Mentre Milano offre il suo lato migliore per il Salone del Mobile, dietro le quinte un esercito di hostess e steward si prepara ad accogliere visitatori e clienti agli stand della Fiera di Rho. Oltre ai sorrisi ammiccanti e ai modi gentili, si nasconde una realtà lavorativa più complessa di quello che appare: è quello che emerge dai racconti di Elena e Luca, una hostess e uno steward con più di un congresso alle spalle, e Mattia, impiegato in un’agenzia di reclutamento.

Tutto comincia con un curriculum. Durante il recruiting, però, alcuni non si accontentano di titoli di studio ed esperienze precedenti, e richiedono informazioni più dettagliate e a tratti inopportune: «Mi hanno chiesto foto in costume da bagno – dice Elena – oltre a indicare le misure del mio seno, della vita e dei fianchi». Dopo un colloquio «che è quasi una formalità», si comincia con la prima sorpresa: l’agenzia fornisce il vestito d’ordinanza ma spesso bisogna ripagarselo con le prime ore di lavoro.

Il compito principale di una hostess è fornire indicazioni. Ma le mansioni spaziano dalla ragazza immagine all’assistente di sala o barista. C’è anche chi viene ingaggiata per fare l’interprete; molto spesso, però, giovani ragazze laureate finiscono per segnalare toilette e punti ristoro senza veder riconosciute le proprie competenze. Ai ragazzi, invece, tocca spesso presidiare gli accessi alle sale; un compito da addetti alla sicurezza, ma che viene assegnato agli steward senza la possibilità di controllare le borse dei visitatori: «Al Mifur (la Fiera Internazionale delle Pellicce, ndr) ci avevano chiesto di controllare che non venissero sottratti i capi dagli stand – dice Luca – ma non eravamo neppure autorizzati a perquisire le persone sospette».

Le direttive contraddittorie non finiscono qui: «Dobbiamo essere sempre reperibili ma è severamente proibito tenere accesa la suoneria del cellulare, né tantomeno possiamo buttarci un occhio». Distanti pochi metri gli uni dagli altri, gli steward non possono neanche parlare tra loro. Ma va ancora peggio alle hostess, spesso bersaglio di battute ambigue da parte di colleghi e clienti: «Come se il tacco dodici, che ci obbligano a indossare in ogni occasione, fosse una nostra scelta per essere più appariscenti».

Anche quando è il momento di tirare il fiato non mancano i problemi: i quindici o dieci minuti di pausa bastano a malapena per raggiungere i punti ristoro pubblici; se invece ci si porta il pranzo da casa l’ordine è di allontanarsi per non essere visti dai clienti. In alcuni casi l’organizzazione fornisce una saletta per il pranzo del personale; sempre che si sia è disposti a sgomitare nella folla dei colleghi per guadagnarsi il poco spazio disponibile. Ma la pausa è problematica anche a livello logistico: il sistema dei cambi turno costringe alcuni dipendenti a pranzare molto presto e altri in pieno pomeriggio, per permettere a chi dà il cambio di coprire a rotazione tutte le postazioni.

Il compenso per tanta fatica non gonfia di certo il conto in banca: la paga oraria oscilla dai 6 agli 8 euro, che impiegano fino a tre mesi per arrivare nelle tasche di hostess e steward. «L’agenzia non ha materialmente i soldi per pagare i lavoratori – spiega Mattia – e quindi aspetta i pagamenti dei clienti per retribuirli». Il risultato sono mesi di attesa per un bonifico, con il rischio di perdere il conto delle ore di servizio e del compenso corrispondente. Tra le ragazze c’è anche chi si è fatta due conti in tasca: «Ad ogni fiera lascio sempre i mie contatti alle aziende espositrici. Se sono direttamente loro a chiamarmi, guadagno molto di più». Per ogni ingaggio, infatti, le agenzie trattengono almeno il 50% di quanto pagano gli espositori: un business notevole dietro a tailleur e sorrisi di circostanza.