Un continente, 1 miliardo 360 milioni di abitanti, 28 stati e 24942 contagi da Coronavirus, di cui 780 morti. Questi sono i numeri dell’India, un Paese dalle mille contraddizioni: fra i più ricchi al mondo, ma con un quinto dell’intera popolazione sotto la soglia minima di povertà; in condizioni igienico-sanitarie disastrose, ma con un bassissimo numero di contagi.

All’inizio della quarantena, gli indiani hanno faticato a comprendere appieno la gravità della situazione: per imporre il coprifuoco, deciso dal governo del primo ministro Narendra Modi, spesso la polizia ha deciso di ricorrere alle maniere forti. Nonostante questo, tante delle regole imposte sono materialmente impossibili da rispettare per circa la metà degli indiani.Probabilmente, però, la pandemia di Covid-19 non costituisce neanche la prima preoccupazione di gran parte della popolazione, che rischia di fare la fame. Per arginare l’imminente crisi economica il governo indiano ha stanziato un bazooka da 7mila miliardi di rupie, più di 84 miliardi di euro. Ma lo sviluppo e l’economia indiani sono comunque destinati a subire un forte contraccolpo.

Dati non verosimili e misure di emergenza impossibili da rispettare

Tenendo presente che l’India è il secondo Paese più popoloso al mondo, il numero dei contagi, peraltro comprensivo anche dei guariti e dei decessi, lascia increduli o, se non altro, fa sorgere dei legittimi interrogativi. La quarantena nazionale decisa il 24 marzo dal governo centrale, rappresentato dal primo ministro Narendra Modi, non è sufficiente, da sola, a giustificare un dato così basso. Inoltre, se le misure restrittive avevano lo scopo di operare un serio distanziamento sociale, non si può dire che l’obiettivo sia stato raggiunto.Come effetto immediato, si è avuta infatti una reazione opposta a quella sperata: tantissimi lavoratori delle grandi città, che da un momento all’altro si sono visti privati della possibilità di guadagnarsi il sostentamento quotidiano, si sono riversati nelle stazioni e nelle strade con la speranza di tornare nei loro villaggi d’origine. Si sono create folle oceaniche e sembra impossibile che questo non abbia in qualche modo aumentato la diffusione del virus. In più, una larga parte di queste persone è stata fermata alle frontiere con i vari Stati e risulta oggi essere chiusa in campi di accoglienza appositamente costruiti, oppure in caserme o scuole, dove sembra difficile rispettare le regole che, ancor prima dello Stato, questa pandemia imporrebbe.«Le stesse autorità indiane hanno comunicato che i migranti interni fermati sono circa 700mila, ma si stima che possano essere un numero ben superiore – spiega Rita Cenni, collaboratrice dell’ANSA in India –. Sull’emergenza migranti si è pronunciata anche la Corte Suprema indiana che ha consigliato di affidare l’accoglienza di queste persone alle onlus e alle ong private operanti sul territorio, piuttosto che alla polizia, nota per avere metodi piuttosto brutali».

Rita Cenni, collaboratrice dell’ANSA in India:«Solo la metà degli indiani vive in centri urbani o in metropoli, ha case degne di questo nome, ha servizi igienici e può fare la quarantena seriamente. Ma la maggior parte non può fare né il distanziamento sociale, né mantenere il vero lockdown. Milioni di persone non si possono neanche lavare le mani, perché non hanno l’acqua»

Anche al di fuori dei centri di accoglienza, le condizioni igienico sanitarie dell’India sono disastrose e l’Organizzazione Mondiale della Sanità, nell’elaborazione delle direttive per la gestione dell’emergenza, prende chiaramente come modello di riferimento i Paesi occidentali, dove la stragrande maggioranza della popolazione ha la possibilità di seguire le regole senza grandi problemi. «Il governo centrale, attraverso il suo premier, imponendo il lockdown nazionale, ha fatto una scelta che riguarda la metà del Paese – continua Rita Cenni –. Infatti, solo la metà degli indiani vive in centri urbani o in metropoli, ha case degne di questo nome, ha servizi igienici e può fare la quarantena seriamente.Circa il 45% degli indiani, invece, sono contadini che vivono nelle campagne e nei villaggi, oppure sono persone che, non riuscendo a guadagnarsi da vivere in queste realtà, si trasferiscono nelle città, dove lavorano per strada e vivono ai margini, nei cosiddetti slum (baraccopoli, ndr) oppure in aggregazioni di case dove in 10 metri quadrati alloggiano in 5 o in 6, pur pagando un affitto. Il risultato è che non possono fare né il distanziamento sociale, né mantenere il vero lockdown. Non si possono neanche lavare le mani, perché non hanno l’acqua».

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A rendere il numero dei contagi non verosimile, sicuramente contribuiscono anche altri fattori: l’impossibilità di effettuare un alto numero di test diagnostici e la mancata registrazione di tutte le morti, le cui cause quindi non possono essere accertate. La comunità medica indiana è divisa tra chi prevede che potrà esserci uno tsunami di casi nonostante l’estate e chi invece pensa che il caldo possa uccidere il virus. «Dobbiamo considerare anche un altro aspetto: l’età media degli indiani che si aggira intorno ai 30 anni – prosegue Rita Cenni –. Questo può far sì che, dato che sembra che questo virus colpisca di più persone più avanti negli anni e con altre malattie in corso, la gran parte degli indiani si possa salvare proprio per la giovinezza. Però è anche vero che l’India ha dei livelli sia di diabete che di obesità, e quindi di cardiopatia, altissimi che nessuno conosce: il 20% degli indiani è obeso e il 25% circa soffre di diabete. L’India ricca ha gli stessi guai dell’Occidente, ma quasi ancor più esasperati. Ci sono tutti questi elementi molto contraddittori che non ci consentono di capire quello che succederà davvero. Anche dall’India non lo sapremo mai. Ma non perché ci sia un regime totalitario che cancellerà le informazioni. Il regime tende ad essere molto totalitario, ma non sotto questo aspetto: c’è una stampa libera per adesso, c’è un uso aperto di Facebook e di tutti gli altri social network, ci sono moltissime organizzazioni e associazioni della società civile che provano a riequilibrare le informazioni e che combattono, non è come la Cina. Si tratta proprio di un’impossibilità di raccogliere dati».

Soltanto il tempo potrà dirci quali fattori saranno più influenti, anche se sembrano più forti e numerosi quelli che remano in favore della diffusione del virus piuttosto che quelli in grado di arginarlo o, addirittura, di sconfiggerlo. In ogni caso, con tutta probabilità non potranno mai emergere dei numeri realistici, che diano la dimensione reale di quanto l’India sia stata colpita dalla pandemia.

 

Le paure economiche: la fame e il brusco arresto del processo di sviluppo

Dal punto di vista economico, salta all’occhio la previsione del Fondo Monetario Internazionale, secondo la quale l’India è l’unico Paese al mondo, insieme alla Cina, che nel 2020 registrerà una crescita superiore allo 0%. Tuttavia, si tratta di un dato che non deve ingannare: per non essere vanificata dalla demografia e dagli obblighi di sviluppo, la crescita del Pil indiano non dovrebbe mai scendere al di sotto del 7%. Il subcontinente subirà un enorme contraccolpo a causa della pandemia, esattamente come il resto del mondo, in proporzione alla sua forza, alla sua realtà e ai suoi obiettivi e la necessità di far ripartire il Paese si fa sempre più pressante. «Se è importante per i Paesi occidentali di economia avanzata, lo è ancora di più in India dove il lavoro nero è enorme: circa il 60% degli indiani non fa parte dell’economia formale. Quindi, per loro è ancora più urgente riaprire a dispetto della permanenza del virus, per di più se si tiene conto che appunto il numero dei contagi è molto basso», dice Ugo Tramballi, storico inviato del Sole 24 ore e oggi consulente Ispi. Negli Stati più poveri, come il Bihar, il lockdown è considerato inaccettabile e incomprensibile, stanti i pochi contagi: la paura di morire di fame è ben più grande di quella di morire di Coronavirus. «Il problema per l’India non sarà quello di essere un Paese più povero, con la disoccupazione e però con una struttura socioeconomica come quelle occidentali – prosegue il consulente ISPI – ma è molto più grave». A partire dagli anni 90, infatti, l’India è riuscita a diminuire notevolmente il tasso di povertà globale: all’inizio del secolo era pari al 42%, adesso si attesta attorno a un quinto della popolazione. Ma a causa della pandemia e dello stop forzato all’economia che essa ha imposto, questo processo iniziato 30 anni fa rischia di arrestarsi bruscamente. «Il Paese sa già che si troverà davanti a delle difficoltà: molti dei programmi di sviluppo e di crescita economica saranno messi da parte – commenta ancora Ugo Tramballi –. Sarà accantonata l’idea di Modi di raddoppiare in cinque anni il valore dell’economia, non ci sono i mezzi per raggiungere questo obiettivo. Il suo programma “Make in India”, cioè il piano di incentivi per attrarre investimenti e portare le aziende a produrre in India per poi esportare in giro per il mondo, è destinato ad essere messo da parte: la tendenza sempre più forte in tutto il mondo sarà quella di spingere le multinazionali e le aziende a ritornare a produrre nel proprio Paese e quindi l’India, così come tanti Paesi in via di sviluppo, che avevano puntato molto sulla delocalizzazione dei Paesi ricchi, subirà un colpo pesante per quegli investimenti stranieri non finanziari destinati a restare. Infatti, mentre un investimento alla borsa di Bombay consente di riportare via il capitale nel giro di pochissimo tempo, aprire una fabbrica è un investimento più stabile per il Paese e offre più ricchezza e posti di lavoro».

Già prima della pandemia, nonostante le riforme economiche e la notevole riduzione della povertà, l’India era ancora caratterizzata da enormi disuguaglianze, con un abisso a separare le fasce più povere della popolazione dal ristretto gruppo che detiene la gran parte della ricchezza. Oggi il timore è che questa crisi mondiale travolga il subcontinente e la forbice possa allargarsi al punto da non poter essere più colmata.

Ugo Tramballi, inviato e consulente Ispi: «Il piano di incentivi del presidente Modi per attrarre investimenti subirà un colpo pesante a causa della delocalizzazione non più possibile per le multinazionali. In India, la paura di morire di fame, adesso, è ben più grande di quella di morire di Coronavirus»

 

Il virus come pretesto per discriminare la minoranza musulmana

A dicembre, il Parlamento indiano ha approvato una legge, voluta dal governo Modi, che garantisce una corsia preferenziale di accesso alla cittadinanza ad alcune minoranze che subiscono discriminazioni dai paesi vicini, escludendo i musulmani. Questo provvedimento ha fatto discutere avvocati, attivisti e intellettuali, oltre che la minoranza islamica indiana, una minoranza di 200 milioni di persone. In varie regioni del subcontinente le comunità musulmane sono insorte, organizzando proteste pacifiche, ma la loro voce è stata strozzata dalle rivolte anti-Islam scatenatesi nella capitale e dalla polizia, la quale ha fatto ricorso alla violenza, con un bilancio di 52 morti soltanto a febbraio. Ora, la pandemia di Covid-19 è stata utilizzata come pretesto per continuare a perseguitare i musulmani, accusati di essere i principali “untori” del virus. Abbiamo raggiunto Shivam Vij, giornalista e opinionista politico del ThePrint, per avere il punto di vista di chi questa discriminazione razziale la vive e la racconta tutti i giorni.

Il video dell’intervista