Si dice che la pandemia di Covid-19 ha unito tutte le persone senza distinzione alcuna. È una frase impropria perché in realtà gli effetti sanitari e sociali sono differenti tra i vari contesti globali. Un’area del mondo particolarmente esposta è l’Africa. Ma quale è la situazione nel continente? Ne abbiamo parlato con il dottor Massimo Leone, neurologo all’Istituto neurologico Besta di Milano dal 1985, responsabile assieme alla comunità di San Egidio del programma DREAM per la formazione in diverse nazioni dell’Africa Subsahariana e fondatore del gruppo di lavoro e di studio della Società Italiana di Neurologia sui paesi dell’Africa Subsahariana.

In che cosa consiste il progetto DREAM della Comunità di San Egidio?

Il progetto DREAM della Comunità di San Egidio nasce formalmente nel 2002 ed è un programma dedicato alla prevenzione e cura dell’HIV e della malnutrizione. È presente in 11 nazioni dell’Africa Subsahariana e assiste costantemente oltre mezzo milione di malati in maniera gratuita. Fino a pochi anni fa la principale causa di morte in Africa era dovuta alle malattie infettive, le cosiddette malattie comunicabili. Oggi il bilancio è sostanzialmente in pareggio tra malattie infettive (HIV, tubercolosi, malaria…) e quelle non infettive (ictus, infarto miocardico, tumori) caratteristiche del mondo occidentale.

Negli ultimi anni DREAM ha sviluppato anche programmi per la presa in carico di questo secondo tipo di malattie che sono diventate veri e propri killer in Africa.

L’insorgenza di malattie non infettive provenienti dall’Occidente è stata dirompente o graduale? Quali ragioni spiegano tale fenomeno?B6C74776-9263-4DC0-8EAD-560899A3030B

Anni fa alcuni l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha introdotto il concetto di “epidemia delle malattie non infettive”. In realtà queste malattie si trasmettono a causa di due fenomeni in Africa. Dagli anni ’50 a oggi c’è stato un cambiamento demografico incredibile: da meno di 300 milioni di abitanti, oggi ci sono 1 miliardo e 300 milioni di persone. In assoluto è il continente con l’indice demografico più elevato. In secondo luogo, anche se l’Africa è il continente più giovane (il 50% degli abitanti ha meno di 20 anni), negli ultimi 15 anni l’età media dell’africano si è allungata di almeno 10 anni. Accanto ai giovani iniziano ad esserci anziani perché la prospettiva di vita è cambiata e con essa anche le malattie tipiche dell’età avanzata, come l’infarto miocardico, l’ictus e vari tipi di tumore.

Sulla base delle Sue conoscenze come è la situazione attuale in Africa da quando è cominciata la pandemia del Covid-19?

Questa è la situazione su cui si incastona la pandemia del Covid-19: una popolazione che non ha accesso ad un sistema sanitario di base, quindi mancanza di un rapporto di fiducia e ascolto.

Ci sono due aspetti da considerare: il primo è legato alla salute; il secondo invece alle situazioni socioeconomiche. Per quanto riguarda la salute, il grosso problema dell’Africa è la mancanza di un sistema sanitario di base. Mancano quindi il concetto di rapporto tra il cittadino e la medicina di base (primary care). Questo perché ci sono pochissimi medici e scarsi finanziamenti a causa della povertà. In proporzione al prodotto interno lordo gli stati africani investono come gli stati europei, ma si tratta comunque di cifre molto diverse. Ad esempio, in Italia lo stato investe nella salute circa 2300-2600€ all’anno per cittadino, in Africa invece sono investiti in media 10-12€. Questo naturalmente si traduce subito in quantità e qualità dei servizi: pochi ospedali, concentrati nelle città e impossibilitati a far fronte alla domanda di salute di una popolazione che tuttora è prevalentemente rurale. In alcune nazioni, come il Malawi, l’80-90% della popolazione è rurale. Poi ci sono anche le realtà urbane, le megalopoli (Lagos in Nigeria, Johannesburg in Sudafrica…) dove però la maggioranza della popolazione è povera e rinchiusa negli slums dove il sistema sanitario è praticamente assente. Questa è la situazione su cui si incastona la pandemia del Covid-19: una popolazione che non ha accesso ad un sistema sanitario di base, quindi mancanza di un rapporto di fiducia e ascolto. Per bloccare un’epidemia bisogna introdurre dei comportamenti razionali basati sulle corrette informazioni. Nel caso africano diventa fondamentale rinforzare l’attività a livello della popolazione, delle città, dei quartieri, di villaggio in villaggio per informare e soprattutto formare. In questo senso i centri DREAM, oltre a offrire gratuitamente cure per le malattie croniche (HIV, tubercolosi, ipertensione arteriosa, diabete…), offrono informazioni, basate su un rapporto di fiducia che negli anni si è venuto a creare.

La mancanza di questo rapporto di fiducia dipende solo dalla carenza del sistema sanitario locale o c’è anche una componente sociale o psicologica che rende inconcepibile alle popolazioni africane approcciarsi alle cure in base a motivi sconosciuti a noi occidentali?

Noi viviamo in un mondo globale e pur vivendoci non abbiamo un linguaggio globale. Linguaggio globale vuol dire comprendere l’altro che parla una lingua diversa e che ha una cultura differente. Noi oggi viviamo una gravissima carenza di una cultura globale. La domanda pertanto è fondamentale: chi è l’altro? Come si approccia a problemi grandi come la sanità e le cure? Noi siamo molto occidentocentrici: pensiamo che il nostro modo di pensare sia quello giusto e adatto per tutti. Sono quasi 20 anni che frequento regolarmente l’Africa e questo mi ha insegnato a capire quale è la domanda dell’altro, come arrivare al cuore dei problemi. Se usiamo esclusivamente il nostro metro occidentale come strumento di valutazione degli altri, non riusciremo mai a comprendere veramente l’altro, alimentando il pregiudizio e aumentando la distanza.

Per capire come gli africani si approcciano alla medicina, dobbiamo considerare che innanzitutto esistono tante afriche. L’Africa ha una cultura medica che non è esattamente la nostra. Quello che ho scoperto è che il paziente africano medio (povero, di scarsa scolarità, di famiglia numerosa…), messo di fronte alla malattia con un buon rapporto di ascolto, può leggere tranquillamente il grafico dell’andamento di una carica virale e a valutare da solo come sta prendendo la terapia. Questo naturalmente è il frutto di un percorso di vicinanza che richiede tempo e pazienza.

Questo è un aspetto sottovalutato per la questione africana. Si è tanto parlato di intervenire in Africa perché se la pandemia dilagasse anche là sarebbe un disastro umanitario. Il problema è che agire con questa fretta rischia di mostrare alle popolazioni africane la pandemia come qualcosa che viene da noi. E questo li porterebbe ad addossarci la colpa e a rifiutare i trattamenti e le misure di contenimento che in Africa sono però molto difficili da attuare, specie nelle slums e nelle megalopoli.

Lei ha sottolineato due punti fondamentali: le megalopoli e le fake news che si diffondono in maniera incontrollata. Può essere che in questa fase gli africani attribuiscano agli occidentali la diffusione del virus. In parallelo è quello che è successo tra Occidente e Cina, quando abbiamo chiuso gli aeroporti per allontanare il cinese che poi abbiamo colpevolizzato. Poche settimane dopo gli altri paesi guardavano gli italiani come “untori”. Dopo è stato il turno degli europei visti come untori dagli Stati Uniti. Questo è un meccanismo diffuso, non solo in Africa. La pandemia ha rivelato come il pregiudizio si sia diffuso altrettanto rapidamente, soprattutto per la paura dell’altro.

Il meccanismo delle fake news ha poi colpito tutto il mondo, Africa compresa. Purtroppo stiamo molto sottovalutando l’importanza di un rapporto personale e diretto costruito: esso è un’arma di comunicazione potentissima. I malati del programma DREAM testimoniano l’ottimo rapporto tra africani ed europei: sono centri dove la verità non è solo qualcosa spiegata a parole, ma è una verità di cura dove il paziente stesso con la sua esistenza e presenza lo testimonia.

Nell’attuale situazione i centri DREAM, così come è stato durante l’epidemia di ebola, sono punti di riferimento per la formazione e l’informazione della popolazione proprio perché la gratuità del rapporto è centrale e potente soprattutto i quei contesti di grande povertà dove la gente ha poco accesso ai sistemi sanitari. Nessuno accoglie la loro domanda di salute in maniera seria, continuativa e con strumenti di eccellenza. Questi tre elementi nel tempo costruiscono un tessuto sul quale si possono costruire tante cose come l’informazione che è stata fondamentale per far si che durante l’epidemia di ebola i pazienti continuassero a prendere le cure.

Questa pandemia si è inserita in un quadro medico molto critico. Da questo punto di vista il Covid-19, rispetto alle altre malattie, ha avuto un’incidenza maggiore come tasso di infezione e mortalità o i dati non sono ancora abbastanza chiari per determinare se i decessi sono avvenuti a causa del Coronavirus o di altre patologie?

In primo luogo a tutt’oggi i dati rivelano che tutte le nazioni africane sono coinvolte. Secondariamente i numeri sono ancora bassi (si parla di 30-35mila casi in tutta l’Africa). L’Africa è però poco attrezzata per la diagnosi che deve essere eseguita in laboratori di biologia molecolare con macchinari Real Time Protein Chain Reaction. Il programma DREAM ha introdotto questo strumento fin dagli anni 2000 per monitorare l’andamento dell’HIV attraverso l’analisi  quantitativa  dei virus nel sangue. Così sono nati dei laboratori gestiti direttamente da personale africano.F07C1ADE-2FD8-4CA1-958B-3CFDBA31CA89

È però ancora troppo presto per poter dare una dimensione della pandemia in Africa. Il nostro timore è che siamo soltanto agli inizi della pandemia che in Africa raggiungerà il suo picco tra uno o due mesi circa, in un contesto in cui gli ospedali sono pochi, le rianimazioni ancora meno (si parla di una decina di posti per nazione) e mancano i ventilatori. Su questo fronte la Cina sta fornendo degli aiuti concreti, mentre l’Europa si sta muovendo molto lentamente. Anche sul piano sociale ci saranno delle conseguenze. Per bloccare la pandemia, i paesi africani stanno adottando delle misure simili a quelle europee. Ma attuare un lockdown in Africa è molto diverso rispetto all’Europa.

Direi quasi inattuabile. Se consideriamo che la maggioranza degli stati africani hanno delle economie rurali di tipo agricolo. Il lockdown potrebbe quindi innescare una serie di decessi non legati al Covid, ma alla denutrizione.

È verissimo. Molte persone dicono che preferiscono affrontare i rischi di avere il Coronavirus piuttosto che andare incontro alla morte certa per fame.

Ci sono in Africa dei contesti particolarmente critici che occorrerebbe tenere sotto controllo sia per quanto riguarda lo stato della pandemia che per eventuali conseguenze non sanitarie?

Le aree sicuramente più a rischio sono quelle in cui c’è una maggiore densità di popolazione. L’Africa sta vivendo un’importante urbanizzazione: non siamo ancora arrivati alla maggioranza della popolazione , ma ad oggi sfiora il 40%. Le megalopoli sono sicuramente aree a rischio. Altre aree dove c’è una densità di popolazione scarsamente assistita sono i grandi campi profughi. In Africa ci sono milioni di profughi, intere generazioni nate e che vivono in questi campi, sorti a causa dei conflitti in Repubblica Centrafricana, Sudan, Somalia, nella zona del Sahel.

Ci sono poi categorie più esposte, come i malati. Ci sono 25 milioni di malati sieropositivi (le cifre probabilmente sono sottostimate) e HIV e tubercolosi sono a tutt’oggi tra i principali killer in Africa Subsahariana. Ricordo che stiamo parlando di milioni di persone che vivono con un sistema immunitario depresso. Noi temiamo che a causa di questa ondata tardiva rispetto alla Cina e all’Europa queste categorie di malati saranno particolarmente esposte agli effetti del coronavirus. Inoltre mancando un sistema diagnostico capillare, molte persone moriranno senza che ci sia dato di saperne la causa.

Quindi le realtà più a rischio potrebbero essere il Sudafrica, la Nigeria o l’Egitto, cioè stati molto popolati e con un’alta densità di popolazione nelle grandi città (Johannesburg, Lagos, Il Cairo). Lei parlava di tante “afriche”. Secondo Lei, le loro differenti caratteristiche hanno avuto un impatto sulla diffusione della pandemia?

Partiamo da un esempio come l’HIV. In questo caso gli aspetti culturali hanno inciso moltissimo in funzione della modalità di trasmissione dell’HIV tramite rapporti sessuali non protetti. Nell’Africa Occidentale, o francofona, la penetrazione del virus è stata più bassa rispetto all’Africa Sudorientale, o anglofona. Questo perché nell’Africa francofona prevale la religione musulmana dove vi è la pratica della circoncisione che ha un effetto protettivo rispetto alle dinamiche di trasmissione del virus. Nel resto dell’Africa subsahariana la diffusione è avvenuta seguendo due direttrici. La prima è costituita dalle grandi arterie di comunicazione (nord-sud) dalla regione dei Grandi Laghi verso il Sudafrica lungo le quali le persone si spostavano in cerca di lavoro. Altro luogo di massiccia diffusione sono state le miniere del Sudafrica che raccolgono centinaia di migliaia di lavoratori migranti da tutto il continente in condizioni molto critiche. I primi programmi seri per combattere l’HIV sono stati infatti introdotti dai gestori delle miniere e non dai governi a causa della morte della manovalanza di basso e medio livello. Questa presa di posizione da parte dei proprietari dei siti ha poi permesso un recupero degli introiti persi. Non dimentichiamo che una buona salute equivale ad una lotta all’impoverimento. E in Africa questo è immediato perché salvare una vita significa salvare la sua famiglia dalla catastrofe.

Per quanto riguarda la pandemia del Covid-19, si tratta di un discorso simile a quello della tubercolosi. Quando nei grandi slums adottiamo la strategia “io resto a casa”, in realtà è un boomerang: in un monolocale ci stanno in media 4 o 5 persone, condizioni pericolose per la diffusione tanto della tubercolosi quanto del Covid-19. Come programma DREAM, operiamo nell’informazione e nella fornitura di mascherine. Di conseguenza noi ci rechiamo di villaggio in villaggio per insegnare a realizzare le mascherine. La prevenzione senza di esse sarebbe impossibile. Oltretutto abbiamo visto come l’interruzione del lavoro e l’obbligo a restare in casa abbiano generato in diversi paesi manifestazioni di protesta degenerate in disordini sociali, tanto in Occidente quanto in Africa. Questo purtroppo sta favorendo i governi più autoritari dove poteri più o meno oscuri ne approfittano per epurare gli avversari politici.

Il riaccendersi di tensioni sociali anche molto forti potrebbe dare nuovo vigore ad odi etnici che parevano temporaneamente assopiti?

Teoricamente è possibile. Finora questo non è avvenuto perché è stato molto importante, ad esempio, il lavoro svolto dai capi religiosi, una risposta alle innumerevoli sette e Chiese della Prosperità che purtroppo prolificano in Africa. Ci sono però imam e pastori delle varie chiese cristiane che stanno svolgendo nelle proprie comunità un lavoro capillare per trasmettere le informazioni corrette e sminare il terreno da potenziali conflitti interetnici che potrebbero essere innescati da fake news o alimentati ad arte per liberare dei territori ricchi di materie prime.

Lei ha citato le Chiese della Prosperità. Di che cosa si tratta?

Sono anche chiamate mega churches. Il caso tipico sono quelle nigeriane che raccolgono centinaia di persone attorno a questi “pastori” che viaggiano su auto di lusso e che promettono guarigioni e arricchimenti veloci aggirando il messaggio evangelico. Queste chiese sono presenti anche nelle Americhe. Ma pensiamo anche alla diffusione del Covid-19 in Corea del Sud: il tutto è iniziato dall’assembramento clandestino di una di queste chiese non riconosciute. Un pastore o un imam che ha a cuore la vita della propria comunità diffonde notizie corrette. Quindi il ruolo delle religioni oggi in Africa è fondamentale e in questo la rete della Comunità di San Egidio opera molto a livello di dialogo interreligioso con i pastori, gli imam e gli stregoni locali.

Lei riferiva che si prevede che il picco della pandemia in Africa arrivi nei mesi estivi. Dobbiamo aspettarci in futuro un’onda lunga del contagio difficilmente estinguibile nonostante esso possa essere contenuto o anche debellato in altri contesti globali?

Innanzitutto in Africa la stagione è invertita: quando da noi sarà estate, là sarà inverno. Coincideranno due fattori: la diffusione del virus che è stata più lenta e una stagionalità che favorirà la diffusione.

A quel punto cosa succederà? Fortunatamente ebola è rimasta confinata in Africa, ma aveva mostrato come la carenza di un sistema sanitario di base avesse contribuito tantissimo alla diffusione e alla mortalità della malattia. Da qui dobbiamo agire per potenziare i sistemi sanitari di base. A dicembre c’è stata una riunione delle Nazioni Unite che ha raccolto una delibera dello scorso settembre da parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità che riportava come la metà della popolazione mondiale non avesse accesso alle cure mediche di base, la maggior parte della quale in Africa.

Questa ineguaglianza è una bomba sociale. È fonte di impoverimento e di migrazioni. Se si vuole prevenire un ritorno successivo della pandemia dall’Africa bisogna capire che in questo mondo globale “siamo tutti sulla stessa barca”. La Cina si è già mossa per aiutare l’Africa e questo condizionerà i rapporti tra Cina e Africa per i prossimi 20-30 anni. Se consideriamo che oggi a livello globale un giovane su due è africano, allora il futuro è rappresentato quasi al 50% da africani. Servono quindi ottime relazioni con i nostri vicini africani perché in questo momento la Cina si sta facendo più prossima all’Africa di quanto non stia facendo l’Europa.

Lei quindi conferma che è la Cina a fornire maggiore supporto anche medico ai paesi africani?

Confermo. La Cina ha fornito, in particolare attraverso il proprietario di Alibaba centinaia di migliaia di dispositivi di protezione gratuitamente a quasi tutti i paesi. Questo ha un significato: nell’immaginario dell’africano medio è la Cina che in questo momento di grande paura sta dando un aiuto tangibile all’Africa.