Google News 1 – editoria 0, fine primo tempo. La guerra fra il colosso di Mountain View e gli addetti ai lavori della carta stampata, infatti, è ben lontana dalla conclusione.

Ad avere alzato bandiera bianca è stato questa volta Axel Springer, il colosso dell’editoria che pubblica (fra gli altri) il quotidiano Bild, dopo aver tentato di dare battaglia – anche con l’aiuto del Bundestag, il parlamento tedesco – a Google News. Springer aveva bloccato l’accesso del servizio di informazione di Google ai contenuti di quattro testate di sua proprietà.

Salvo poi ricredersi: mercoledì scorso, infatti, i vertici di Bild hanno fatto una rumorosa retromarcia. Il traffico web sui siti dei giornali coinvolti sarebbe infatti precipitato del 40% (riporta Reuters) negli accessi diretti da Google e addirittura del doppio in quelli da Google News. Dati i risultati non proprio eccellenti dell’operazione, Bild ha dato di nuovo a Mountain View la possibilità di pubblicare brevi estratti delle sue storie. Un dietrofront dettato anche, forse, dal bilancio quadrimestrale negativo appena pubblicato. Il traffico sulla BILD è crollato durante le due settimane di sperimentazione e Axel Springer ha fatto dietrofront

La crociata del maggiore editore tedesco era cominciata ben prima del mese appena trascorso. Da alcuni anni infatti l’editoria tedesca, Bild in testa, chiede all’azienda californiana di essere pagata per la proprietà intellettuale dei contenuti diffusi tramite il motore di ricerca Google. La battaglia si è spostata anche sul campo politico, con l’ingresso dell’antitrust nella querelle.

VG Media, un cartello che raccoglie gran parte delle società editoriali tedesche, ha ottenuto l’approvazione del copyright sui frammenti diffusi attraverso Google News, grazie ad una legge approvata nel 2013. Una mossa cui Mountain View, dal canto suo, ha risposto annunciando di non voler più indicizzare i frammenti dei giornali membri di VG Media, lasciando soltanto titoli e link agli articoli. Una mossa che VG definì un ricatto, sottolineando i possibili rischi per lo sviluppo di una stampa di alto livello: fare pressione economica sulle indicizzazioni, sottolineò il portavoce della compagnia, compromette la qualità delle news.

gnewsAllargando lo sguardo al mondo, comprendiamo come la guerra a Mountain View da parte delle aziende editoriali sia una questione non solo tedesca, ma europea. In Spagna il 6 novembre scorso è stata approvata la versione iberica della “Google Tax”, una legge per la tutela della proprietà intellettuale che permette alle testate di richiedere un pagamento per l’utilizzo di link e sommari che rimandano ai propri contenuti.

La replica di Google, com’era lecito attendersi, è giunta puntuale. La difesa di Big G è sempre quella: il servizio offerto sarebbe un modo per attirare traffico sui siti d’informazione, non per danneggiarli. I vertici dell’azienda californiana hanno minacciato la chiusura del servizio spagnolo e messo sotto accusa la decisione del parlamento, puntando il dito contro l’associazione degli editori spagnoli.

Il provvedimento entrerà in vigore il primo gennaio 2015 e ancora non è chiaro chi dovrà pagare, e in che termini. Il governo avrà la facoltà di chiudere, anche senza l’autorizzazione di un giudice, qualsiasi sito che non rispetterà la norma. Si conosce già chi, invece, non dovrà pagare: Twitter e Facebook saranno esenti dall’azione del provvedimento.

Anche nel nostro Paese il Garante per il Mercato e la Concorrenza si è schierato in merito alla questione. Nel 2013 il presidente Giovanni Pitruzzella ha chiesto al governo e al Parlamento di mettere all’ordine del giorno il tema della tutela dei contenuti editoriali su Internet.“It’s way too early to write Google off” – Mark Spoonauer

La finalità del Garante sarebbe quella di creare le condizioni per un circolo virtuoso fra i produttori di contenuti e i fornitori di servizi, per non allontanare il settore dell’informazione dal web. Pitruzzella sembra voler andare nella direzione del modello tedesco, quello della disciplina della proprietà intellettuale, perché questa sarebbe in grado di dare beneficio all’informazione e al migliore servizio di diffusione, favorendo la concorrenza del settore.

Il provvedimento – finora allo stato ipotetico – andrebbe a incidere su una situazione di per sé incandescente. La Federazione Italiana Editori e Giornali è infatti ai ferri corti con il colosso del web 2.0. Il neo presidente della Fieg, Maurizio Costa, ha infatti parlato chiaro durante un’intervista con Repubblica: «È ora che questo gigante come qualsiasi aggregatore di notizie di Internet, riconosca il diritto d’autore per gli articoli, le foto, i video linkabili da Google News». Una visione miope?

La risposta di Google, anche in questo caso, è stata istantanea: sono molti di più quelli che chiedono di essere inclusi nella nostra cerchia che quelli che chiedono di uscirne. Tuttavia il problema, ha sottolineato Pier Luca Santoro, fondatore di Data Media Hub, è più complesso. Le testate difficilmente vorranno rinunciare al traffico procuratosi grazie a Google e, tendere la mano a Mountain View, anziché opporvisi, porta grandi vantaggi anche dal punto di vista tecnologico.

Santoro punta la lente su quello che per lui risulta essere alla fine il cruccio maggiore degli editori: il contrasto al programatic advertising. L’automatismo nell’assegnazione della pubblicità sul web taglia fuori infatti sia imprenditori che concessionarie. Per Santoro, in sostanza, il dietrofront di Axel Springer dimostra come i problemi non si risolvano facendo la guerra a Google News.

Per dirla con le parole di Mark Spoonauer, editore capo di Laptop Mag e Tom’s Guide: «It’s way too early to write Google off».