Napoli fa storia a sé. Spesso è un cliché ma non troppo. La gentrification nel territorio napoletano fa infatti molta più fatica ad attecchire che nelle altre grandi città italiane. Il trend c’è, alcuni germogli di questo processo globale sono anche comparsi, ma sono ancora in stato primordiale, e forse resteranno tali.

La struttura stessa della città la rende diversa, il suo centro storico (uno dei più grandi al mondo per popolazione, densità abitativa ed estensione) vive dinamiche difformi da quelle di Roma e Milano, tanto per citare due esempi. Già individuare un centro effettivo di Napoli non è semplice: si potrebbe considerare come tale forse piazza Plebiscito, ma in tanti tra i puristi storcerebbero il naso. Fatto sta che, a differenza di piazza del Duomo a Milano, in pratica deserta in serata, la piazza più famosa di Napoli vive anche di notte, è frequentata in modo costante da cittadini e turisti. Di certo aiuta la posizione logistica della piazza, quasi strategica che collega via Toledo, la via dello shopping napoletano, al Lungomare, sempre animato da eventi e manifestazioni di qualsiasi genere e popolato da bar, ristoranti e pizzerie. Tuttavia, come accade anche nelle già citate Roma e Milano, negli ultimi anni la movida si è spostata pian piano verso altri lidi. Zone come il Vomero, Chiaia con i famosi “baretti” o piazze più decentrate come piazza Bellini si sono assunte gli oneri del divertimento dei napoletani, soprattutto di quelli più giovani, con tutte le derive che ne sono conseguite e che spesso finiscono sui giornali. Negli ultimi anni la movida si è spostata pian piano verso altri lidi: zone come il Vomero, Chiaia con i famosi “baretti” o piazze più decentrate come piazza Bellini

Questa è Napoli, una contraddizione in termini, una città in conflitto con sé stessa che tra due alternative spesso si ferma a contemplarle entrambe, senza sceglierne una. Se da un lato e, per certi versi, si inserisce nelle dinamiche tipiche delle città contemporanee, dall’altro continua a presentare atipicità tutte sue. Seppur a suo modo, tenta di seguire la scia delle altre grandi città: una debole gentrificazione, infatti, si sta già manifestando. Ad esempio, si alimenta costantemente l’attenzione al turismo. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti: basta fare un giro in città per imbattersi in francesi, tedeschi e turisti in genere provenienti da tutto il mondo che, stregati, girano per le stradine del centro storico. La città si è lasciata sedurre da brand internazionali, e altri marchi sono giunti a Napoli per celebrarla e ne sono rimasti affascinati. Napoli si è anche aperta alle nuove forme di sharing economy, come Airbnb che, per quanto sottotraccia, sta agendo molto profondamente sulla città. Ma affianco di queste istanze resistono, a fatica, le tradizionali attività commerciali napoletane: i negozietti, le botteghe artigianali che sono poi le vere destinazioni dei turisti, stufi di vedere ovunque le stesse cose.

Questa “resistenza napoletana” alla gentrificazione, questo rimanere coerenti e fedeli a sé stessi da parte soprattutto dei quartieri storici è però messo a dura prova ogni giorno. Il cuore pulsante di questa città, i vicoli più “intimi” si stanno imborghesendo l’uno dopo l’altro. Spaccanapoli e i Decumani sono ormai le vie del consumo massificato del cibo; le vecchie botteghe di artigiani, le librerie sono ora “patatinerie”e dispensatori di junk e street food. Non più un centro storico, ma spazi urbani globali e flessibili: un enorme villaggio turistico. Il principio di valorizzare una città come Napoli è certo ottimo, ed è giusto che i turisti portino soldi, opportunità di lavoro, e facciano sì che piazze e strade siano più pulite. Ma il fenomeno è più complesso di quanto sembri. Perché solo alcune strade sono ben tenute, quelle diventate itinerari turistici. Le altre sono invece lasciate al degrado. Il boom turistico porta a conseguenze diversificate sulla città.

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Che l’argomento sia attuale e complesso e se ne parli in giro per la città e in contesti anche più formali è un’evenienza positiva. Abbiamo quindi sentito sulla diversità del centro di Napoli e sulla possibilità della gentrification nella città partenopea lo scrittore napoletano Massimiliano Virgilio che già più volte si era espresso in modo forte sulla vicenda. «Il centro storico ha una sua conformazione molto particolare, una forte caratterizzazione socio-abitativa e una presenza popolare fuori dalla media. In passato vi era anche una connotazione sociale, persa però negli ultimi tempi. Tuttavia se dovessi identificare un centro non sceglierei piazza del Plebiscito. Questa è più un simbolo che un reale centro, è particolare per la sua dimensione spaziale, è quasi un non luogo, una piazza di transito, di grandi eventi».

«Piazza del Plebiscito è più un simbolo che un reale centro: è quasi un non luogo, una piazza di transito, di grandi eventi».

Virgilio però consiglia di non fermarsi ai dati superficiali di questa invasione turistica, ma di scendere nel profondo, di monitorare il turismo di massa, regolamentarlo magari, comprenderne le dinamiche, capirne l’impatto sulla qualità e sul costo della vita, soprattutto scoprire se e per chi è remunerativo. «Il turismo non è sempre e per forza un bene; bisogna vedere questa ricchezza, che obiettivamente porta con sè, verso quali soggetti si dirige. Non è una ricchezza diffusa. Il problema è che Napoli tenta sempre di più di somigliare ad una grande città europea, non avendone i servizi, perciò si devono apprezzare queste nuove dinamiche se sono fruttuose, se portano a miglioramenti tangibili rendendo la città più vivibile. Bisogna sapere gestire questa nuova ricchezza in modo che ci siano dei vantaggi effettivi». Non è un segreto. È sempre più netta la scissione della città in zone dove si sta sempre meglio e zone dove le condizioni peggiorano a vista d’occhio. In un suo articolo lo scrittore aveva definito Napoli “una città classista”, in cui i servizi fondamentali sono di qualità infima e in pratica riservati ai soli benestanti. «Ci sono condizioni disperate per i servizi. Non c’è trasporto pubblico. Per esempio, al museo di Capodimonte, un’eccellenza napoletana, non c’è modo di arrivarci: non ci sono autobus, soprattutto per determinate zone che non sono raggiungibili in metro. La metro, tra l’altro, chiude prestissimo. Interi quartieri sono dimenticati, isolati; non hanno illuminazione, non c’è sicurezza, pulizia». Opposta è, invece, la situazione al centro. «Trovare un alloggio in centro oggi è complicato, i prezzi sono enormi. Il valore degli immobili è aumentato tanto, ma anche le diseguaglianze. Sembra strano ma è così: Airbnb ha cambiato il centro storico».

Analizzare l’andamento dei valori immobiliari in una determinata zona è sempre un buon punto di partenza per capirne le dinamiche e nel centro di Napoli gli affitti sono sempre più alti, grazie anche al proliferare di Airbnb. Secondo “Centri storici e futuro del Paese”, la prima indagine conoscitiva sui centri storici dei 109 Capoluoghi di Provincia italiani realizzata da Ancsa – Associazione Nazionale Centri Storico-Artistici con la collaborazione del Cresme, Napoli è undicesima per prezzo medio delle abitazioni nelle compravendite immobiliari 2016 con quasi 82000 abitazioni per un valore di 22,4 miliardi di euro nel solo centro storico.  

“Napoli è una città classista perché punta sul turismo per generare reddito, ma non ha una risposta per l’aumento degli affitti in centro e non aumenta il livello dei servizi per la periferia”.“Napoli è una città classista, perché punta sul turismo per generare un po’ di reddito, ma non ha una risposta per l’aumento degli affitti in centro e non si preoccupa di aumentare il livello dei servizi per coloro che costringe a trasferirsi in periferia,  da un lato si creano le zone a traffico limitato e dall’altro non ci si accorge di quelle, sempre più vaste, a cittadinanza limitata”, dice Massimiliano Virgilio. Gli affitti turistici a Napoli sono vicini alla saturazione. Secondo “Business Insider” sono attive su Airbnb oltre 5.200 offerte per case e stanze a fronte dei circa 11mila posti letto offerti dalle strutture tradizionali. Tuttavia permane il paradosso di Airbnb: ossia generare grossi guadagni ma sempre meno condivisi e concentrati, invece, nelle mani di pochi. Ad occuparsi dell’affaire Airbnb sono in tanti, ma è da segnalare l’“Airification” delle città: uno studio sull’impatto degli affitti a breve termine in Italia”, ricerca realizzata dalla facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Siena che segnala come nel 2016 siano 4.058 le offerte di alloggi a Napoli nel 2016, con un +219% rispetto al 2015.

Di progetti di ammodernamento della zona comunque ce ne sono. Ma il più delle volte rimangono sulla carta. Alcuni sono sì stati realizzati; uno su tutti la Porta del Sole ad Afragola, un collegamento ad alta velocità tra il Sud e il Nord, ma, mancando di un accesso diretto al centro cittadino, Afragola rimane isolata. Altri invece sono fermi, quasi imbalsamati. La bonifica e rigenerazione urbana di Bagnoli attesa da più di 20 anni in cui sono confluite anche grandi somme di denaro, tutte sprecate; la riqualificazione del Lungomare di Napoli; il mega progetto Restart Scampia che prevede l’abbattimento di tutte le Vele, salvo una che diventerà sede degli uffici della Città Metropolitana di Napoli; la realizzazione di una piazza a pochi passi da metropolitana e parco pubblico, e da spazi aperti, bike sharing, wifi gratuito e la costruzione di un nuovo polo universitario; il nuovo dipartimento di Scienze infermieristiche della Federico II. Non c’è nessuna idea, invece, per un piano per i trasporti che decongestioni Napoli e porti i turisti anche alla scoperta del patrimonio culturale dei Comuni della provincia di Napoli. «Della riqualificazione di Scampia se ne parla da quando ero ragazzino – dice Virgilio -. Non succederà nulla di tutto questo. Ci sarebbero dieci Pigneti a Napoli, dieci Isole. La gentrification a Napoli è impensabile: essa avverrà sempre a metà. Sarà sempre castrata».