«Con la scrittura puoi supplire a ciò che manca alla visione: a differenza di un fumetto o di un film, un libro può restituire anche gli elementi olfattivi e tattili, solo con la parola. È quello che cerco di fare, anche con la mia città». Ed è proprio con le parole che Giorgio Fontana, 30enne scrittore milanese con già cinque romanzi all’attivo, cerca di ricostruire le atmosfere, gli scorci e gli odori della sua Milano.

Nei romanzi di Fontana, tra i più giovani vincitori del premio Campiello e con un lavoro alle spalle in un’agenzia di software, la città non è solo uno sfondo ma diventa spesso protagonista, così come i suoi quartieri.

In Babele 56 hai raccontato attraverso voci reali la vita di via Padova, oggi al centro delle cronache per scontri e retate. Come definiresti la tua via Padova?

La mia via Padova è quella che non dovrebbe piegarsi alla semplice cronaca raccontata male. È una zona molto complessa, variegata, con molte contraddizioni e difficoltà. Via Padova non è soltanto cronaca nera o criminalità spicciola, ma è un grande laboratorio di futuro in cui convivono molte nazionalità e molte realtà diverse. È una zona popolare con una forte identità e orgoglio. Si tratta di una strada particolare, lunga ben 4 chilometri, che cambia molto da un tratto a un altro. Ho vissuto in questa zona circa 4 anni e l’ho conosciuta bene. Ciò che mi preme di più è raccontarla senza banalizzarla.

Nei tuoi libri soprattutto in Morte di un uomo felice, Milano non è solo un’ambientazione ma quasi un personaggio, vivo e di azione. Perché questa scelta?

Per me è molto importante che emerga questa idea di Milano come personaggio. Per creare un’identità alla città sto tanto per strada, non mi lascio sfuggire nessun dettaglio, passo giorni interi con taccuino in mano, osservando i quartieri che racconto e i personaggi che li abitano, aiutandomi anche con le fotografie e gli spezzoni video del passato. È una scelta spontanea e naturale che nasce dal mio amore per la città. Mi piace molto descrivere lo spazio urbano e farlo vivere, restituirlo nella sua pienezza. Proprio per la mia formazione di scrittore, non amo che uno spazio urbano, soprattutto la mia città, venga usato come fondale, come spazio puro. Per me è limitante, è un peccato usare luoghi carichi di storia e di storie come fossero delle quinte. Mi piace descrivere lo spazio urbano e farlo vivere, restituirlo nella sua pienezza

Nel tratteggiare la Milano del passato e le sue atmosfere dei primi anni ‘80, hai fatto un lungo lavoro di documentazione. Cosa pensi che sia cambiato da allora ad oggi, nel bene e nel male?

Milano era già cambiata tanto ed è stata quasi mangiata viva negli anni ‘80 dallo yuppismo imperante. Sono quelli gli anni in cui si sono calcificate le immagini della città della moda, degli aperitivi, del manager rampante. Sono immagini che odio, tutte orientate in una direzione. Con il tempo ci si è dimenticati della Milano originale, quella con una forte presenza proletaria e popolare, ma anche della città intellettuale, quella che aveva molto da dire, anche politicamente, nel bene e nel male.
Il cambiamento non è però stato solo negativo: il mutamento demografico ha portato novità positive in termini di immigrazione, ha reso la città estremamente multietnica. Milano non sta cambiando ma è già cambiata. Bisogna accettare il cambiamento e viverlo fino in fondo senza indulgere nella nostalgia. È inutile lamentarsi, ad esempio, della scomparsa delle trattorie di una volta perché ci sono ancora, sono diventate semplicemente cinesi. Milano è certamente evoluta in peggio, ma il lassismo dilagante è controproducente. Milano non sta cambiando, è già cambiata. Bisogna accettare il cambiamento e viverlo fino in fondo senza indulgere nella nostalgia

In Morte di un uomo felice hai ricostruito un periodo, quello del terrorismo italiano, con dovizia di particolari. Quali sono state le difficoltà e come ti sei approcciato a questo periodo?

Le principali difficoltà sono state quelle di carattere storico. Non avendo vissuto in prima persona questi temi ho però potuto godere di un distacco indispensabile. Mi sono sentito sulle spalle la responsabilità di raccontare una storia con grande dovizia di particolari e onestà intellettuale, nel rispetto di una stagione politica da leggere in tutta la sua complessità, senza privilegiare letture spicce e dietrologie. Mi sono gettato in uno studio lungo e complicato, ho letto tantissimo, spulciato achivi di quotidiani e archivi video, ho parlato con persone che hanno vissuto quegli anni. Nel mio libro volevo parlare di un essere umano, Giacomo Colnaghi, in una città umana e disumana allo stesso tempo e ho cercato di farlo con amore, allontanandomi dalle ideologie e privilegiando il dilemma interiore.

Milano oggi è interamente concentrata su Expo. Cosa pensa di questo evento?

Sono sempre stato molto critico fin dall’inizio. Condivido molte ragioni del movimento No expo come le denunce su cemento, debito e precarietà. Mi è sembrato inoltre ipocrita legare un evento come questo alla nutrizione quando la fame è uno dei principali problemi al mondo. Tra le altre questioni che non mi convincono, il lavoro non pagato e il futuro di quell’area. Il tempo potrà smentirmi, ma non ne sono molto sicuro.