«La popolazione di Milano è cresciuta, ma siamo ancora in una fase di ´alfabetizzazione`». Questa è l’opinione di Giulio Cavalli in merito al fenomeno mafioso al Nord e alla consapevolezza che la popolazione ha di questo fenomeno. Attore e regista milanese, da sempre impegnato a trattare nei suoi lavori temi importanti, Cavalli si occupa ormai da parecchi anni di criminalità organizzata. Attraverso spettacoli teatrali come Do ut des e RadioMafiopoli e con il suo libro Nomi, cognomi e infami (Edizioni Ambiente, 2010) ha raccontato i riti e le storie individuali che ruotano attorno alle mafie, denunciandone soprattutto l’ubiquità. È, infatti, stato fra i primi a parlare di infiltrazioni mafiose nel settentrione d’Italia. Fatto in merito al quale, dopo anni di “negazionismo”, finalmente, è stato fugato ogni dubbio. Recentemente si è tornato a parlare di ‘ndrangheta al Nord e, in particolare, a Quarto Oggiaro, quartiere milanese dove domenica 27 ottobre è stato ucciso Emanuele Tatone, esponente della famiglia che controlla il traffico di droga nella zona.

Perché colpire una famiglia, quella dei Tatone, già messa in ginocchio dal blitz delle forze dell’ordine nel 2009 e considerata ormai decaduta?

Evidentemente la famiglia Tatone non è affatto decaduta né è stata colpita fatalmente dal blitz del 2009. Probabilmente sono ancora loro a controllare il giro di droga a Quarto Oggiaro. Questo spaccio così capillare e organizzato non è stato più tollerato da qualcuno che stava più in alto,  qualcuno che magari controlla il business a livello regionale e ha voluto fermarli.

Di fronte a un fenomeno mafioso così diffuso anche al Nord come reagisce il cittadino lombardo?

I milanesi, e i lombardi in genere, oggi si rendono conto della presenza delle infiltrazioni mafiose nelle loro città, ma passare da un’indignazione consapevole a una reazione non è facile né automatico. Da questo punto di vista il gran numero di persone presenti ai funerali di Lea Garofalo a Milano è un segnale positivo.

La politica, invece, come affronta questo tema?

È difficile fare politica su questo argomento perché per farlo è necessaria una cultura che a Milano e in Lombardia ancora non c’è. Deve essere fatto un lavoro culturale sui cittadini che ancora né la politica né i giornalisti sono stati in grado di fare. I cittadini vengono istruiti da ciò che leggono ma i media perseguono due obiettivi: colpire la pancia e nutrire la mente. Nutrire la mente su questo argomento in Lombardia è difficile. Nonostante tutto, spesso mi sono trovato d’accordo con le posizioni dell’assessore alla sicurezza del comune di Milano Marco Granelli.

Le  associazioni che si occupano di sensibilizzare la cittadinanza e si impegnano a combattere la mafia stanno ottenendo risultati? Come giudica il loro operato?

Le associazioni stanno facendo un ottimo lavoro ma il percorso è ancora lungo.