In Italia vivono migliaia di persone che pur essendo cresciute nel nostro Paese non vengono riconosciute come cittadini italiani. Sono persone come Faraz, Priscilla, Evelyne e Maxwell, figli di migranti che hanno scelto l’Italia come residenza molti anni fa, quando i flussi nel Mediterraneo erano numericamente meno pronunciati e numericamente inferiori erano anche le richieste di asilo e di protezione internazionale, a causa dei conflitti diffusi. Questi giovani hanno raccontato ai microfoni di Magzine il loro punto di vista rispetto alla mancata approvazione della proposta di legge sulla cittadinanza, nota ai più come ius soli e che andrebbe a modificare la n. 91 del 1992. Un tema su cui si è discusso molto nel corso della passata legislatura, ma che oggi è scomparso dal dibattito politico nazionale. Quando si parla di ius soli spesso ci si riferisce a nuovi nati o a bambini molto piccoli, ma in Italia vivono da tempo tanti cittadini a metà che, come i nostri intervistati, si sentono italiani in pectore e di fatto ma che per legge non possono esserlo.

Quando mi dicono vai a casa, rispondo sono già qua. Io tvb Cara Italia, sei la mia dolce metà. È il ritornello dell’ultimo singolo di Ghali, il rapper tunisino idolo dei giovanissimi. Il testo della canzone, per quanto apparentemente frivolo, rispecchia bene la situazione in cui si trovano circa 800 mila italiani “di seconda generazione”. Molto spesso vengono chiamati così i figli di immigrati nati o cresciuti qui, ma incontrandoli la  sensazione che a loro non piaccia è netta. Non si sentono diversi dai loro amici nati da genitori italiani, perché hanno il medesimo bagaglio di esperienze alle spalle. Nel 2001 i ragazzi minorenni figli di stranieri e iscritti alle scuole italiane erano 196mila, oggi quel numero si è almeno quadruplicato. Eppure, per il momento la differenza è marcata dall’impossibilità di avere un documento che li identifichi come vorrebbero. Il numero dei senza cittadinanza è in costante aumento, ed è una una fetta sempre più grossa di popolazione destinata a crescere ancora. La politica lo sa ma non se ne occupa, o almeno non più. Non lo ha fatto nel corso della campagna elettorale, non lo farà di certo in quest’ultima settimana che ci separa dal 4 marzo. Quando si domanda a qualche politico il motivo per cui non si è voluto portare a termine la legge sulla cittadinanza spesso ci si sente rispondere “che non era urgente, perché in fondo il modo per diventare italiani già esiste”. Vero, la nostra legislazione permette ai figli di stranieri nati e/o cresciuti in Italia di richiedere la cittadinanza al compimento della maggiore età. Un diritto non acquisito quindi, ma acquisibile, anche se al lato pratico l’iter è complicato.

Il sistema per diventare cittadini italiani è uno dei più rigidi a livello europeo, insieme al modello austriaco e norvegese. I richiedenti devono predisporre di determinati requisiti, tra cui aver vissuto e frequentato ininterrottamente le scuole in Italia. Un percorso reso ancor più tortuoso dai tempi lunghi della burocrazia, che condanna diverse persone a dover attendere anni per una risposta dal Comune di residenza. Chi è già adulto invece deve dimostrare allo Stato il reddito minimo garantito per dieci anni consecutivi e il regolare pagamento dei contributi per i tre anni antecedenti la richiesta.

Alla finestra ci sono persone come Faraz, trentenne di origine iraniana arrivato a Perugia all’età di tre anni. Con la madre e la sorella è scappato dalla sua terra con la speranza di un futuro migliore in Italia. Lavora come infermiere e sta studiando per tentare un concorso bandito dall’Ospedale San Gerardo di Monza. In passato, il fatto di non avere la cittadinanza gli ha impedito di partecipare ad alcuni bandi europei, ed è uno dei tanti giovani che si sente strumentalizzato dalla politica. “Hanno giocato con il futuro di tanta gente – spiega Faraz -. La sinistra ci ha deluso, ha preso in giro chi come me ha creduto nella riforma”. La verità è che il 23 dicembre, giorno decisivo per l’approvazione della legge, l’astensionismo ha prevalso in dosi più o meno massicce in quasi tutti i partiti presenti in Senato.

C’è chi come Evelyne, ghanese d’origine ma brianzola d’adozione, sostiene che alcune forze politiche abbiano giocato sporco. “Da un certo punto di vista preferisco chi dichiara apertamente di non volere una legge sulla cittadinanza – racconta nel corso dell’intervista -. Rispetto ad altri, che invece hanno fatto buon viso e cattivo gioco”. Sia Faraz che Evelyne non hanno mai conosciuto il silenzio della cabina elettorale e non potranno presentarsi al seggio nemmeno il prossimo 4 marzo, ma non possedere la cittadinanza è un deficit che va ben oltre al fatto di non poter votare. I problemi sono molteplici e di diversa natura: vanno dal non avere la possibilità di varcare agevolmente i confini europei, al non poter partecipare a bandi pubblici o esercitare  il servizio civile. Questi sono solo alcuni esempi dei limiti imposti dalla legge a chi non viene riconosciuto lo status di cittadino italiano.

Le parole di Priscilla, arrivata con il padre in Italia quando aveva tre anni, chiariscono bene lo stato d’animo di chi non si sente pienamente accettato dalla società in cui vive. “Al liceo, quando arriva il momento di fare la gita ti rendi conto che non sei uguale a tutti gli altri – rivela nel corso dell’intervista – perché non hai la possibilità di viaggiare liberamente. Per farlo devi ottenere dei visti e dei permessi speciali e anche qui l’iter burocratico è molto lungo”.

Italiani in tutto ma senza carta d’identità, divisi da un sentimento di amore e odio per un Paese da cui non si sentono abbastanza apprezzati. “Un ragazzo di 18 anni ha la possibilità di votare, perché allora io che vivo in Italia da più tempo di lui non posso?” si chiede Maxwell, un venticinquenne dallo spiccato accento milanese che di giorno studia al Politecnico e di notte lavora come inserviente alla Bocconi. “I miei genitori sono immigrati: il papà è ghanese mentre mia madre è del Togo, ma i miei ricordi sono tutti in italiano – racconta Max -. Quello che le persone non capiscono è che la legge avrebbe concesso la cittadinanza a chi già è qui da anni, oppure ai neonati figli di genitori stranieri ma residenti in Italia da tempo. Ci sono dei paletti, infatti si parla di “ius soli temperato”, proprio perché il meccanismo per diventare cittadini italiani non sarebbe stato paragonabile a quanto avviene negli Stati Uniti”. Il termine più appropriato per indicare la legge sarebbe ius culturae, perché effettivamente si sta parlando di inclusione e non di integrazione vera e propria. Come spiega anche Evelyne nel corso dell’intervista: “Integrare significa aggiungere qualcosa di nuovo, mentre noi siamo qui da sempre, cresciamo con una sistema di valore e una cultura italiana. Non abbiamo bisogno di integrarci, siamo già integrati”.

Parole che fanno riflettere, in un Paese scosso da nuove questioni sulla razza. Mentre i proiettili sparati da Luca Traini a Macerata hanno riaperto antiche ferite nel tessuto sociale italiano che dovranno essere rimarginate al più presto, pena un ulteriore inasprimento della delusione anche  di questi italiani di fatto, ma non di diritto.