Danzano, scivolano e lanciano gli “stone” sul ghiaccio con colpi precisi da giocatore di biliardo. I “curlers”del Jass Club, l’unica squadra di curling di Milano, si allenano al Palasesto con in testa il mito della Scozia. Agli scozzesi, infatti, come reca un’incisione risalente al 1511 sulla Stirling Stone, la reliquia più sacra per gli appassionati di curling e la prima testimonianza storica della pratica di questa disciplina, si deve l’invenzione di questo sport. Ancora oggi, gli stone che i 4 membri di ogni squadra lanciano verso la “casa” provengono da un’isola al largo della Scozia, Aisla Craig. Soltanto qui si trova il particolare tipo di granito, molto resistente ed elastico, utilizzato per fabbricare gli stone lanciati sui campi di curling di tutto il mondo. Una tipica leggenda scozzese narra che quando la pietra di Aisla Craig si sarà esaurita, il mondo finirà perché non si potrà più giocare a curling.

In Italia il curling, sport minorissimo, è arrivato negli anni ’50. Per lungo tempo è rimasto una disciplina locale, praticata solo a Cortina d’Ampezzo. Poi, gradualmente, si è diffuso in Piemonte e nell’Italia settentrionale. A Milano è arrivato solo nel 2001, portato dal pioniere Alberto Caniatti, fondatore e presidente del Jass Curling Club. «Tantissimi anni fa – racconta Caniatti – ho visto un film di James Bond che mostrava alcune scene di una partita di curling al Sestriere e ne sono rimasto affascinato. Molti anni dopo ho notato che si potevano ricavare tre campi qui al Palasesto, mi sono messo d’accordo con la Federazione per farmi dare quattro stone e ho fondato il Jass Club. Prima non c’era niente a Milano e all’inizio giocavo da solo. Quando sono riuscito a coinvolgere altre tre persone e avere una squadra completa, mi è sembrato un grande successo. Oggi siamo una ventina e partecipiamo al campionato nazionale».
Nel curling vince la partita chi riesce a mandare il maggior numero di stone più vicino al “tee”, il centro della casa, senza l’interposizione di altri stone avversari.  Ma guai a chiamarlo il gioco delle bocce sul ghiaccio. «Le persone, guardandolo in tv, – prosegue Caniatti – non si rendono conto di cosa sia il curling, e lo sottovalutano. Ovviamente somiglia un po’ alle bocce, perché bisogna bocciare, ma anche al biliardo, per via degli effetti che imprimiamo allo stone col nostro corpo quando ci lanciamo dalla pedana, e agli scacchi, perché lo skip, il giocatore più esperto che dirige gli altri tre, deve elaborare una strategia di gioco e modificarla durante la partita senza farlo capire allo skip avversario. È uno sport a tutti gli effetti. Un buon curler deve avere una certa prestanza fisica, precisione e una grande capacità di concentrazione».
Dopo l’Olimpiade invernale di Torino nel 2006, la realtà del curling è cresciuta molto, attirando appassionati e curiosi di tutte le età. «Ci si avvicina al curling – racconta Simone Margheritis, vicepresidente e istruttore del Jass Club – perché è uno sport per tutti. Questa disciplina mantiene ancora lo spirito genuino delle origini: si gioca per divertirsi, rilassarsi e stare bene insieme, senza la competizione esasperata che vediamo nel calcio, e con quel fair play che in altri sport si è un po’ perso».
Come tutti gli sport, anche il curling trasmette valori e abilità che saranno importanti nella vita di tutti i giorni. «Mi ha sempre affascinato – continua Margheritis – la forte componente mentale di questa attività. La forza conta relativamente, perché è uno sport tecnico in cui conta moltissimo l’equilibrio. A differenza di altri sport in cui il terreno è tuo alleato, qui il ghiaccio è tuo nemico e non ti perdona nulla. Bisogna imparare a pensare e muoversi in modo più ordinato, il che è positivo soprattutto per i giovanissimi. La prima cosa che insegniamo ai ragazzini è la disciplina. La testa è più importante del fisico. Loro stessi capiscono che, se si muovono in modo ordinato, rendono e si divertono di più».
Il Palasesto è l’unica struttura a Milano dove si può giocare a curling e non versa in buone condizioni. Le attrezzature sono scarse e piove dentro il campo, disseminato di irregolarità che non aiutano a giocare. «La federazione ha sempre  sostenuto che Milano potesse fare da volano per diffondere il curling a livello nazionale, ma solo a parole. Comune, Provincia e Regione sono perfettamente consapevoli che gli impianti del ghiaccio sono pochi in Lombardia e che a Milano sono strapieni. Costa tanto mantenere un palazzo del ghiaccio rispetto ad altri impianti, quindi capisco anche la riluttanza a investire su sport che stanno diventando famosi negli ultimi anni ma che non hanno ancora un appeal così forte».