e di farsi ‘ossessionare’ dalla possibilità di un nuovo referendum. Ma la lady di ferro scozzese non abbandonerà certo facilmente il suo sogno di un paese indipendente da Londra.