La crisi di Alitalia non conosce fine. Il bilancio del 2016 si è chiuso con un passivo di oltre 500 milioni di euro e il primo trimestre del 2017 presenta un conto in rosso di almeno altri 200. Neppure l ’ingresso di Etihad  nell’azionariato, con il 49% delle quote, è servito a realizzare un piano industriale per il rilancio della Società e a ridimensionare i costi. Ora rischia la liquidazione, non potendosi più procedere con un nuovo piano di salvataggio dopo il rifiuto dei lavoratori dell’accordo sindacale che prevedeva 980 esuberi tra il personale e la riduzione degli stipendi dell’8%.

L’Azienda è stata commissariata, perché questa volta lo Stato non ripianerà i debiti della Compagnia, salvo mettere a diposizione un prestito ponte di 600 milioni per sei mesi, per evitare di svendere il Gruppo. L’Italia è sempre stato un Paese con una forte iniziativa pubblica nell’economia. Per questo motivo le aziende a partecipazione statale hanno continuato a mantenere legami con lo Stato, anche dopo la privatizzazione. Ma questa volta il governo di Paolo Gentiloni ha detto basta all’emorragia di fondi nel buco nero dell’industria italiana. “Non è giusto per lo Stato italiano continuare a investire in Alitalia, perché fare impresa non è il suo ruolo”. “Non è giusto per lo Stato italiano continuare a investire in Alitalia, perché fare impresa non è il suo ruolo. Lo ha già dimostrato in passato con i diversi miliardi di euro buttati. Continuare a farlo anche adesso sarebbe veramente suicida, soprattutto in un mercato gestito principalmente da privati”. Lo spiega Andrea Giuricin, economista e ricercatore, membro dell’Istituto Bruno Leoni, esperto di economia e trasporti, che aggiunge:  “La posizione di Alitalia è sempre stata diversa rispetto a quella delle altre compagnie. Ormai vale il 17% del trasporto aereo italiano, contro il 24% di Ryanair, ma continua ad avere un peso importante davanti all’opinione pubblica, soprattutto dal punto di vista politico. Alitalia gode di un trattamento speciale anche se è diventata una compagnia privata. Si pensi alla cassa integrazione speciale che venne data nel 2008-2009 quando la vecchia compagnia fallì e i dipendenti ebbero 7 anni di cassa integrazione speciale, con l’80% dello stipendio”.

E’ un conto salato quello che lo Stato ha pagato fino a ora per salvare Alitalia. Dal 2008 a oggi sono stati impiegati quasi 6,1 milioni di euro tra i fondi stanziati per evitare il fallimento della precedente compagnia, quelli investiti da Poste Italiane e la cassa integrazione straordinaria del personale. Tuttavia l’azienda ha continuato a perdere terreno, anche se  nell’ultimo decennio il mercato aereo italiano è cresciuto.

Gli errori sono stati molteplici e si possono riassumere nella mancanza di investimenti, nel nodo irrisolto dei voli nazionali e a medio raggio, in cui è forte la concorrenza delle compagnie low cost, e nel mancato rafforzamento della partnership con l’aeroporto di Fiumicino.  “Ciò a cui si sta ora assistendo è l’ennesimo salvataggio finito male. Potremmo porre fine a questa continua agonia ammettendo che Alitalia non può più sostenersi”. “Ciò a cui si sta ora assistendo è l’ennesimo salvataggio finito male. Potremmo porre fine a questa continua agonia ammettendo che Alitalia non può più sostenersi. Non si capisce perché lo Stato debba intervenire e utilizzare un’altra volta le tasse dei contribuenti per salvare ancora una compagnia che non è così essenziale per il trasporto aereo. Il settore la sostituirà in tempi rapidi”, commenta ancora Giuricin.

Ora il timone è in mano ai commissari straordinari che nei prossimi mesi potranno guidare la Società verso la liquidazione o trovare un acquirente a cui cedere gli asset della Compagnia. Non è facile auspicare che un’altra azienda possa essere interessata ad Alitalia, soprattutto se si pensa anche al matrimonio fallito con Air France – KLM, mentre Lufthansa ha già detto di non voler fare offerte.