Giovanni Capriotti, fotoreporter nato a Roma classe 1972, frequenta un primo corso di fotografia al London Communication College da teenager dove ha ottenuto una Bachelor of Fine Arts. Dopo essersi trasferito a Toronto in Canada, nel 2014 si laurea al Loyalist College Photojournalism Program. Da freelance, si occupa di “multimedia”, segue e realizza progetti per l’Onu (Unhcr), organizzazioni non governative e per le principali testate e riviste canadesi. I suoi lavori sono sono pubblicati su quotidiani italiani e internazionali. Nel 2017 ha vinto il World Press Photo nella categoria Stories con il reportage Boys will be boys. Un lavoro fotografico sulla squadra del Muddy York Rugby Football Club, la prima squadra gay di Toronto nata nel 2003.

Come si è avvicinato alla fotografia?
La mia passione per la fotografia nasce da piccolino. Mia nonna lavorava dentro una pensione e un giorno mi portò a casa una vecchissima Yashica che qualche turista aveva dimenticato. Dopo qualche anno anni iniziai a giocare con questa macchinetta e con una Polaroid che mi era stata regalata per la prima comunione. Dopo queste prime esperienze ho comprato una M5 Pentax sempre a pellicola.

Come sceglie gli scenari da raccontare?
Di solito le cose che mi interessano sono quelle che non vengono evidenziate dai media tradizionali. La mia passione mi dirige sempre verso storie che non sono molto raccontate. Storie intime, allo stesso tempo.

Quando preferisce usare il bianco e nero o scattare a colori?
Non vorrei essere “cheesy” e troppo scontato dicendo che il colore distrae il modo in cui si guarda la fotografia e il bianco e nero invece focalizza attentamente il contenuto. Io decido quale usare a seconda dello scenario, della luce, del lavoro che voglio fare in postproduzione e infine del messaggio che voglio comunicare. Tenendo conto che la luce gioca un ruolo determinante penso che la drammaticità e la resa del bianco e nero all’interno di una storia faciliti nel raccontarla. Poi ci sono altre condizioni che mi spingono al colore, ma nei miei lavori uso entrambi.

Dieci scatti del suo reportage Boys will be boys sono stati premiati al World Press Photo 2017 nella categoria Stories. Ci racconta la storia di quel reportage?
La storia del reportage è una storia romantica. É nata appena sono arrivato in Canada nel 2009. Nel 2010 ho gareggiato ad una corsa durante il gay pride e ho visto alcuni giocatori di rugby che durante la corsa distribuivano dei volantini cercando di reclutare dei giocatori per la squadra. Il mio desiderio era quello di unirmi a loro però essendo impegnato nella fotografia e volendo evitare infortuni che mi avrebbero precluso la libertà di lavorare non lo feci. Decisi di tenere quel flyer e rimasi curioso della storia.
Cinque anni dopo iniziai la scuola di fotogiornalismo al Loyalist College e durante il terzo semestre uno degli assignment per la classe di documentary photography era quello di portare tre storie diverse a settimana. Decisi di lavorare alla storia della squadra del Muddy York e raccontare questa storia di rugby inclusive.

Non era più solo una storia di sport, ma una destrutturazione del concetto di mascolinità all’interno della performance sportiva

Nel 2015 finì la scuola e proposi il reportage al principale quotidiano canadese The Globe and Mail che accettò di buon grado. Il periodo era vicino al nuovo gay pride, la storia venne pubblicata ed ebbe un discreto successo. Nel 2015 a Natale un giocatore del team mi contattò e mi chiese se volevo continuare a documentare la storia della squadra: accettai e andai con loro a Nashville per la Bingham Cup, la coppa del mondo di rugby inclusivo aperta a selezioni di tutti e cinque i continenti e a giocatori di qualsiasi orientamento sessuale. Da lì ho avuto l’accesso totale alle attività della squadra, alle vite dei singoli giocatori e a quel punto mi sono reso conto che non era più solo una storia di sport, ma una destrutturazione del concetto di mascolinità all’interno della performance sportiva.

Dove si trovava quando ha scoperto di essere tra i vincitori del WWP?
Ho scoperto di aver vinto il World Press Photo a Montreal alle 5 di mattina, attraverso un articolo su Time Magazine. Dopo di che ho impiegato circa una settimana per realizzare le dimensioni della cosa.

Lei ha realizzato anche degli short film. Quanto conta l’estetica nei suoi lavori?

Io mi occupo di “multimedia” e quando faccio queste piccole produzioni come fotografo utilizzo un approccio cinematografico utilizzando per girare le DSLR . Curo nei minimi dettagli lo sviluppo di questi corti: lo sviluppo della storia, la sua crescita, il picco e come uscire  senza far perdere l’attenzione di chi la guarda. Non durano mai più di tre minuti.

Ho impiegato circa una settimana per realizzare che avevo vinto il World Press Photo

Qual è il suo consiglio per i giovani che vogliono avvicinarsi al fotogiornalismo?
Penso che gli unici giovani che al momento possano avvicinarsi al fotogiornalismo siano quelli che provengono da una famiglia benestante o comunque abbiano le spalle coperte. É diventato, negli ultimi tempi, un giochino per bambini ricchi. Tuttavia la passione è un elemento fondamentale, nel raccontare storie, il rispettare chi si ha davanti, controllare il proprio io. Una volta che si trova l’equilibrio tra tutti questi elementi probabilmente si è sulla strada giusta per scattare delle buone fotografie e approcciare la fotografia in maniera etica e costruttiva. Questo ti permette anche di crescere come fotografo sia a livello professionale sia a livello umano facendoti diventare una persona migliore.

A cosa sta lavorando attualmente?
Sono nella fase di brainstorming: ho in programma alcune cose e altre che avevo in mente le ho cancellate e sostituite. Attualmente mi sto concentrando su un lavoro sul BDSM tra gay, quindi sul concetto di giochi di ruolo in senso erotico e sul consenso che deve esistere tra le persone che si prestano a questo tipo di attività. Poi sto ragionando anche su un altro progetto, che riguarda la prima ondata di chi è stato infettato dal virus dell’HIV ed è sopravvissuto e invecchiato dimenticato dal resto della comunità. Infine ho in testa un terzo reportage su una storia di sport che riguarda il lacrosse, uno sport creato e inventato dagli aborigeni Nord americani. Parecchie squadre canadesi giocano in leghe aborigene che sono aperte a tutti quanti e c’è molta tradizione intorno. Vorrei raccontare la storia di una riserva di nativi americani che ha questa squadra i Thunder Birds. Sono entrato in contatto con loro e spero mi rispondano e mi permettano di scattare questa storia che mi sembra molto interessante sia dal punto di vista sociale sia sportivo. Quando cerco storie di sport cerco anche di includere un aspetto sociale della storia come quella del Muddy York dove è forte il messaggio di come queste persone si battano quotidianamente per l’inclusione nello sport di tutti i tipi di individui a prescindere dall’orientamento sessuale.