Vedere il mondo con gli occhi di un terrorista. Potrebbe sembrare una aberrazione e invece è una forma di denuncia politica. Fatta attraverso i comics e pubblicata via social media. Gianluca Costantini non ci vede nulla di male e ne ha fatto una cifra del suo impegno come cartoonist, lui che è uno tra i più creativi, impegnati e richiesti nel panorama fumettistico italiano. Ravennate, artista e insegnante, collabora, tra gli altri, con Internazionale, il Post e Pagina99.

“Disegnare il nemico”, un progetto controcorrente in un periodo di fortissime tensioni internazionali: come è nata l’idea di raccontare la vita e la mente di un terrorista?

Le notizie che leggevo sui giornali e quello che vedevo in tv mi sembravano pieni di stereotipi, di informazioni preconfezionate, che non aiutavano a comprendereLo spunto mi è venuto dopo gli attentati di Parigi contro Charlie Hebdo: le notizie che leggevo sui giornali e quello che vedevo in tv mi sembravano pieni di stereotipi, di informazioni preconfezionate, che non aiutavano a comprendere. Ho quindi proposto al direttore di Internazionale di disegnare la storia di uno degli attentatori, una storia che ne indagasse la vita e cercasse di vedere il mondo con i suoi occhi. Così ho raccontato la vita di Chérif Couachi, che è stata poi pubblicata sul sito web della rivista.

Non volevo giudicare, ma cercare di capire un po’ di più il suo punto di vista. La sua era una storia interessante, non di una persona straniera che arriva dal Medio Oriente per seminare la morte ma di un francese nato lì, che ha deciso di rivoltarsi contro la società in cui cresciuto. Una storia di quartiere, di mancata integrazione. Dopo la storia di Kouachi ho disegnato altre storie, l’ultimo episodio è stato pubblicato su Pagina99 e racconta la storia di Abboud, uno degli attentatori del 13 novembre scorso a Parigi.

Il suo lavoro si inserisce in un importante filone fumettistico di denuncia politica che sta sempre più prendendo piede, soprattutto a livello internazionale.

Sì, dalla seconda guerra del Golfo in poi molti disegnatori hanno sentito l’esigenza di utilizzare il fumetto come strumento di denuncia e analisi politica, trasformandosi in autori politici. Non si vuole fare satira, ma analisi. Sono molti gli autori nel mondo che si sono avvicinati a questo modo di intendere il fumetto: il cartoonist più famoso è il brasiliano Carlos Latuff. Non siamo formalmente uniti in un gruppo: ci conosciamo, ci scambiamo idee, ma si opera in modo indipendente, spontaneo. Secondo la propria sensibilità.Il fumetto come strumento di denuncia e analisi politica. Non per fare satira

Lei è stato sia sceneggiatore che disegnatore della storia di Couachi? Come si è preparato, qual è stato il percorso che ha seguito per cominciare il lavoro? È stato diverso rispetto ad altri suoi precedenti progetti?

Sì, sono stato sia lo sceneggiatore che il disegnatore. Mi sono documentato all’inizio facendo delle ricerche su Couachi e sulla sua vita. Da lì sono poi partito per sviluppare il progetto. Ho cercato di dare veridicità alla storia anche attraverso una rappresentazione fedele dell’ambiente, delle persone, dei luoghi. Questo è stato l’approccio estetico che ho adottato sin dal libro su Julian Assange del 2011, Julian Assange & WikiLeaks. Solamente per quanto riguarda il viso di Couachi mi sono ispirato ad un modello diverso, ad uno degli attori del film L’odio. A parte questo, ho ricercato sempre di riprodurre la realtà.

Da un punto di vista tecnico, ci sono state soluzioni particolari che ha adottato, rispetto ad altre sue opere? Quali sono state e perché le ha adottate?

Il lavoro ha dovuto necessariamente rispettare i tempi rapidi del giornalismo, della notizia. Ho quindi scelto di eseguire disegni veloci, con un semplice segno a china nero, senza colori. Quelli li ho poi aggiunti successivamente al computer.

Ha ricevuto critiche o è stato osteggiato per il fatto di essersi calato nei panni del nemico? Come è stato accolto il suo lavoro in Francia?

La storia è stata pubblicata in Francia da Courrier international, nella sua versione cartacea. E le reazioni sono state molte, e di segno opposto. I messaggi di supporto e apprezzamento sono stati parecchi, altri invece criticavano il mio lavoro perché lo vedevano come uno strumento per glorificare e rendere importanti queste persone. Ovviamente, tantissimi sono stati i commenti xenofobi e razzisti, specialmente sui social network.

In Italia, invece, la storia è passata sotto silenzio.

Su Facebook ha scritto: “Conoscere gli uomini per capire perché si trasformano oppure perché vengono trasformati da altri nell’odio.” Come emerge da alcuni dei commenti che ha ricevuto, la differenza tra conoscere il nemico e giustificarlo può  essere labile, soprattutto quando la memoria è ancora fresca e le ferite aperte. Lei non teme che il suo lavoro possa, appunto, essere strumentalizzato? Di essere tacciato come un fiancheggiatore, un artista che per entrare nella mente del terrorista in qualche modo finisce per giustificarne le azioni?

Il mio è stato solo un tentativo di ricercare le motivazioni che potevano esserci dietro i gestiIo non voglio assolutamente giustificare nessuno degli attentatori di Parigi. Il mio è stato solo un tentativo di ricercare le motivazioni che potevano esserci dietro i gesti compiuti da queste persone. Non credo nei super cattivi, ma ritengo che il contesto sociale in cui si è cresciuti, la storia della propria vita, la formazione ricevuta siano fattori determinanti per arrivare a compiere certe scelte. Assieme a un po’ di follia. Ripeto, non li giustifico, ma certamente una persona non può essere considerata cattiva solo perché è un francese di seconda generazione.

Couachi e Abboud, l’inizio e la fine del suo progetto. Persone diverse, con storie umane differenti. Che cosa, secondo lei, li ha accomunati nel loro delirio terroristico?

Sì, erano persone differenti, con una vita più difficile nelle periferie parigine il primo; un ragazzo invece di buona famiglia, con una buona educazione il secondo. Una differente storia personale, che rende Couachi più difendibile. In entrambi in casi, comunque, ritengo che un fattore comune sia da ricercare nel fallimento delle politiche di integrazione: c’è qualcosa di sbagliato che impedisce a queste persone di sentirsi parte integrante della società, francese o belga, in cui crescono. Si sentono respinti.

Forse anche loro non vogliono essere integrati, rifiutano il modello della società in cui crescono?

Sì, può essere.