Quando si pensa al mondo dell’arte milanese, i primi nomi che vengono in mente sono la Pinacoteca di Brera e il Cenacolo vinciano. Soprattutto per chi non vive nel capoluogo lombardo, è difficile fare riferimento ad altre realtà museali che caratterizzano la città. Camminando per le strade del centro storico, però, può capitare di imbattersi in palazzi che nascondono al loro interno tesori di valore non meno prestigioso.

Il Museo Poldi Pezzoli è un esempio. Incastonato tra gli edifici che si affacciano su via Manzoni, si fa notare per i due stendardi colorati – rosso e viola – che segnalano a tutti la sua presenza. E che presenza: varcando la soglia, si entra in un cortile che permette al visitatore di avvicinarsi con curiosità al vero ingresso del palazzo. Le porte a vetri lasciano intravedere ai turisti in fila la frenesia della biglietteria, ma non svelano ancora la bellezza che si respirerà una volta entrati nelle sale del complesso.

Abbiamo deciso di visitarlo in un periodo molto delicato per il settore culturale e non lo abbiamo scelto a caso: il Museo Poldi Pezzoli ha sbaragliato la concorrenza ed è stato il primo a riaprire non solo a Milano, ma in tutta la Lombardia. I battenti si sono schiusi al pubblico da lunedì 18 maggio, proprio il giorno che il governo aveva indicato per la ripartenza generale delle grandi strutture museali, che al contrario hanno rimandato l’apertura di una settimana, a cavallo tra il 25 e il 26. Parlando con Federica Manoli, Collection manager del Poldi Pezzoli, si chiarisce il perché: «Probabilmente gli altri musei hanno avuto difficoltà che noi non abbiamo incontrato. Il nostro è un complesso di piccole dimensioni e quindi la gestione è decisamente più agile».

La seconda domanda, a questo punto, è inevitabile: come ci si sente a essere i pionieri della Fase 2? Sotto la mascherina, la dott.ssa Manoli sorride, l’orgoglio che le brilla negli occhi: «In realtà con una parte di responsabilità, perché stiamo facendo per primi degli esperimenti sulla gestione di questa situazione che ogni giorno crea delle piccole criticità da risolvere. Per quanto avessimo dedicato due settimane alla preparazione dell’apertura, comunque l’applicazione di tutte le norme previste per la sicurezza delle persone implica una serie di operazioni che prima non si faceva e che ha costretto a riorganizzare tutte le procedure».

La sicurezza, certo. Se qualcuno pensa che passare attraverso gli opportuni controlli possa in qualche modo scoraggiare i visitatori a recarsi in museo, si sbaglia di grosso. Lo testimonia anche la fila distanziata che incontriamo al nostro arrivo, con circa dodici persone che aspettano pazientemente il loro turno per entrare nel palazzo. Ma quali sono le misure previste per permettere un accesso sicuro a tutti? Innanzitutto – e inevitabilmente – «il contingentamento degli ingressi, con una persona o un nucleo familiare per volta. Si chiede, ma non si obbliga, a prenotare online in modo da non avere un passaggio diretto di denaro. All’ingresso viene misurata la temperatura corporea con un termoscanner e le persone devono pulire le suole delle scarpe su un apposito tappetino, oltre a igienizzare le mani. I flaconi di gel sono posizionati non solo al pianterreno, ma anche all’ingresso delle sale del primo piano in modo da chiedere ai visitatori di sanificare le mani il più possibile. Nel momento in cui entrano nelle varie sale non c’è pericolo che le persone si possano contagiare perché, come regola di ogni museo, è vietato toccare ciò che è esposto».

Date le polemiche che hanno caratterizzato le settimane di lockdown a proposito della disponibilità di materiale sanitario, domandiamo se ci sono state difficoltà per acquistare quanto necessario. Manoli scuote la testa: «Fortunatamente non ne abbiamo incontrate, ci siamo mossi per tempo per reperire tutto. Poi c’è stata una settimana di lavoro di due o tre persone per organizzare materialmente tutto con i consulenti della sicurezza».

Ora che l’attività del museo è ripartita a pieno ritmo, come si gestirà il flusso di visitatori? «Abbiamo pensato di far entrare 25 persone all’ora perché disponiamo di 27 sale: alcune hanno grandi dimensioni, perciò possono accogliere comodamente anche quattro ospiti sempre assicurando il distanziamento sociale», spiega Manoli. E aggiunge: «Chi può prenotare si avvantaggia e si porta avanti, ovviamente, ma non tutte le persone sono agili in termini di tecnologia e non ci sembrava corretto limitare la loro visita al museo o renderla impossibile obbligando il passaggio online».

L’accesso è quindi libero, purché si rispetti sempre la distanza di almeno un metro anche stando in fila davanti alla biglietteria. Anzi, per incentivare il pubblico a frequentare di nuovo le sale del museo si sta già applicando una vera e propria promozione di cui Manoli racconta la nascita: «Abbiamo attivato un’iniziativa straordinaria grazie alla generosità dell’Associazione Amici del Museo Poldi Pezzoli, che ha deciso di contribuire al pagamento del biglietto per i primi 3mila visitatori chiedendo loro di pagare solo un Euro al posto dei 14 previsti. Oltre a questo ogni visitatore riceverà – e già riceve – la tessera dell’Associazione che permetterà di visitare gratuitamente il museo tutte le volte che si vuole durante quest’anno, fino al 31 dicembre. Chi lo desidera potrà anche iscriversi all’Associazione per sostenerci».

I frutti di questa idea sono già visibili. «Siamo stati aperti due giorni, lunedì e mercoledì, e abbiamo superato di qualche unità i 200 visitatori – specifica Manoli –. Siamo molto contenti. Le persone manifestano la propria gioia di essere al museo. È un segnale che vorrei raggiungesse tutti i colleghi e i potenziali visitatori. Le persone vengono qui e sentono il bisogno di esprimere la loro contentezza».

A proposito del dialogo con altre realtà museali, il periodo di quarantena ha permesso di rilanciare le attività sugli account social del Poldi Pezzoli, che su Instagram ha fatto tendenza lanciando la challenge NomiCose nei Musei. Dal 30 marzo in poi hanno aderito istituzioni italiane – come la Pinacoteca di Brera – e straniere, tra cui il Metropolitan Museum di New York: «È stato uno dei primi che abbia partecipato e raccolto questa sfida, poi siamo arrivati anche in Cina, Russia, Corea… Abbiamo raggiunto tantissimi Paesi del mondo». Si è trattato di un successo che, come commenta Manoli con soddisfazione, «Non ci aspettavamo assolutamente! Siamo stati molto contenti di aver dato avvio a un’operazione così virtuosa».

Questa unione a livello mondiale, seppur sorprendente per i tempi e le modalità attraverso cui è avvenuta, non stupisce troppo chi lavora nel mondo dell’arte, perché, ci dice Manoli, «le realtà museali costituiscono già una comunità che dialoga e che ha sempre dialogato». In questo senso, il lockdown ha paradossalmente rafforzato i rapporti già esistenti. «Lavoriamo tutti in maniera parallela – aggiunge ancora – condividendo e parlando moltissimo».

 

Sul fronte social, oltre a Instagram è stato fondamentale lo sfruttamento di YouTube, che lo staff del museo ha usato per proseguire la sua attività di divulgazione. Con l’avvio di Poldi Pezzoli Stories, serie di video in cui si descrivono alcune opere in esposizione, tutti si sono messi in gioco davanti all’obiettivo di una telecamera. «Ci siamo subito domandati quale potesse essere la funzione del museo una volta costretti a chiudere – ci racconta Manoli –. Il museo serve a conservare delle opere per poterle trasmettere alle future generazioni. Svolge un servizio sociale vero e proprio, accogliendo visitatori e narrando storie. Questo complesso in particolare, avendo una collezione così eterogenea, offre tantissimi spunti per fare approfondimenti. Ci siamo chiesti come portare avanti questo compito». Usare i social è stata la scelta più conveniente sotto ogni punto di vista: «Avevamo già una certa dimestichezza con questi strumenti, perciò abbiamo pensato di potenziarli. Abbiamo cominciato un po’ timidamente perché nessuno di noi era abituato a registrarsi».

Qual era l’idea di partenza? «L’intenzione era di produrre dei contenuti nuovi per testimoniare che il museo stava lavorando anche se lo staff non era in sede – eccezion fatta per quei pochi che hanno dovuto prendersi cura dello stato delle opere, delle sale e dell’edificio – sottolinea Manoli –. Abbiamo lanciato delle iniziative per le scuole a seconda dei diversi gradi di istruzione, dalle primarie alle superiori, e perfino per i bambini in età pre scolare, che sono quelli che hanno sofferto di più l’isolamento perché hanno avuto meno iniziative a loro dedicate».

Come fatto da altre strutture in tutta Italia, anche il Poldi Pezzoli ha organizzato delle visite virtuali «sia al museo sia alla mostra MEMOS: a proposito della moda in questo millennio, che ospiteremo fino a settembre – ricorda Manoli –. C’è stato anche “Il Caffè al Museo”, quattro appuntamenti con letture di un libro che parla della nostra collezione di porcellane».

Rivolgersi a un pubblico giovanissimo, però, resta la priorità. Lo testimonia il Progetto Kirikù, attivo dal 2018 e dedicato ai bambini per farli avvicinare al mondo dell’arte in maniera divertente e accattivante. Un’iniziativa che quest’anno è stata rilanciata il 18 maggio in occasione della Giornata internazionale dei musei, che ha avuto per tema i concetti di diversità e inclusione. Data l’importanza di questi argomenti, come verranno organizzate le attività promosse dal Progetto Kirikù? Federica Manoli risponde con sicurezza: «Stiamo riflettendo su come portarle avanti nel prossimo periodo, perché l’obbligo di mantenere una distanza fisica tra le persone comporta una riduzione del numero di partecipanti. Contiamo però di riprenderle al più presto. Stiamo lavorando per realizzare una proposta che sia il più sicura possibile per noi, per i nostri operatori e per i nostri visitatori, grandi e piccini».

Salutiamo la dott.ssa Manoli e ci lasciamo sorprendere dai tesori custoditi nelle sale del museo. Su tutti, spicca il Ritratto di giovane donna di Piero del Pollaiolo, una perla forse sconosciuta al grande pubblico. L’opera è stata scelta come simbolo del museo, tanto da apparire sui ticket e sui gonfaloni esterni del palazzo. Mentre osserviamo la Madonna del Libro di Botticelli e ci spostiamo a osservare i dettagli di due paesaggi realizzati da Canaletto, ci chiediamo perché sia proprio questo profilo di giovane dama a risaltare tra tutte le altre opere esposte e di colpo lo intuiamo: è una metafora. La bellezza si trova anche in tele meno note. Proprio come il Poldi Pezzoli, che, mimetizzato tra i palazzi del centro, rappresenta una perla tutta da scoprire.