Un mozzicone di sigaro in bocca, un paio di occhiali da vista e la barba folta. Umberto Eco usciva dalla sua casa in piazza Castello a Milano e raggiungeva a piedi il Caffè Sforzesco di via Dante per bere il solito gin tonic o un martini dry. La gente che passava di lì lo riconosceva e si fermava, ma «lui non era vanitoso e non faceva mai pesare questa sua autorevolezza, del resto i veri grandi non hanno bisogno di atteggiarsi».

A quarant’anni dalla prima edizione del best seller mondiale “Il nome della Rosa”, la casa editrice La nave di Teseo ha dato nuova vita al romanzo corredandolo degli schizzi realizzati dall’autore stesso. «Lui era un po’ come Fellini…certo, Fellini aveva più abilità nella grafica perché scriveva per giornali satirici; Eco invece no, ma i personaggi sono interamente disegnati da lui: i monaci, per esempio, hanno ognuno una faccia e la barba diversa». A svelare le tappe di questo viaggio tra l’Eco intellettuale e l’Eco umano è Matteo Collura, giornalista e scrittore siciliano, residente a Milano da cinquant’anni, già biografo di Leonardo Sciascia.

La storia di amicizia tra Umberto Eco e Matteo Collura inizia a pochi passi dal Piccolo Teatro di Milano. Sorgeva in via Rovello una libreria antiquaria dove fu fondata un’istituzione culturale dedicata al grande editore e umanista Aldo Manuzio. Nasceva così nel 1989 l’Aldus Club, l’Associazione internazionale di bibliofilia che negli anni ha promosso e realizzato conferenze, visite a biblioteche e viaggi culturali. L’idea di unire politici, intellettuali e liberi professionisti, amanti dei libri e del collezionismo, è di un napoletano, Mario Scognamiglio, conosciuto anche come “il libraio di via Rovello”. Scognamiglio «ha dedicato la sua vita, certo, a vendere libri antichi, […] ma sono pronto a scommettere che sono più i libri che ha regalato ad amici e appassionati che quelli che ha venduto», scriveva di lui Umberto Eco dopo la sua morte.

Un ritratto inedito del “professore”, collezionista raffinato, bibliofilo attento, ma soprattutto uomo sagace e divertente. Perché ciò che non si conosce di Umberto Eco è il suo straordinario senso dell’umorismo e la sua semplice umanità

«Ci incontravamo una o due volte al mese con il Consiglio Direttivo e poi due volte alla settimana ci si vedeva al bar come si fa nei piccoli paesi», racconta Collura, cercando tra gli scaffali della libreria di casa un libriccino intitolato “I Quaderni dell’Aldus Club”. Il primo numero, pubblicato nel settembre 2016, è interamente dedicato a Umberto Eco, scomparso sette mesi prima. Dopo la presidenza di Leonardo Sciascia «per un giorno e una notte» – morì infatti il 20 novembre del 1989 -, Eco divenne “il Presidente” del club e «il santo protettore» dell’Almanacco del Bibliofilo, una raccolta di ventitré volumi pubblicati dal 1991 al 2012.

Ma per capire cosa sono davvero queste pubblicazioni, ci affidiamo alle parole che lo stesso Eco scrisse nella prefazione al primo numero: «Ci sono due generi di almanacco. Alcuni appaiono come pacchi ricchi di soli dolciumi, che si consumano alla fine delle feste […]. Altri invece sono come pacchi che contengono giochi e passatempi che durano a lungo anche dopo le feste […]. Dopo varie discussioni si è deciso che l’Almanacco per bibliofili deve aspirare a una ragionevole eternità e che la seconda formula era preferibile. Ma che, se di almanacco si trattava, con le sue caratteristiche di pacco a sorpresa, doveva contenere qualche festa inconsueta e irreperibile, capace di incuriosire l’appassionato di buoni libri». Mario Scognamiglio era il promotore di questa serie di testi, stampati da Olivieri su carta speciale, e ogni anno Umberto Eco proponeva il tema particolare sul quale i bibliofili avrebbero potuto regalare dei piccoli gioielli di scrittura. «Morto lui nessuno se l’è sentita di andare avanti. Abbiamo pubblicato quindi “I Quaderni dell’Aldus Club”». Nell’ultima pagina di questo primo libriccino, Matteo Collura racconta di un «episodio privato nell’ultima parte della sua vita che merita di essere conosciuto, perché rivelatore del suo grande cuore e della sua calda umanità».

«Mario Scognamiglio sapeva che doveva morire perché aveva un tumore e fece una morte “socratica”. Ci riunimmo in un caffè in via Dante, eravamo parecchi amici bibliofili con le mogli e le compagne, anche se solitamente ci vedevamo solo noi. A un certo punto lui diede un foglio a Umberto – il Cantico delle creature di San Francesco d’Assisi scritto in lingua originale – perché voleva che lo leggesse lui a noi. Mario non era un cattolico, però credeva nella promozione umana e in quell’imperativo kantiano “il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me”. Eco era un medievalista, sapeva come leggere l’ode e quindi la decantò in pubblico. Fu una cosa molto commovente perché si capì che era un saluto estremo di questo nostro amico carissimo, questo napoletano molto generoso, amichevole e rivolto verso il bene. Si creò un momento di grande emozione, fu una bellissima cosa. Eco era anche questo».

Matteo Collura: «Ancora oggi dicono che è un grande semiologo, un grande intellettuale prestato alla letteratura, ma a Umberto sarebbe piaciuto essere considerato un grande narratore e scrittore. In effetti lo era».

Ma non solo. «Era considerato un genio della letteratura e del pensiero. Era una specie di ambasciatore positivo per l’Italia, rappresentava il meglio di questo Paese. Nessun altro, infatti, ha avuto all’estero un peso come lui, non soltanto come popolarità ma anche come stima». Eppure ciò che forse non si sa del “professore” era il suo straordinario senso dell’umorismo e la sua semplice umanità. «Come se fosse un vecchio studente, aveva conservato il gusto della goliardia. Era sempre lì con la battuta pronta, amava le barzellette e, tra l’altro, se le ricordava tutte e gli piaceva adattarle alla provenienza e al mestiere degli amici».

Nei suoi libri traspare il tono beffardo e la sua sconfinata cultura. Era una buona forchetta, amava le penne stilografiche e, sempre al passo con i tempi, «appena usciva un nuovo smartphone subito doveva fare vedere che l’aveva». E poi come tutti coltivava le sue piccole manie. «Aveva una biblioteca sconfinata, una delle più importanti come qualità, non solo come quantità – racconta l’amico Collura -. Aveva libri meravigliosi, tra i più belli, anche di medicina, di botanica e di viaggi. Ricordo il suo compiacimento quando lo guardavo di sottecchi mentre tenevo i suoi libri in mano e traspariva la mia emozione nel toccare quel tesoro a stampa».

Per lo scrittore siciliano, Umberto Eco era divertente, come «quando siamo stati insieme in Egitto per donare dei libri alla Biblioteca di Alessandria e nel tragitto in pullman da Il Cairo ci ha fatto cantare tutti i cori che si fanno quando gli impiegati vanno in gita»; era sapiente e imprevedibile. Ma soprattutto aveva una «memoria straordinaria e la memoria aiuta tantissimo».

Prima di morire, Umberto Eco ha espresso il desiderio che non venisse organizzato nessun incontro in sua memoria per i dieci anni a venire. «Forse per evitare che ci si affollasse in questo ricordo, per fare in modo che si scremasse tutta questa attenzione e rimanesse quella vera, quella di chi effettivamente avrà qualcosa di utile da dire». Sono passati solo quattro anni e ne passeranno ancora sei prima che qualcuno possa ridisegnare la figura di un genio contemporaneo e magari restituirgli quel sogno che ha sempre custodito gelosamente. «Ancora oggi dicono che è un grande semiologo, un grande intellettuale prestato alla letteratura, ma a Umberto sarebbe piaciuto essere considerato un grande narratore e scrittore. In effetti lo era».