Milano è una città gelosa. A differenza dei suoi cittadini modaioli e appariscenti adotta un profilo misurato, nascondendo ai più le proprie meraviglie. Tra i suoi numerosi tesori costuditi con cura vi è sicuramente la Casa Museo Boschi Di Stefano. Qui, al secondo piano di una palazzina degli anni Trenta realizzata dall’architetto Piero Portaluppi, hanno abitato i coniugi Antonio Boschi e Marieda Di Stefano, «collezionisti strepitosi che hanno raccolto oltre 2000 opere d’arte a loro contemporanea» racconta Maria Fratelli, direttrice del museo.

«La collezione oggi rappresenta una testimonianza unica a livello nazionale di quello che è stato il ‘900 italiano»

Donata al Comune di Milano, la collezione «oggi rappresenta una testimonianza unica a livello nazionale di quello che è stato il ‘900 italiano». Le circa 300 opere esposte raccontano una storia lunga ormai un secolo ma soprattutto un amore incondizionato per la bellezza. «I Boschi – continua la direttrice – non furono solo semplici acquirenti, sostanziavano il percorso di molti artisti, supportandoli come veri e propri mecenati». Nelle undici sale dell’appartamento si alternano dipinti di Marussing, Carrà, Casorati, Morandi e ancora tele di Sironi, De Pisis, sculture di Arturo Martini, sino ad arrivare agli Achrome di Piero Manzoni, artista con il quale termina nel ’68 la collezione realizzata in tandem dalla coppia, a causa della morte della stessa Marieda. «Antonio proseguirà da solo e le opere da lui acquistate successivamente sono state ora integrate alla raccolta originale più cospicua» dice Maria Fratelli.

Tra i ritratti della coppia situati all’ingresso dell’appartamento, sono esposte alcune delle opere realizzata da Marieda, a sua volta artista e ceramista: «lei non solo si dilettava nella scultura ma aveva anche aperto al piano terra una scuola di ceramica dove gli stessi artisti che troviamo nella collezione si incontravano con le allieve, diventate poi figure di grande interesse».

Attraversando il salone principale sulle cui pareti spiccano, tra le tante tele, La scuola dei gladiatori: il combattimento di Giorgio De Chirico e Annunciazione del fratello Alberto Savinio, si accede alla sala monografica dedicata a Lucio Fontana: i venti lavori esposti fungono da spartiacque tra la parte della collezione risalente al primo Novecento e quella del secondo dopo guerra. La seconda sala monografica invece è dedicata ad un artista molto legato ai coniugi Boschi, Mario Sironi. «Alcuni dei capolavori esposti sono stati acquistati anni dopo la loro realizzazione e la sala, i cui arredi sono disegnati dallo stesso artista, segna un passaggio di testimone e di gusto». Il nucleo originale della collezione, realizzato dal padre di Marieda, Francesco Di Stefano, si arricchisce: dalle opere degli artisti del gruppo Novecento della Sarfatti, legate a figure, nature morte e paesaggi, si passa «ad un uso molto più espressionista e passionale della stessa figurazione. Sironi, con la sua poetica e con la sua pittura monumentale, è chiaramente un grande innovatore e dopo di lui, nelle sale a seguire, con la parte più espressionista del gruppo di Corrente, inizia il definitivo avvio della collezione dei due giovani sposi».

Nella sala, oltre al «capolavoro assoluto de la Venere dei porti, che segna il passaggio da un Sironi attento al futurismo ad un Sironi più metafisico» per la direttrice le opere più care sono i paesaggi milanesi. «Queste splendide periferie rappresentano città chiuse e silenziose, capaci di emozionarci ancora oggi, durante la pandemia. E i quadri, non a caso, siano stati dipinti ai tempi della spagnola».

«È meraviglioso riaprire. I musei aiutano la tenuta sociale, a costruire comunità»

Dopo tre mesi di chiusura forzata la casa museo ha riaperto al pubblico i propri spazi, presentando anche una mostra dedicata a Gianni Dova, artista conosciuto nel ’46 e seguito dai Boschi durante tutta la sua carriera. «È meraviglioso riaprire» ammette sorridendo Maria Fratelli. «Ci sentiamo investiti come non mai di una responsabilità. I musei aiutano la tenuta sociale, a costruire comunità. Io credo che con la grande attenzione che abbiamo prestato alla sicurezza e con il contingentamento del pubblico, sapremo restituire dei momenti di intimità, attenzione e serenità ma soprattutto dei momenti in cui fare delle riflessioni perché è in luoghi come questi che si possono trovare spunti, visioni e nuove prospettive. Noi siamo convinti di essere necessari».