Giulio Piscitelli è un fotografo italiano nato a Napoli nel 1981. Laureato in Scienze della comunicazione nel 2008 si appassiona alla fotografia e inizia a collaborare con agenzie di news italiane e straniere. Dal 2010 lavora come freelance, focalizzandosi su tematiche legate all’attualità. Nel reportage Harraga letteralmente dal dialetto marocchino e algerino coloro che “bruciano le frontiere” ha documentato le rotte dei migranti che provano ad entrare in Europa. La sua testimonianza, in mostra allo spazio Forma Meravigli di Milano, ha vinto la 13esima edizione del Premio Amilcare G. Ponchielli.

Come nasce la sua passione per la fotografia?
La mia passione nasce un po’ per caso. Durante l’ultimo periodo dell’università ho seguito il lavoro di un amico che faceva lo street photograper e ho iniziato a fotografare in strada. Dopo la laurea mi sono ritrovato davanti alla necessità di dover lavorare. Non avevo ancora ben chiaro cosa fare, lavoravo con un grafico e contemporaneamente a Napoli scoppiò la crisi dei rifiuti. Ho iniziato a scattare in quella situazione e contemporaneamente mi sono avvicinato con questo lato che fa parte del mondo del giornalismo. In tutta onestà all’epoca non ero interessato al giornalismo, non lo ero mai stato. La mia passione è nata un po’ per caso e un po’ per necessità quando ho comprato la mia prima macchina fotografica, cercando di trovare lavori mediati dalla fotografia. All’inizio ho fatto anche il fotografo nelle discoteche.

Come sceglie gli scenari da raccontare?
Mi occupo soprattutto di attualità, in genere scelgo una tematica che mi piace e che contemporaneamente penso possa essere interessante anche per i giornali con cui spesso collaboro. Questo dipende, ci sono lavori che a volte non sono interessato immediatamente a pubblicare e quindi capita che sia incuriosito da un determinato posto e ci vada indipendentemente. Di solito però tengo gli occhi aperti su eventi di portata nazionale o internazionale.

Nel 2010 ha deciso di dedicarsi a un reportage sull’immigrazione dal titolo “From there to here”. Tanti viaggi diversi per raccontare il flusso migratorio nel Mediterraneo: le attese prima della partenza, il tragitto e l’arrivo. Come è nata l’idea di questo progetto?
L’idea è nata con il mio lavoro di fotografo. Il progetto non inizia nel 2010, in realtà io non ho studiato fotografia quindi quando ho iniziato a fotografare nel 2008 guardavo molto e guardo tutt’ora gli altri. Dopo qualche anno mi sono reso conto che alcuni fotografi strutturavano servizi che raccoglievano più storie, più situazioni, non solo lo scatto singolo di news. Ho iniziato così a ragionare sulla possibilità di evolvere quello che poteva essere il mio stile fotografico, la mia conoscenza della fotografia, il racconto fotografico e soprattutto dell’indagine. In seguito ho cercato di trovare una tematica che mi offrisse la possibilità di espandere un lavoro, per renderlo un discorso non solamente uno spot. Nel 2011, dopo la prima crisi a Lampedusa, ho pensato che il reportage sull’immigrazione avesse le caratteristiche per diventare un progetto più grande. Ho cercato di informarmi meglio e capire come strutturare un progetto. Mi sono anche raffrontato con dei colleghi più esperti che mi hanno dato qualche dritta. Non ci ho creduto molto fino a quando non mi sono imbarcato e mi sono reso conto che “effettivamente c’era la possibilità di vedere qualcosa oltre gli sbarchi”.

I suoi viaggi sono iniziati dalle rotte africane verso l’Europa, passando per l’Italia e la Francia, fino ad arrivare alla rotta balcanica. Cosa l’ha colpita di più di questa esperienza?
È difficile rispondere solo con una cosa. A fronte di una serie di lavori fatti in questi anni sicuramente quello che continua a impressionarmi è il modo in cui noi occidentali tendiamo a vedere queste persone, questa realtà, percependo il tutto in un’ottica che è distante da noi. Quando parliamo di migranti li identifichiamo come migranti non come persone mentre invece le persone che tentano di arrivare qui vedono noi e vedono loro stesse come persone. Sono rimasto molto colpito dal loro coraggio. Affrontano lunghe tratte dove spesso mettono a repentaglio la propria vita. L’incertezza del futuro vale molto di più del presente in cui vivono. Rincorrono una speranza abbandonando la propria terra, i sentimenti e i vincoli famigliari. Una tenacia che la maggior parte di noi, me compreso, non ha. A causa di questo nostro privilegio però stentiamo a capire il motivo per cui queste persone partono e affrontano enormi difficoltà.

Nel 2011 è partito insieme ai migranti su un barcone e dal porto tunisino di Zarzis ha raggiunto Lampedusa. In quella situazione, qual è stata la linea di confine tra l’essere testimoni di ciò che accade e la partecipazione emotiva del fotografo?
Per me non esiste una linea di confine, nel senso che siamo sempre testimoni a metà. Non puoi capire e vedere tutto di un determinato fatto. Nel mio caso, da una parte io ero un giornalista ed ero lì specificatamente per documentare quella situazione, dall’altra c’era la mia parte umana che aveva il bisogno di rapportarsi con le persone che incontravo. Quando entri in contatto con loro riesci a comprendere delle cose che prima non avevi mai immaginato di poter conoscere.«È importante avere un livello di emotività alto per capire le situazioni, altrimenti il lavoro fotografico rischia di essere sterile»
Non avevo mai considerato, per esempio che alcuni ragazzi tunisini originari dell’entroterra non avessero mai visto il mare. Questa cosa ti colpisce perché per noi invece è normale. Alcuni ragazzi sul punto di partire non se la sentirono di salire sulla barca. Lì ti rendi conto che alcune cose che per noi sono normali come il mare, il salire su una barca o altre cose stupide per molte altre non lo sono affatto. Penso che sia importante avere un livello di emotività alto per capire le situazioni in cui ti trovi, altrimenti il tuo lavoro fotografico e giornalistico rischia di essere sterile.

Il suo lavoro ha documentato per la prima volta i migranti al loro arrivo: i Centri di identificazione ed espulsione (CIE), lo sfruttamento a Rosarno e i campi di Castel Volturno. Come è riuscito ad entrare in empatia con le persone che fotografava?
Noi ora stiamo assistendo ad una situazione che si è allargata in maniera esponenziale negli ultimi anni però è già stata documentata, non nasce ora. Non sempre è possibile entrare in empatia con le persone che fotografi dipende dal tipo di lavoro che devi fare. Per esempio nei CIE non ho avuto molto tempo, sono dovuto tornare molte volte all’interno di questi centri perché ogni volta hai un permesso di un’ora al massimo, poi devi uscire. Questo limite non mi ha consentito di sviluppare una empatia, un rapporto umano con le persone. Quando ho lavorato a Castel Volturno invece è stato diverso. E’ un territorio molto difficile per un reporter, perché non accade niente e non è facile raccontare un tessuto sociale. In questo caso tu hai bisogno di instaurare dei veri e propri rapporti di amicizia. Quello che è condivisibile per ogni lavoro è il rispetto per la persona che hai davanti, un non sforzare qualcosa che non c’è.

Nell’ultima parte del suo reportage “A change is coming” si occupa di giovani di origine straniera che vivono in Italia. Come racconta questo ultimo tassello?
Il reportage nel suo complesso è un lavoro molto frastagliato. Alle volte ho preso delle pause.Ho ragionato sul fatto che dedicare un capitolo alla cittadinanza delle seconde generazioni fosse importante perché anche quella rappresentava una sfaccettatura del flusso migratorio. Bisogna anche capire che la questione migrazione è legata a dei diritti civili e alla tematica della cittadinanza che molti ragazzi di seconda generazione non hanno. La mancanza di questi diritti per una parte della popolazione ti fa capire che probabilmente c’è un approccio sbagliato in toto.«La mancanza dei diritti civili fa capire che noi europei non abbiamo imparato dal passato»
Sono dei diritti che pure noi non potremmo più avere se la guardiamo in un’ottica drammatica. Ed è questa mancanza di diritti che porterà altri tipi di problemi alla nostra società, perché purtroppo noi come società europea non abbiamo imparato dagli eventi del passato. Se non si danno i diritti civili a persone che sono nate qui, italiane, come possiamo pensare di risolvere la questione di persone che stanno arrivando?

Quali saranno i suoi prossimi progetti?
Non ne ho la più pallida idea, è difficile ragionare in maniera progettuale alla base. Sono stato per la prima volta in Iraq e sto valutando di poterci tornare. Io cerco sempre di partire da copertura di attualità e poi approfondire. Per me il progetto sull’immigrazione è stata una scuola di fotografia in qualche modo, ho imparato a fotografare un po’ meglio in questi anni e ho capito che cosa significa studiare un percorso.