FOIA: questo acronimo sconosciuto ai più dovrebbe essere una prerogativa fondamentale di uno stato democratico come l’Italia. Il Freedom of Information Act garantisce ai cittadini libero accesso senza restrizioni alle informazioni delle pubbliche amministrazioni a qualsiasi livello. Il Foia per antonomasia è quello statunitense del 1976 ma la filosofia giuridica che c’è dietro (il diritto dei cittadini di conoscere e valutare l’operato di chi li governa) ha origine in Europa, e più precisamente in Svezia, alla fine del ‘700.

Nel nostro Paese il Foia non è ancora presente nell’ordinamento legislativo. Questa mancanza è un’anomalia nostrana anche perché il Foia è già una realtà in più di novanta Paesi. L’iter legislativo è stato avviato. Il Freedom of Information Act è stato inserito nella legge delega della riforma della pubblica amministrazione approvata lo scorso quattro agosto. Adesso il governo entro sei mesi dovrà varare il decreto legge che disciplina la materia. Magzine ha raggiunto Guido Romeo, co-fondatore di Diritto Di Sapere e coordinatore della campagna Foia4Italy, per farci spiegare meglio a che punto è la discussione sul Foia e quali prospettive si aprirebbero per il giornalismo in caso la legge fosse promulgata.

Perché il combinato della L.241/1990 e il D.Lgs. 33/2003 non ci permette di affermare che anche l’Italia, come più di altri 90 Paesi, possegga un Foia?

Il decreto 33, annunciato a torto nel 2013 come il Foia italiano (dopo essere stato messo all’ordine del giorno del Consiglio dei Ministri come “varie ed eventuali”. Non è un FOIA perché, pur essendo molto moderno, riguarda solo una parte delle informazioni raccolte dallo Stato. Se lo si legge vedrà chiaramente che è ispirato alla limitazione della corruzione più che alla trasparenza amministrativa per se stessa.

La 241 rimane invece la legge di riferimento sull’accesso all’informazione della PA, ma non è un Foia per due motivi fondamentali che la squalificano.

Nel diritto italiano, a differenza dei paesi con un vero Foia, il diritto di conoscere un’informazione raccolta dallo Stato con risorse del cittadino non discende automaticamente dalla cittadinanzaIl primo è quello che ha spiegato qualche giorno fa lo stesso Bernardo Mattarella, capo dell’ufficio legislativo del Ministero della Funzione Pubblica che sta in queste settimane scrivendo il cosiddetto “Foia italiano” previsto dalla riforma Madia. Il punto centrale è che nel diritto italiano, diversamente da quello dei Paesi che hanno un vero Foia, non discende automaticamente dalla cittadinanza il diritto di conoscere un’informazione che è stata raccolta dallo Stato per conto e con risorse messe a disposizione da parte del cittadino.

L’art. 22, comma 1 della 241 recita infatti che l’accesso è un diritto di tutti gli “interessati” da intendersi come “tutti i soggetti privati, compresi quelli portatori di interessi pubblici o diffusi, che abbiano un interesse diretto, concreto e attuale, corrispondente ad una situazione giuridicamente tutelata e collegata al documento al quale è chiesto l’accesso”.

Questo vuol dire che se partecipi a un concorso pubblico hai diritto di chiedere l’accesso alla graduatoria finale qualora non fosse pubblica, ma che se vuoi sapere se la mensa scolastica di tuoi figlio ha superato la certificazione sanitaria della Asl non puoi perché non hai “un interesse diretto, concreto e attuale”. A meno che tuo figlio non sia vittima di un’intossicazione e allora ne avresti diritto (questa è una storia vera, non un caso ipotetico).

La seconda grande limitazione della 241 è il comma 3 dell’art 24 che dice: “Non sono ammissibili istanze di accesso preordinate ad un controllo generalizzato dell’operato delle pubbliche amministrazioni”.

A dispetto di quello che dicono i politici, l’accountability dell’operato della PA non ha affatto la strada spianata. Anzi, gli uffici pubblici hanno degli ottimi mezzi per rifiutare le richieste di accesso.

Non a caso nei rating internazionali sul diritto di accesso, l’Italia occupa oggi una delle dieci posizioni peggiori al mondo (97esima su 102, dietro a Giordania e Tajikistan).

A questo si aggiungano le pessime statistiche legate alla pratica amministrativa, a come cioè le amministrazioni si comportano nel quotidiano. Un monitoraggio (il primo in Italia) che avevamo fatto nel 2014 con Diritto Di Sapere ha mostrato un tasso bassissimo di soddisfazione delle domande (appena il 24%) e, cosa ancora più grave nel 65% dei casi le amministrazioni non rispondevano nemmeno alle richieste del cittadini.

A che punto è l’iter della legge delega?  Si può auspicare che per il febbraio del 2016, scadenza dei termini della delega, il Foia sarà effettivamente legge?

Il Ministro Madia lo ha promesso pubblicamente all’Italian Digital Day entro l’anno. Il tema però non è il quando ma il cosa.

Noi abbiamo stilato la nostra proposta. Abbiamo deciso di scrivere una proposta di legge e come Foia4Italy abbiamo sempre ribadito che un testo che non rispetti i nostri 10 punti irrinunciabili non lo considereremo un Foia.

Nel caso il Foia diventasse una legge, come si può evitare che alla normativa manchi poi un’applicazione concreta? Non si corre il rischio che gli uffici amministrativi facciano resistenza, evadendo le richieste di accesso dei cittadini?

Certo per questo ci sono i punti  5 e 10. Il punto 5 prevedere che le eccezioni all’accesso siano chiare e tassative. Mentre il punto 10 disciplina le sanzioni in caso di accesso illegittimamente negato.

L’entrata vigore del Foia quali prospettive aprirebbe per i giornalisti? L’acceso ai documenti della PA può dare nuova linfa al giornalismo di inchiesta?

Certamente. Io sono giornalista e ho cominciato questa campagna proprio per questo.L’entrata in vigore del Foia aprirebbe nuove possibilità: le “prove documentali” sono il pane di chi fa inchiesta anche per questioni di tutela legaleBasta scavare un po’ sotto la superficie delle inchieste americane tra quelle da Pulitzer e non solo, per vedere quante cose saltano fuori grazie al Foia.

Questo aprirebbe nuove possibilità perché le cosiddette “prove documentali” sono il pane di chi fa inchiesta anche per una questione di tutela legale. Oggi il 99% di questi materiali vengono ottenuti grazie al lavoro della magistratura, ma mette in qualche modo, i giornalisti al traino del lavoro degli inquirenti. Avremmo molto più materiale su cui lavorare e magari riusciremmo anche a prevenire qualche episodio corruttivo o a identificarlo sul nascere invece che denunciare l’irrimediabile già successo.

Il Foia darebbe la possibilità di accedere ai big data della PA. È corretto dire che il data journalism, genere ancora di nicchia in Italia, potrebbe beneficiarne e avere un forte sviluppo?

Tecnicamente i big data sono masse di dati dell’ordine degli Zettabyte, ovvero miliardi di Terabyte. Per fortuna quelli della PA non lo sono, altrimenti non sapremmo come maneggiarli visto che non abbiamo supercomputer all’altezza. A me, ad esempio, basterebbero alcuni kilobyte o forse un mega di ciò che ho chiesto per portare avanti mia inchiesta sui derivati sul debito pubblico italiano. Ma che sfortunatamente ancora mi negano. Non solo mi è stato proibito l’accesso ai termsheet, le condizioni che regolano i contratti sulla stipulazione del debito, ma sono stato anche multato. La Terza sezione sezione del Tar del Lazio mi ha condannato a pagare 1000 euro per le spesi legali al Ministero dell’Economia e delle Finanze.