Nello scontro tra Apple ed FBI in merito allo sblocco dell’iPhone di uno dei responsabili della strage di San Bernardino c’è un nuovo protagonista: Bill Gates.

Il magnate di Microsoft si è schierato a favore dell’agenzia federale, asserendo che l’eventuale apertura del telefono non costituirebbe, come affermato da Tim Cook, un pericoloso precedente. Gates è il primo, tra i big del digitale, ad opporsi alla posizione della casa di Cupertino: prima di lui il fondatore di Facebook, Mark Zuckerberg, quello di Twitter, Jack Dorsey, e il CEO di Google, Sundar Pichai, avevano tutti espresso il proprio sostegno alla causa di Apple.

Il 16 febbraio, Cook aveva pubblicato una lettera rivolta a tutti i clienti Apple nella quale spiegava le molteplici ragioni che lo avevano spinto a opporsi alla richiesta del giudice federale di Los Angeles: «Per molti anni, abbiamo usato la codificazione per proteggere i dati personali dei nostri clienti perché crediamo sia l’unico modo per tenere le loro informazioni al sicuro. «Temiamo che questa richiesta mini le libertà e l’autonomia che il governo dovrebbe proteggere»Abbiamo persino messo quei dati al di fuori della nostra stessa portata, perché riteniamo che i contenuti dei vostri iPhone non ci riguardino. […] L’FBI vuole che costruiamo una nuova versione del sistema operativo di iPhone, in grado di aggirare molte importanti funzioni per la sicurezza, e vuole che lo installiamo su un iPhone recuperato durante le indagini. Nelle mani sbagliate, questo software – che al momento non esiste – avrebbe il potenziale per sbloccare qualsiasi iPhone fisicamente posseduto da qualcuno».

In un’intervista al Financial Times, Bill Gates ha dichiarato: «Si tratta di un caso specifico in cui il governo chiede l’accesso a delle informazioni. Non stanno chiedendo qualcosa di generico, si tratta di un caso particolare». Gates prosegue paragonando la richiesta di informazioni ad Apple ad una qualsiasi richiesta di dati ad una compagnia telefonica o ad una banca. Non ci sarebbe dunque ragione per non collaborare con il governo. Ma il problema della gestione della privacy online è delicato: a tre anni dall’esplosione del Datagate, la mossa di Apple sembra rispondere all’esigenza di sfruttare un caso di risonanza mondiale per ripulire la propria immagine. In realtà, la stessa elaborazione di un sistema di codificazione tale da rendere inaccessibile persino ai costruttori la mole di dati privati degli utenti era nata come reazione allo scandalo rivelato da Edward Snowden.

E proprio Snowden si è pronunciato sul caso più volte dal proprio profilo Twitter: «L’FBI sta creando un mondo in cui i cittadini fanno affidamento su Apple per difendere i propri diritti, invece che il contrario». L’ex dipendente dell’NSA ha aggiunto in un tweet alcuni motivi per i quali la richiesta dell’FBI appare ancor più controversa. «È il più importante caso tech del decennio»I contatti tra Apple e il governo per la collaborazione nelle indagini erano già cominciati a gennaio, quando la compagnia di Cupertino aveva proposto un metodo già utilizzato in altri casi: portare il telefono in un’area coperta da una rete WiFi che il dispositivo riconoscesse, in modo da attivare il backup automatico su iCloud. In questo modo, gli ingegneri avrebbero potuto recuperare i dati relativi alle comunicazioni delle ultime settimane. L’ultimo backup del telefono in questione risale infatti a sei settimane prima della strage e i federali sono già in possesso dei dati relativi ai precedenti backup.

Tuttavia, si è presto scoperto che la password dell’account iCloud di Farook, l’attentatore, era stata cambiata: nell’iPhone era memorizzata la vecchia password, e questo significa che è impossibile riuscire a connettere il dispositivo con il server Apple. Il responsabile della modifica sarebbe il Dipartimento di Salute Pubblica di San Bernardino, presso cui Farook lavorava, e che gli aveva fornito il telefono aziendale in questione. E in merito a queste vicende Snowden esprime le proprie perplessità.

Primo: l’FBI è già in possesso delle registrazioni delle conversazioni di tutti i sospetti, in quanto fornite dagli operatori telefonici.

Secondo: l’FBI ha ottenuto tutti i backup dei dati fino a sei settimane prima dell’attentato.

Terzo: le copie dei contatti dei sospettati con eventuali collaboratori (ciò che l’FBI sostiene di voler ottenere) sono disponibili come duplicati nei telefoni dei collaboratori stessi.

Quarto: il telefono in questione è un telefono aziendale del governo, soggetto al consenso al monitoraggio, non si tratta di un dispositivo per comunicazioni segrete tra terroristi. I telefoni “operazionali” sono stati distrutti dagli attentatori stessi, e non “protetti da Apple”.

Quinto: esistono metodi alternativi per accedere a questo dispositivo – e ad altri – che non richiedano l’assistenza degli ingegneri Apple.

Queste osservazioni sembrano mettere in dubbio l’onestà dell’intenzione dichiarata dall’agenzia governativa. Secondo gli esperti di sicurezza online l’FBI ha coinvolto il tribunale federale per creare un caso mediatico: la risonanza data dalla pubblica sensibilità all’argomento del terrorismo (con 14 vittime ad appesantire la vicenda nelle coscienze) riuscirebbe a far prevalere l’esigenza della sicurezza al costo della libertà. In questo modo si verrebbe a creare il precedente legale per giustificare il ripetersi di qualsiasi operazione analoga in futuro.

Queste ambizioni, d’altronde, non sono nemmeno troppo segrete: secondo quanto riportato da Bloomberg Business , nel novembre del 2015 la Casa Bianca avrebbe tenuto un meeting segreto con i maggiori ufficiali della sicurezza nazionale per ordinare alle agenzie governative di tutti gli Stati Uniti di trovare un modo per contrastare i software di codifica ed avere accesso ai dati degli utenti meglio protetti dei dispositivi più sicuri, tra cui, naturalmente, l’iPhone. In un memo dell’NSC una serie di provvedimenti per aggirare le misure di sicurezza dei dati digitaliLa decisione, formalizzata in un memo riservato del National Security Council, avrebbe compreso lo sviluppo di tecnologie in grado di aggirare la codifica, l’aumento di budget a questo scopo e l’identificazione delle leggi da cambiare per consentire agli investigatori di accedere a qualsiasi informazione contenuta in un dispositivo o vagante per l’etere. La decisione del giudice di Los Angeles può essere inquadrata, se non come esplicito effetto di questi provvedimenti, almeno come strettamente correlata ad essi.

La questione è davvero complessa e la posta in gioco è molto alta: può un governo costringere legalmente un’azienda ad autodistruggere i propri sistemi di sicurezza, esponendo milioni di clienti a un pericolo di tale portata? Qualora Apple perdesse la causa contro il governo, questo processo potrebbe estendersi anche all’estero?

È assai probabile che la sottomissione di un gigante della tecnologia all’esigenza di controllo della sicurezza nazionale determinerebbe il crollo del primo, come evidenziato da Snowden nel tweet qui sopra. Probabilmente è qui che s’inserisce l’intervento di Bill Gates, storico competitor del brand della mela.

Dagli sviluppi di questa vicenda dipende il futuro di tutti noi e la libertà di proteggere la nostra privacy.