Hanno tra i 12 e i 35 anni, sono tendenzialmente maschi primogeniti e trascorrono le giornate chiusi in casa. Evitano il mondo reale e si rifugiano in quello virtuale, fatto di libri e videogiochi. Dormono di giorno e vivono di notte per non confrontarsi con l’ambiente esterno, fonte di paura e disagio. Sono gli “hikikomori” italiani, ragazzi che decidono di ritirarsi dalla vita sociale per lunghi periodi. Il termine significa “stare in disparte” e l’isolamento può durare da alcuni mesi fino a diversi anni. Si tratta di una sindrome nata sul finire degli anni Ottanta in Giappone, poi sviluppatasi anche in Europa e nel resto del mondo, provocata da aspettative elevate di famiglie benestanti che generano nei figli bassa autostima e il rifiuto di una società competitiva e soffocante.

«Inizialmente in Italia l’autoreclusione nasce dal desiderio di prendersi una pausa di riflessione – spiega Rita Marianna Subioli, psicologa presso la Cooperativa Sociale Onlus Hikikomori di Milano – fino ad arrivare a una completa incapacità relazionale. Il mondo viene visto come spaventoso e teatro di possibili catastrofi». Sono diversi gli aspetti in comune con gli hikikomori giapponesi: padri impegnati sul lavoro e spesso assenti, famiglie monogenitoriali e una forte relazione con la madre. Questo rapporto, una volta sviluppatasi la sindrome, tende a enfatizzarsi in un atteggiamento protettivo e accondiscendente nei confronti del figlio, mentre il padre è più incline a reagire con insofferenza.

La più grossa differenza tra i due Paesi, invece, riguarda lo sviluppo della sindrome, arrivata in Giappone alla seconda generazione che comprende anche gli over 35.
«Il primo campanello d’allarme – prosegue la dottoressa Subioli – è il rifiuto di andare a scuola: è la fase precoce della sindrome, che nel giro di qualche anno potrebbe diventare autoisolamento». I genitori sono portati erroneamente a considerare internet l’unica causa di questo disagio. In realtà, «rappresenta solo un incentivo a chiudersi in casa ma non è una dipendenza, perché un ragazzo privato di una connessione alla rete ha maggiori probabilità di sviluppare una psicopatologia rispetto a un coetaneo che riesce comunque a comunicare con il mondo esterno». In molti casi, infatti, Internet rappresenta l’unico contatto che gli hikikomori hanno con persone estranee al loro nucleo familiare. Sono due le cause che in Italia portano allo sviluppo della sindrome: una riguarda episodi di bullismo subìti in particolare durante le scuole medie; l’altra, invece, viene definita da Subioli come il «trauma del futuro, ovvero il timore che vengano disattese le grandi aspettative dei genitori nei confronti dei figli, convinti a sviluppare l’ambizione di diventare perfetti in ogni aspetto della vita».

Quando capiscono che vogliamo aiutarli si tranquillizzano un po’, perché si rendono conto di non essere gli unici a soffrire di questa condizione

È qui che subentra la paura del fallimento, talmente elevata da impedire qualsiasi tentativo di dimostrare le proprie capacità: «A furia di tirarsi indietro l’autostima cala sempre di più, fino a quando non si manifesta un’autoreclusione totale». Il fenomeno non colpisce solo i maschi, ma riguarda anche un discreto numero di hikikomori-femmine: «Forse per una questione socio-culturale, tuttavia, le famiglie considerano questa situazione come un problema minore, quasi accettando la scelta della figlia, probabilmente perché la vedono come una futura casalinga o sperano che un domani si sposi ed esca di casa». L’errore da non fare, quindi, è quello di sottovalutare i primi sintomi: «La cosa migliore è intervenire prima che si arrivi all’autoreclusione. Le problematiche di natura relazionale, per esempio, si presentano già durante le scuole medie. Trattandosi però di una patologia poco conosciuta, in molti tendono a trascurare il problema e ad accorgersene quando è ormai tardi».

Quando accade, lo scenario che si presenta a un terapeuta della cooperativa è questo: figli chiusi in casa da anni, che spesso non mangiano più con i genitori ed evitano il più possibile contatti con il padre. «Le madri sono molto spaventate, a volte sono indotte a non chiedere nulla al figlio per non sovraccaricarlo ulteriormente di ansia. Quando però iniziano a rendersi conto del disagio e a fare domande, non ottengono risposte e rischiano di troncare i rapporti». È a questo punto che decidono di rivolgersi ai terapeuti della cooperativa: «Ci occupiamo di casi a Milano e nel circondario, recandoci direttamente nelle case degli hikikomori dopo aver svolto un colloquio con i genitori per capire il livello di criticità». Il primo risultato che ne deriva è la consapevolezza da parte dei ragazzi della sindrome di cui sono affetti: «Quando capiscono che vogliamo aiutarli si tranquillizzano un po’, perché si rendono conto di non essere gli unici a soffrire di questa condizione».

Gli hikikomori soffrono perché non riconoscono le emozioni, conseguenza dell’insofferenza per il proprio corpo che spesso non apprezzano

Nelle sedute, della durata di circa un’ora, sono fondamentali le motivazioni e la fiducia. «Noi terapeuti cerchiamo di rompere il falso equilibrio che giustifica l’auto-reclusione e, se dall’altra parte, troviamo qualcuno che sta troppo bene nel suo ambiente è parecchio difficile agganciarlo. Se c’è un minimo di disponibilità, è possibile condurre il paziente fuori per una passeggiata o un per giro in macchina, iniziando dalle vicinanze della casa fino a spingersi gradualmente sempre oltre».
L’ansia è un’altra problematica legata a questa sindrome: «Può essere primaria o secondaria alla reclusione, ma è abbastanza complicato capirlo. Ci sono esempi di persone che hanno difficoltà a restare nella stessa stanza con i terapeuti per più di un’ora, o a prendere l’ascensore quando vengono da noi».
Quella degli hikikomori è una patologia complessa che rientra nel vasto universo dei neet (persone che non studiano e non lavorano, ndr). I genitori confondono l’essere fannullone con le reali difficoltà dei figli e nel lungo periodo, di fronte alla loro apatia, sono portati a reagire staccando la spina del computer, ritenendolo un gesto utile per spronarli: «In realtà è deleterio: i ragazzi rischiano di manifestare attacchi di rabbia che possono sfociare in atti violenti. Utilizzano il pc per gestire l’ansia derivante dalla noia».

La partecipazione ad attività di gruppo e la condivisione delle proprie esperienze in community online create ad hoc sono gli strumenti utilizzati dalla cooperativa per favorire il dialogo tra hikikomori. Nonostante ciò, comunque, resta un duplice problema: da un lato, la mancanza di dati certi circa la diffusione del fenomeno («l’ultimo riscontro parla di 30mila casi in Italia nel 2015, ma è solo una stima perché chi soffre di questa sindrome è restio a parlarne»); dall’altro, la scarsa presenza di strutture di cura adeguate: «Purtroppo sono pochissimi i centri che si occupano del fenomeno, al punto tale che riceviamo segnalazioni e richieste di intervento anche da Toscana, Trentino Alto Adige e Umbria». Subentrano anche criticità logistiche, dovute al fatto che l’associazione vive di bandi e, una volta scaduti, deve necessariamente appoggiarsi su enti privati per finanziare le proprie attività.
La condizione di immobilità degli hikikomori si scontra con lo scorrere del mondo esterno. Soffrono perché non riconoscono le emozioni, conseguenza di un forte senso di insofferenza per il proprio corpo che spesso non apprezzano. Entrare nel loro equilibrio è la sfida più difficile per i terapeuti, tanto complessa quanto ricca di soddisfazioni in caso di esito positivo: «Servono tempo e fatica, ma quando crei un legame questi ragazzi ti danno tantissimo».