Una pagina Facebook a sostegno di Bernie Sanders, senatore del Vermont e sfidante di Hillary Clinton alle primarie del Partito Democratico: fin qui nulla di particolare. Se non fosse che la pagina è italianissima e gestita da un gruppo di giovani italiani. È la storia di “Italians for Bernie”, la comunità che sogna di contribuire all’impresa impossibile del “socialista d’America”, ma soprattutto di portare nel dibattito pubblico italiano i temi affrontati da Sanders negli Usa.

Cos’è “Italians for Bernie”?

È una pagina Facebook che si propone di tenere aggiornati i fan italiani di Sanders sulle ultime novità e di promuovere la discussione sulle primarie democratiche e non solo. Seguiremo con attenzione gli sviluppi futuri sia del movimento di Sanders che della corsa alla Casa Bianca verso Novembre.

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Come nasce quest’idea?

Sentivamo l’esigenza di diffondere anche in Italia le idee del senatore socialista. Ma soprattutto di avere un luogo dove persone che vogliono interessarsene possano farlo anche organizzandosi per vedersi fisicamente, non solo sul web. In questo senso l’uscita del volume “Quando è troppo è troppo” edito da Castelvecchi ha offerto una bella occasione per programmare eventi e incontri. Questa stagione politica rimarrà nella storia e pensiamo sia bello conservarne dei bei ricordi vivendola con chi condivide gli stessi valori e le stesse speranze. Inoltre ha rappresentato un modo per elevare il dibattito politico-culturale, proponendo incontri nei quali la discussione verta su questioni di portata mondiale e non solo sulle vicende quotidiane che animano la polemica politica.


Chi sono gli amministratori della pagina?

Abbiamo estrazioni diverse e veniamo da diverse parti di Italia. Ci accomuna l’attenzione per i fenomeni politici di sinistra. Inoltre tutti sentivamo l’esigenza di tornare a discutere con un’ottica di ampio respiro dei valori del progressismo e dell’internazionalismo. La nostra funzione è però solo quella di facilitare una discussione e un’interazione che si è creata spontaneamente: spesso ci arrivano articoli, commenti, segnalazioni di video e materiali interessanti da chi segue la pagina; noi ripostiamo sempre tutto perché crediamo che la pagina sia solo un mezzo per dare voce e spazio ai contributi di tutti. Anche gli inviti per presentare il volume si sono moltiplicati in modo spontaneo e imprevisto. Questa stagione politica rimarrà nella storia e pensiamo sia bello conservarne dei bei ricordi vivendola con chi condivide gli stessi valori e le stesse speranze È un segnale molto importante perché dimostra che c’è voglia di costruire una comunità intorno ad un messaggio politico di emancipazione e giustizia sociale. Ci sono ancora persone interessate a costruire un mondo migliore e il messaggio di Sanders sembra offrire un piccolo punto di partenza, così ci si mobilita per discuterlo e approfondirlo da tutti gli schieramenti politici del centro-sinistra e anche in moltissime associazioni culturali apartitiche. In un certo senso “Italians for Bernie” son proprio loro: tutti quelli che hanno raccontato di Sanders e delle sue parole a qualcun altro. In questo senso ci sembra di aver fatto una cosa molto in linea con il suo messaggio: “when we come together”.


In che modo cercate di sostenere Bernie Sanders?

In tre modi. Abbiamo più volte pubblicizzato la sua campagna di raccolta fondi: sappiamo tutti quanto è importante per Bernie avere donazioni dalle persone comuni dato che rifiuta quelle di Wall Street e delle multinazionali. Il secondo modo è il racconto e la diffusione della sua storia politica, per far capire che i politici non sono tutti uguali e che non è vero che non c’è alternativa a questo sistema politico-economico. Anzi, quando le persone che soffrono si organizzano in vista delle rivendicazioni di giustizia sociale ed emancipazione possono davvero contare qualcosa e operare il cambiamento. Il terzo modo è coordinandoci con il gruppo degli “expats for Bernie”, così da mobilitare in Italia i cittadini Usa e negli Usa gli italiani: sicuramente operazione ben riuscita, ricordiamoci che Bernie raccoglie il 70% dei voti degli americani nel mondo.

Il vostro pubblico a che target appartiene?

È molto polarizzato: ci scrivono spessissimo o gli under 35 (che sono anche l’elettorato fedelissimo di Sanders) o i pensionati. Le generazioni di mezzo sembrano molto disattente rispetto alla situazione politica mondiale, e questo può far riflettere; questo tipo di pubblico è lo stesso che partecipa di solito anche alle presentazioni del libro. In maggioranza inoltre sono uomini che provengono da una storia di attivismo politico a sinistra.

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Qual è il vostro obiettivo con questa pagina?

Il nostro sogno sarebbe ovviamente quello di promuovere e organizzare un viaggio dei suoi sostenitori italiani alla convention democratica che sancirà la candidatura di Bernie; purtroppo questo sogno sembra sempre più difficile da realizzare dopo il voto di New York. Ci rimane però un grande obiettivo: far tornare a discutere di politica in modo non provinciale. Aprire in Italia il dibattito sulle conseguenze della globalizzazione e sulla possibilità di organizzarsi per cambiare le regole del gioco, riportando la democrazia ad essere – come dice sempre Bernie – “government by the people and for the people”, e non solo un esercizio formale.


Sostenendo un personaggio a tutto tondo come Sanders non potete non avere un’opinione della situazione politica, sociale, economica italiana.Qual è la vostra analisi sull’Italia?

L’analisi sull’Italia non può prescindere da quella sulla situazione internazionale. Guardiamo al campo dei progressisti: quando viene eletto Jeremy Corbyn in Inghilterra, il leader di Podemos Pablo Iglesias dichiara “caminemos juntos”, camminiamo insieme. Quando Sanders si candida, Corbyn dichiara “sto seguendo la sua campagna con grande attenzione”. Sanders da Senatore convoca una conferenza sulla crisi del debito greco in cui esprime solidarietà al premier greco leader di Syriza. Questi piccoli segnali ci dicono che qualcosa si sta muovendo nel mondo e si sta muovendo a sinistra. La globalizzazione ha portato con sé tre grandi ideologie: una è quella del market globalism, il neoliberismo per farla breve. Questa ideologia è stata sposata dalla destra thatcheriana e reaganiana, ma anche da grossa parte dei socialisti, da Blair ai suoi epigoni più recenti. In Italia ne è stato campione Mario Monti, parte della destra vi fa riferimento, ma anche larghissima parte dell’area ex Ulivo. Poi c’è il religious globalism, che è un’interpretazione della globalizzazione che si richiama allo scontro di civiltà, la stessa che ci propongono gli insorgenti partiti razzisti xenofobi in tutta Europa, e Donald Trump negli States. In Italia abbiamo Fratelli d’Italia, la Lega, e buona parte del Movimento Cinque Stelle che propugnano questa visione. Infine, vi è il justice globalism che è l’idea di tutti coloro che vogliono cambiare le regole della globalizzazione per diminuire le diseguaglianze sociali e per combattere il cambiamento climatico. In Italia questa idea è quasi assente nelle forze politiche attualmente in campo, ma si sta lentamente sviluppando. Si rifanno a questa temperie culturale la nascente Sinistra Italiana (nata dalla fusione degli ex-SEL e di parte degli ex-PD). Il movimento di Civati, Possibile, si rifà in parte a questa temperie. Anche una parte minoritaria della base del Movimento Cinque Stelle e una piccolissima parte della base del PD (anche con qualche esponente di richiamo: tentano di essere riferimenti di quest’area Cuperlo e, recentemente, Enrico Rossi), sembrano vicini a questa visione.


E sull’America? Quali sono le analogie secondo voi? Quali le differenze?

La situazione partitica non è comparabile: la dinamica del bipartitismo statunitense è lontanissima da quella europea, anche a confronto con quelle È necessario oggi più che mai uno sforzo di tutto l’Occidente, in particolar modo se si vuole salvare ciò che di più prezioso le nostre genti hanno conquistato, sia in termini di benessere che di libertà politiche e di diritti sociali realtà, come quella inglese, nella quale pure concorrono solo due poli. Se invece si discute della società e dei movimenti carsici che la pervadono ci sono invece diverse analogie. Il fenomeno della classe media che si impoverisce, sia materialmente che immaterialmente nei diritti e nelle tutele, è comune a tutto l’Occidente. L’emorragia di industrie e di tessuto produttivo dagli USA e dall’Europa verso paesi a bassissimo salario è un altro tratto comune; emorragia aiutata ed incentivata da trattati commerciali quali NAFTA, TPP e ora in Europa ci sarà il TTIP. Comune è anche la crisi del debito pubblico, enormemente aggravatasi dai salvataggi delle banche che son stati fatti dopo la crisi economica del 2008; motivo per il quale la crisi che è stata causata dalle speculazioni del mondo della finanza è stata pagata dai sacrifici dei cittadini comuni, sia di quelli europei che di quelli americani. Infine, comune è la radice dei problemi: bisogna ripensare i meccanismi della globalizzazione, e in particolare il rapporto fra partecipazione democratica, sovranità nazionale e mercato internazionale. Premi Nobel come Amartya Sen, Paul Krugman e Joseph Stiglitz hanno affrontato il tema. Ora sta alla politica, sulle due sponde dell’Atlantico, studiare delle proposte credibili e in linea con quanto affermato da questi noti economisti; non è però pensabile riformare il sistema in un solo paese o in una sola area geografica. È necessario oggi più che mai uno sforzo di tutto l’Occidente, in particolar modo se si vuole salvare ciò che di più prezioso le nostre genti hanno conquistato, sia in termini di benessere che di libertà politiche e di diritti sociali.


Dopo le primarie di New York Sanders pare essere senza speranza: voi credete ancora a una rimonta? O, in ogni caso, il fatto che non pare volersi ritirare, condizionerà un’eventuale amministrazione Clinton?

Sanders ha già dichiarato che andrà avanti fino alla convention delegato dopo delegato. Vuole dare un segnale politico forte, giocando la partita di influenza sulla Clinton in vista di novembre (d’altra parte lei ha cambiato quasi tutte le sue opinioni per rincorrere a sinistra lui, alcuni si domandano quanto andrà a destra per rincorrere Trump…). Alcuni commentatori autorevoli sostengono che Sanders possa anche tentare di far cambiare alcune regole del Partito Democratico, ad esempio chiedendo una revisione delle regole di finanziamento o del funzionamento delle primarie per rendere più semplice ad un futuro candidato progressista la vincita della nomination. Il rischio è che tutti i millennials, che si sono affacciati alla politica per la prima volta grazie a Sanders, tornino all’astensione, perchè la sua sconfitta darebbe l’idea di un sistema immodificabile Vi sono sul futuro almeno due grandi incognite: la prima è che tutti i millennials che si sono affacciati alla politica con lui per la prima volta, insieme a coloro che si sono ri-impegnati perché disillusi o astensionisti, tornino alla disaffezione e all’astensione. È un rischio concreto perché la sua sconfitta potrebbe dare l’idea che il sistema politico-economico davvero non sia modificabile in nessun modo. La seconda incognita riguarda la forma mentis americana: i partiti sono concepiti come meri comitati elettorali; mentre per portare avanti il movimento che si è avvicinato a Sanders è necessario organizzarsi e farlo in modo capillare e stabile.


“Dulcis in fundo”. Quale idea di “sinistra” è stata portata avanti negli ultimi anni in Italia e in Occidente? Cosa pensate, in particolare, delle politiche del governo Renzi?

Non spetta a noi dare giudizi. Possiamo solo ribadire quello che ormai è quasi una banalità. Vi sono tutta una serie di politiche che da 40 anni vengono fatte in Occidente, in modo bipartisan da conservatori e progressisti (o almeno che si dichiarano tali), che hanno permesso che la diseguaglianza sociale arrivasse al punto da originare il famoso 99% contro l’1%. Renzi, quando Corbyn è diventato segretario del Labour, ha dichiarato: “Gli inglesi non vogliono vincere mai più”. Ma nei sondaggi di queste settimane il Labour è vicino ai conservatori Ne sono esempi il Washington Consensus (“stabilizzare, privatizzare, liberalizzare”) e la Trickle-Down Economics: secondo quest’ultima dottrina se si lasciano i ricchi e i potenti liberi di fare ciò che vogliono questi provvederanno al benessere della società, poiché ingrassando creeranno posti di lavoro e quindi cibo e prosperità anche per tutti quelli in fondo alla piramide sociale. La crisi economica ha smascherato questo modello economico, e il livello di diseguaglianza presente oggi nel mondo ha mostrato che, alla prova dei fatti, se si lasciano i ricchi e i potenti liberi di fare ciò che vogliono, loro ingrassano a dismisura mentre tutti gli altri patiscono la miseria. Sanders ha sempre combattuto queste politiche e oggi si candida proprio per ribaltarle. Quanto a Renzi, quando Corbyn ha vinto il congresso del Labour diventandone segretario, ha dichiarato: “gli inglesi non vogliono vincere mai più”. In queste settimane per la prima volta dopo lungo tempo il Labour nei sondaggi è testa a testa (e si accinge a superare) i conservatori. Guardando al di là dell’Atlantico, il Premier italiano ha dichiarato il proprio convinto sostegno alla Clinton.