Sono solo pochi attimi. Giusto il tempo di rendersene conto e che il tuo istinto elabori una reazione, capisca come agire e come mettere in atto un piano di difesa. Dunque, difendersi. Ma come difendersi ed entro quali limiti? Crescono negli ultimi anni i casi di gioiellieri che rispondono ad una rapina a mano armata impugnando a loro volta una pistola e sparando ai malviventi, spesso uccidendoli. Chiamatela pure giustizia privata o legittima difesa, sta di fatto che in Italia legge ed opinione pubblica, il più delle volte, non vanno di pari passo.

Tutti ricorderanno lo scherzo finito male del calciatore della Lazio Luciano Re Cecconi quando,  la sera del 18 gennaio del 1977 a Roma, in compagnia del compagno di squadra Pietro Ghedin, entrò nella gioielleria di Bruno Tabocchini in via Nitti con il bavero del cappotto alzato. gridando “questa è una rapina”. Il gioiellerie estrasse la sua pistola e sparò un colpo. Re Cecconi cadette a terra e morì pochi minuti dopo. L’orefice venne arrestato e processato. Verrà poi assolto per aver agito in stato di legittima difesa putativa. È cronaca più recente, invece, il caso del 10 febbraio scorso nel napoletano. La dinamica è la stessa: un gioielliere ha aperto il fuoco dopo che tre malviventi sono entrati nel suo negozio. Nella sparatoria, uno dei rapinatori è rimasto ucciso. A breve inizierà il processo.

Così come a Roma e a Napoli, anche tra i gioiellieri di Milano la paura è tanta. C’è chi confessa di non tenere alcun tipo di armi sotto il bancone e chi, invece, dice di prendere le “giuste” precauzioni. Soprattutto nel quadrilatero della moda, dove nel corso degli anni le rapine non sono state di certo poche.

Alessia Giraldo: «Ci hanno tenuti chiusi nel nostro caveau per tre ore, mentre loro prendevano tutto ciò che trovavano. Oggi abbiamo delle direttive su come comportarci in questi casi»

Lo sa bene Elia Ghezzi, titolare della storica gioielleria Pederzani in via Alessandro Manzoni, ma ancora in corso Monte Napoleone quando dodici anni fa il negozio è stato derubato con una metodologia alquanto insolita: per giorni i ladri si sono finti dei lavavetri e poco alla volta hanno estratto le viti che fissavano la vetrina. «E pensare che non ci siamo accorti di nulla. Fino a che in pieno giorno non hanno completamente buttato giù l’intera vetrina» racconta il proprietario. «Da quel giorno abbiamo doppia porta e pochi gioielli esposti. Ma no, non teniamo armi in negozio. La normativa non è molto chiara a riguardo, e quando si è coinvolti in situazioni del genere non sai mai cosa puoi o non puoi fare. E’ meglio quindi accontentarli piuttosto che rischiare di passare il resto della vita in carcere».

Anche Alessia Giraldo se la ricorda bene la rapina di sei anni fa nella sua gioielleria Scavia in via della Spiga. «Era un sabato mattina. Non avevamo ancora alzato la saracinesca quando sono entrati a volto coperto i rapinatori. Ci hanno tenuti chiusi nel nostro caveau per tre ore, mentre loro prendevano tutto ciò che trovavano – racconta la proprietaria del negozio –. Oggi abbiamo delle direttive su come comportarci in questi casi. Procedure perfette, ma quando poi vivi in prima persona una rapina dimentichi tutto. Le pene per chi commette questi reati, purtroppo, non sono molto elevate perché i colpevoli al massimo si fanno due anni in carcere e poi sono di nuovo liberi».

Arianna Visconti: «Una risposta armata, dunque, diretta contro l’aggressore potrebbe essere giustificata solo quando realmente inevitabile, e solo quando, secondo il dettato della legge, vi sia un attuale “pericolo di aggressione” alla vita o incolumità del soggetto che si difende o di terzi»

Processi, leggi e condanne: nel codice penale tutti i dubbi del caso trovano risposta. L’articolo 52 parla chiaro: non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di difendere un diritto proprio od altrui contro il pericolo attuale di una offesa ingiusta, sempre che l’offesa sia proporzionale all’offesa. Ovvero: «La disciplina della legittima difesa si basa su una serie di requisiti», spiega Arianna Visconti, ricercatrice del dipartimento di scienze giuridiche dell’Università Cattolica di Milano. «Il primo è la necessità della difesa: l’aggredito può, nel caso del gioielliere, fare uso di un’arma solo e soltanto se non vi è un’alternativa ugualmente efficace e meno lesiva. Secondo, l’attualità del pericolo: l’aggressione deve essere in corso o quanto meno imminente. Terzo, si deve trattare di difesa contro un’offesa ingiusta (motivo per cui non si può, ad esempio, invocare la legittima difesa contro qualcuno che stia già agendo in legittima difesa). Vale, infine, il requisito della proporzione: i beni dell’aggressore lesi dalla reazione difensiva devono essere di rilievo comparabile a quelli oggetto di difesa da parte dell’aggredito. Una risposta armata, dunque, diretta contro l’aggressore potrebbe essere giustificata solo quando realmente inevitabile, e solo quando, secondo il dettato della legge, vi sia un attuale “pericolo di aggressione” alla vita o incolumità del soggetto che si difende o di terzi». Sono solo pochi attimi, dunque, giusto il tempo di rendersene conto. Il resto, poi, diventa cronaca di tutti i giorni.