La giustizia non si adatta a tutti i portafogli. Stando alle tabelle delle spese e dei compensi professionali dell’ordine degli avvocati di Milano (tariffe e prezzi standard che vanno di pari passo con le altre città e Regioni d’Italia), avviare una causa in tribunale per un valore fino a 5mila euro costa in media 1.500 euro, a questi si aggiungono poi le spese generali del 15% e il 22% di Iva. Tra le cause più costose ci sono quelle di sfratto per morosità, di successione e di divorzio: per avviare un semplice procedimento di sfratto i prezzi standard dell’ordine degli avvocati di Milano sono di 1.079 euro per cause di un valore fino a 1.100 euro. Non a buon mercato neanche le cause di successioni: per un valore di 50mila euro le spese standard sono di 7.300 euro, per non parlare dei divorzi che in media costano 1.500 euro. I costi non migliorano neanche nel caso dei piccoli reati, come minacce lievi: ricorrere al giudice di pace può costare fino a 2.160 euro. Non è certo un caso, dunque, che nelle carceri italiane solo l’1% dei detenuti siano i colletti bianchi. Se si pensa poi che in Germania sono venti volte di più, i torni non contano. Soprattutto se si analizza la graduatoria del 2018 di Trasparency International sull’indice di percezione della corruzione dove la Germania si posiziona al 12esimo posto, mentre l’Italia al 54esimo. Da avere, quindi, nelle carceri italiani più colletti bianchi che nelle carceri tedesche. Come si spiega allora?

«Il nostro sistema punitivo – spiega Elisa Pazé, sostituto procuratore di Torino – è lucidamente costruito per essere molto repressivo nei confronti degli autori dei cosiddetti reati di strada, scippi, furti rapine, e a maglie larghe per i comportamenti della gente “perbene”, i colletti bianchi appunto, che di conseguenza, dietro le sbarre non ci finiscono praticamente mai». «Il nostro sistema punitivo è lucidamente costruito per essere molto repressivo nei confronti degli autori dei cosiddetti reati di strada, scippi, furti rapine, e a maglie larghe per i comportamenti della gente “perbene”, i colletti bianchi appunto, che di conseguenza, dietro le sbarre non ci finiscono praticamente mai» Elisa Pazé, sostituto procuratore di Torino Alla base ci sarebbe sia un problema legislativo che un problema politico: «Le ragioni delle disparità – continua il procuratore – risiedono anzitutto nella scelta legislativa di perseguire severamente i reati di strada, quelli classicamente commessi dai poveri. Queste pene, già molto alte, sono state ulteriormente aumentate nel 2017 per inseguire il consenso elettorale». Alcuni casi lo dimostrano: «Per un furto in supermercato, che vede spesso imputate persone disperate prive dei soldi per comprarsi un pezzo di parmigiano, si parte da due anni di reclusione. A volte uno scippo (punito nel minimo con tre anni di reclusione) è più grave di una morte sul lavoro (per la quale la pena minima è di due anni), o che una rapina arrechi più danni dell’usura bancaria». Tutta strategia politica, o meglio “populismo giudiziario”: «La criminalità di strada serve per carpire il consenso della gente e distrarre l’attenzione dai problemi veri, le code nella sanità, la disoccupazione, i tagli ai servizi sociali, i trasporti che non funzionano, la cattiva amministrazione, la corruzione. È una strategia che semplifica problemi grossi e, soprattutto, a costo zero: alzare le pene non comporta spese. Più oneroso, ma molto più efficace, sarebbe agire sul fronte della prevenzione, creando reti di sostegno che evitino a chi è in difficoltà di scegliere fra rubare o non mangiare».

Senza contare che più l’imputato è ricco, più si potrà permettere i migliori avvocati del Paese. Di norma un processo penale può comportare delle spese variabili legate all’attività di indagine, come quelle per intercettazioni, consulenze e perizie, che sono consistenti ma riguardano una quota minima dei procedimenti. Queste spese sono sostenute da chi è condannato, mentre in caso di assoluzione le paga lo Stato. Il costo, inoltre, varia anche dalla tipologia del processo: per chi patteggia o chiede il rito abbreviato le spese sono più basse, per chi invece sceglie il rito ordinario sono più alte. Neanche a dirlo, le spese crescono ancora se la causa finisce in appello o, addirittura, alla corte di cassazione.

Eppure «la Costituzione è chiara – precisa Remo Danovi, presidente dell’Ordine degli avvocati di Milano –.  L’articolo 24 garantisce a tutti il diritto di agire in giudizio. La disciplina del gratuito patrocinio, ovvero quando lo Stato si assume i costi legali, rappresenta uno strumento importante per chi non può permettersi le spese legali, specie in materia penale e, negli ultimi anni, in tema di immigrazione». «la Costituzione è chiara. L’articolo 24 garantisce a tutti il diritto di agire in giudizio. La disciplina del gratuito patrocinio, ovvero quando lo Stato si assume i costi legali, rappresenta uno strumento importante per chi non può permettersi le spese legali, specie in materia penale e, negli ultimi anni, in tema di immigrazione» Remo Danovi, presidente dell’Ordine degli avvocati di Milano Tuttavia, le tasse per le spese dei procedimenti giudiziari restano alte. Prima tra tutte la tassa del contributo unificato che è andata ad accorpare tutte le imposte che fino ad allora venivano versate per i procedimenti civili, penali e amministrativi. Pertanto, «il contributo unificato – continua il presidente Remo Danovi – può diventare anche molto onerosa e può dissuadere così i cittadini a fare causa. Questo non è giusto, non bisogna frapporre ostacoli nel ricorso alla giustizia. Una soluzione potrebbe essere quella che gli avvocati delle parti incoraggino la crescita di una cultura della conciliazione e della mediazione evitando il ricorso al giudice e la durata infinita del processo. Con grande risparmio di tempo e costi, garantendo anche una riduzione delle tensioni e dei conflitti. È questa la giustizia effettiva e non formale, verso la quale gli avvocati si devono indirizzare». E poi conclude: «La giustizia non deve essere un luogo per far deflagrare e radicare i conflitti, ma per superarli».

Tuttavia non sono soprattutto le spese a dissuadere molti cittadini a presentare denuncia per i reati di cui sono vittime, «quanto piuttosto – conclude il sostituto procuratore Elisa Pazé –  i tempi biblici che i processi penali hanno in molte sedi giudiziarie, favoriti da regole processuali che in qualche caso si prestano a condotte inutilmente dilatorie, e il rischio concreto che dopo anni tutto si chiuda con una sentenza di prescrizione. Diverso è il discorso per la giustizia civile e quella amministrativa, dove i costi negli ultimi anni sono davvero lievitati con il chiaro intento di scoraggiare chi ha intenzione di intraprendere una causa, ma ugualmente i tempi rimangono scandalosamente lunghi. Per ragioni di spese e di tempo in tutti i settori si corre perciò il rischio o che i cittadini si rassegnino a non avere giustizia o, il che è peggio, che cresca il numero di coloro che decidono di farsi giustizia da soli».