Jordan Angelo Cozzi ci accoglie con un sorriso (nascosto dalla mascherina ma ben avvertibile) nel suo studio fotografico fresco di inaugurazione. Per lui – studente dell’Istituto Italiano di Fotografia originario di Bollate – il fatto di aver scelto di aprire le porte del suo rifugio professionale proprio oggi, durante la giornata internazionale delle persone anziane, non è una semplice coincidenza. A dispetto di quanto si possa pensare su di un fotografo ventiseienne infatti, fulcro della ricerca fotografica di Jordan è proprio la terza età. I suoi scatti ci raccontano vite e storie lunghe settant’anni, ma anche di uno incontro tra generazioni alla fine non così distanti.

Quando è nato il tuo interesse per i più anziani?

Ho iniziato a lavorare con la terza età grazie ad un percorso di volontariato fatto durante il liceo artistico. Ogni mercoledì mattina, io ed altri otto ragazzi, ci recavamo in una casa di riposo e lì parlavamo con alcuni ospiti della stessa. Devo ammettere che all’inizio, da entrambe le parti, si avvertiva una certa titubanza. Eravamo molto freddi ma poi già al terzo incontro ci siamo lasciati andare: noi ragazzi abbiamo iniziato a condividere i racconti che ci erano stati fatti dai nostri nonni e loro hanno incominciato a raccontarci più dettagliatamente le loro vite, dall’infanzia al primo amore fino agli anni della guerra. Da questa esperienza è nato un libro – con racconti scritti, illustrazioni e fotografie – ma anche il mio interesse, non solo verso le Rsa, ma anche verso tutto quel mondo molto variegato che è la terza età.

Anche gli anziani hanno bisogno di affetto, ma soprattutto anche del contatto umano. E ciò traspare anche dalle mie fotografie nelle quali è sempre presente l’elemento del corpo

Ma esistono anche nella realtà – e non solo nei film – coppie che nascono all’interno delle case di riposo?

Sì certo, e sono tante! Molto spesso si tratta di vedovi o vedove che entrano nelle Rsa e che grazie ad incontri e attività varie cominciano a conoscersi tra loro. È come se queste coppie rivivessero il loro primo amore. L’ho trovato subito molto emozionante. Non mi sarei mai aspettato che a quell’età ci si potesse ancora innamorare. E se c’è una cosa che ho capito dopo questi ultimi sette anni è che anche gli anziani hanno bisogno di affetto, ma soprattutto anche del contatto umano. E ciò traspare anche dalle mie fotografie nelle quali c’è sempre l’elemento del corpo, della pelle. E questa è un po’ una differenza con la nostra generazione.  Noi simo abituati a parlare attraverso messaggi, e-mail, vari mezzi, loro invece hanno proprio bisogno di avere quel contatto visivo, fisico, di una carezza. Forse mi sono innamorato della terza età proprio per questo! 

Hai accennato all’elemento corporeo. La fisicità che tu ritrai però in un certo senso contraddice i canoni estetici vigenti…

Spesso le persone anziane non vogliono farsi fotografare perché si vedono per prime i segni del tempo. Ma per me la bellezza sussiste proprio in quelle rughe e attraverso i miei scatti voglio raccontare non solo le storie di chi ritraggo ma anche la storia in sé del corpo umano e del suo cambiamento.

Tra le altre cose hai collaborato anche con Auser, l’associazione per l’invecchiamento attivo…

Con Auser Monza-Brianza ci siamo conosciuti un po’ per caso. Durante il lockdown ho partecipato alle loro iniziative di volontariato, portando a casa degli anziani spesa e piccoli doni, come ad esempio l’uovo di Pasqua. Poi, sempre come volontario, ho deciso di dare una mano alla loro promozione, realizzando foto per raccontare alla gente cosa Auser ha realizzato e realizza. Loro si battono per sensibilizzare prima di tutto gli anziani, per far capire loro che anche dopo i sessantacinque, settantacinque anni, la vita può ricominciare e che questo nuovo inizio parte solo da sé stessi.

Il lockdown è stato un periodo molto prolifico per artisti e fotografi, lo è stato anche per te?

Sì, anche io ho deciso di avviare un nuovo lavoro. Ho lanciato un form – L’amore ai tempi del Covid-19 – rivolto a tutte quelle coppie, questa volta giovani (ride n.d.r.), che sono rimaste separate durante il lockdown. Hanno risposto sia persone che si conoscevano da poco, sia persone la cui relazione duravano da parecchi anni. Ho realizzato gli scatti finali solo pochi giorni fa, in una villa storica di Bollate, cercando di ricreare, nella finzione, quella mancanza di contatto, quella lontananza che hanno vissuto le coppie ritratte.

La festa dei nonni è importante per ricordare a tutti che c’è sempre un passato dietro di noi e che il nostro dovere è quello di prendercene cura

Oggi è la festa dei nonni, che significato ha per te? Il tuo lavoro Generazioni è stato realizzato proprio in occasione di questa ricorrenza…

Per me la festa dei nonni è importante per ricordare a tutti che c’è sempre un passato dietro di noi e che il nostro dovere è quello di prendercene cura. Ed è stata propria una bella esperienza realizzare un progetto come Generazioni. Scattare, in occasione della giornata dei nonni, bambini ed anziani, in gran parte mai conosciutisi prima, mi ha davvero emozionato. Negli occhi dei bambini si leggeva proprio la curiosità e la magia di scoprire un’altra generazione. Penso sia questo il significato di tale festa. 

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