Che storia, quella della Turchia. Dopo 21 anni di solo Erdoğan, la popolazione ha la possibilità di spodestarlo e affidare le sorti del Paese al “Gandhi turco” Kemal Kılıçdaroğlu.

La giornalista e attivista turca Ece Temelkuran – licenziata nel 2012 da Habertürk, la testata in cui era editorialista, per aver scritto degli articoli critici contro il governo –  scalpita, non vede l’ora di recarsi alle urne e di scoprire i risultati delle elezioni di domenica 14 maggio.La sua trepidazione traspare tutta mentre pronuncia il discorso d’apertura del festival “Che storia!” della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, curato dalla giornalista e autrice Laura Silvia Battaglia.

Anche se i sondaggi danno per favorito il leader dell’opposizione, non abbassa la guardia e non cede al pensiero che tutto sia già scritto:«I leader sono delle persone senza limiti, quindi non possiamo calcolare realmente quello che succederà». Quello che è accaduto ed è incancellabile è la perdita completa della verità, della fiducia nel genere umano, «L’essere stati paralizzati a causa del male dei seguaci di Erdoğan».

Loda il titolo della rassegna e nel suo intervento ne ricalca il sottotitolo, “Percorsi, ritratti, scoperte per una storia tutta da vivere”.Il percorso tracciato riprende il nome del suo libro, Come sfasciare un paese in sette mosse: un fenomeno globale, perché può succedere in Turchia e ovunque. Il ritratto fatto è quello di Erdoğan, un esempio di leader autoritario che ha assunto il potere e ha modellato il proprio regime in pochi passaggi: «Si è associato con le masse oppresse ed è diventato l’unica verità: metà nazione non può essere convinta da alcun tipo di verità e di fatto». «La sua maestria – aggiunge la giornalista – è stata usare la politica delle emozioni per raccontare una grande storia».

La giornalista e attivista Ece Temelkuran ha scritto Come sfasciare un paese in sette mosse. Una strategia utilizzata da Erdoğan, che «si è associato con le masse oppresse ed è diventato l’unica verità: metà nazione non può essere convinta da alcun tipo di verità e di fatto. La sua maestria è stata usare la politica delle emozioni per raccontare una grande storia».  

La politica delle emozioni sembra essere l’asso nella manica dei regimi autoritari, da lei definiti confusionari e variopinti. Racconta che oggi giungono al potere come una forma di intrattenimento e sono molto spettacolarizzati:«I leader autoritari, i leader con delle inclinazioni fasciste avviano le emozioni delle persone. Non parlano di fatti, non promettono realmente niente di vero, non hanno un programma politico: raccontano una grande storia».

L’altra parola chiave di questo festival è “scoperta”.La scoperta racchiusa nelle parole di Ece Temelkuran sta nel comprendere che oggi le persone non hanno la priorità di conoscere la verità: «Vogliamo credere che la verità sia una, che prevalga e che le persone ne abbiano bisogno. E se questo non fosse vero? A quel punto cosa faremmo? La politica di oggi, i regimi autoritari odierni ogni giorno costantemente ci dimostrano che la verità non è importante, non è unica. E a volte le persone non vogliono sentirla». Cita l’esempio di chi è convinto che la Terra sia piatta e non cambierebbe idea nemmeno osservandone la sfericità da una navicella: la sfida per chi li contesta è dimostrare di far capire che sapere è meglio che credere.

La politica di oggi, i regimi autoritari odierni ogni giorno costantemente ci dimostrano che la verità non è importante, non è unica. E a volte le persone non vogliono sentirla». Ece Temelkuran illustra la tendenza del 21esimo secolo.

Nei regimi autoritari la verità non è univoca, ma «può essere moltiplicata, bandita e modificata in modo molto semplice». I leader quindi non si fanno problemi a mentire: il pudore resta solo a chi capisce il loro gioco, mentre loro non lo provano mai: «Se si liberano del senso di pudore e vergogna e mentono, a quel punto tutti i seguaci crederanno che sia normale e che la perdita di vergogna sia uno strumento politico».

Ece Temelkuran racconta di come le persone non si fidino più degli altri e non credano più alle storie, in se stessi e nel genere umano. Una tendenza cominciata con la visione del neoliberalismo, nato negli anni Settanta: «Secondo questa nuova percezione dominante siamo egoisti, egocentrici. Siamo degli esseri fondamentalmente bastardi, non facciamo niente l’uno per l’altro. Non ci sacrifichiamo e non sacrifichiamo niente per gli altri. Siamo competitivi e siamo degli idioti. Combattiamo e litighiamo gli uni con gli altri. Credo che ciò abbia distrutto la fiducia nel genere umano ed è per questo che credo non si vogliano raccontare più le storie, non almeno nel modo così appassionato come fanno i fascisti».

Coniugare fatti e pathos è la soluzione prospettata dalla giornalista per creare una narrazione altrettanto convincente: «Credere è un meccanismo interessante: non ha bisogno di prove, ha bisogno di miracoli. La fiducia in Dio è proprio questo: non si vogliono prove, ma si chiedono miracoli». Il trucco sarà creare dei miracoli attraverso la politica e iniziare a crederci. «Da lì possiamo scrivere una bellissima storia politica che andrà dritta ai cuori delle persone. Quando i fatti non sono sufficienti, abbiamo bisogno di una grande storia per raccontare la verità».