Dalla finestra della mia camera, che si affaccia su via Sesto San Giovanni, posso vedere, a poche centinaia di metri di distanza, scheletri di palazzi ancora in costruzione.I cantieri edilizi sono fermi, come quasi tutta Milano, e il grigio caratteristico dominante del cielo meneghino è tagliato solo dall’arancione delle recinzioni installate dagli operai e dell’insegna “Bicocca Village”. Cambio punto di osservazione: la cucina della mia casa che dà invece su viale della Liberazione.

In questi giorni, in queste lunghe settimane, ormai, solo due suoni sono identificabili: quello dei tram e quello delle ambulanze.

L’atmosfera è la stessa: inverosimile, surreale, spettrale. Il suono del cancello dell’abitato che s’apre non riecheggia più; lungo la strada non c’è il via vai ininterrotto di studenti dinanzi la facoltà di Economia dell’università Bicocca; non si odono le urla allegre dei bambini dal piccolo parco di fronte alla facciata Est del mio condominio, e le altalene sono immobili, come quasi tutta Milano..In questi giorni, in queste tre settimane ormai, due suoni sono identificabili: quello dei tram e quello delle ambulanze.Il tram numero 7, quello con destinazione Precotto, lo prendevo per recarmi all’università, ora devo andare a far la spesa. Nel breve cammino che mi separa dalla fermata, mi sconvolge il silenzio, a cui non ero affatto abituato. D’altronde è la mia prima uscita dalla quarantena volontaria iniziata il 22 febbraio: me la sono autoimposta, scegliendo di non tornare dalla mia famiglia in Basilicata.

Mi ero abituato, in questo breve cammino, a sentire il mescolarsi di lingue degli studenti internazionali del campus adiacente al mio alloggio, invece il rumore dei passi sulla scalinata che conduce al passo sotterraneo della tranvia, è proveniente solo dalle suole delle mie scarpe. Al ritorno, prendo l’uscita che dà sul piazzale antistante il Teatro Arcimboldi; di fronte ad esso una Piazza della Trivulziana irriconoscibile: vuota, spenta, oscura, con illuminata solo l’entrata della parafarmacia. Ma non è terminata quella che più che un’uscita, mi sembra un’escursione. Devo infatti raggiungere un negozio d’assistenza per computer, situato a pochi metri dalla fermata metro Dergano. Tanti i sedili liberi nella carrozza del treno, eppure le persone, molte delle quali munite di mascherine d’ogni tipo, preferiscono stare in piedi. Ho preso la metro gialla per andare a riprendere il mio portatile: indispensabile in questo periodo per tanti lavoratori e studenti.Smart working: è probabilmente l’anglicismo più in voga del momento. Usufruire della tecnologia per continuare a lavorare e seguire le lezioni a distanza, evitando gli assembramenti delle aziende, delle classi e delle aule universitarie. “Coronavirus”, “sintomatici”, “asintomatici”, “positivo”, “negativo”: queste le altre parole di pubblico dominio in questa rarefatta quotidianità. «La stavo aspettando  ̶  esordisce il tecnico  ̶  .Mi scusi se l’ho fatta attendere, ma in questi giorni ho avuto una forte febbre, poi fortunatamente andata via. Da vent’anni non avevo neppure un banale raffreddore. Di questi tempi al primo colpo di tosse la paura ti assale».

Già, la paura che ci incute un nemico invisibile, nuovo e, soprattutto, pandemico. È il tempo dei bollettini giornalieri della protezione civile sui numeri dell’emergenza; il tempo in cui diventa virale su Twitter un video di raffronto tra due edizioni dell’Eco di Bergamo a distanza di un mese, con un incremento da una a dieci delle pagine dedicate alle necrologie. Ma è anche il tempo che suscita il canoro patriottismo del nostro popolo, che così cerca di alleviare la prolungata quarantena e le sempre più restrittive misure governative.  E così, dopo essere uscito nella notte per fare scorta d’acqua al distributore comunale, torno nella mia camera, torno alla lettura del paragrafo sulla peste di Giustiniano nell’Historia Langobardorum di Paolo Diacono, alla riscoperta del De Peste di Giuseppe Ripamonti che ispirò il Manzoni. E dopo aver rivisto, solo in foto, mio padre sovrintendente di polizia, con una mascherina FFP3 a coprirne in parte il viso, in compagnia di un collega sul posto di lavoro, mi addormento felice e senza paura.