Mostrare la parte nascosta della realtà, come fosse un sogno. È questa la firma di Marcello Ginelli, 43 anni, fotoreporter indipendente e insegnante di fotografia alla scuola messicana “Pedro Meyer”. Una vita tra Italia, Parigi, Londra e Città del Messico, dove si è trasferito nel 2015. «Il mio metodo è trasformare le persone – che io chiamo “le mie creature” – in qualcosa che va tra l’onirico e il surreale. Ma non per estrapolarne la parte comica o brutta. Ciò che cerco di mostrare con i miei scatti è l’altra faccia della povertà, mettendo al centro la persona. Che è prima di tutto un essere umano che merita rispetto».

Le foto ha imparato a scattarle a undici anni grazie al padre, Nat Ginelli, fotografo della nazionale di calcio e del Milan. E proprio sui campi da calcio ha capito ciò che avrebbe voluto immortalare. «Ciò che mi affascinava non erano le gesta dei calciatori e i goal, ma gli spettatori. Mentre lui scattava al centro del campo, io rivolgevo l’obiettivo sui volti dei tifosi in tribuna», racconta. Nel 2009 il trasferimento a Parigi per lavorare con i maestri della street photograpy. Ed è  lì che l’obiettivo mette a fuoco una fotografia sempre più sociale, umanistica. «Per un anno ho lavorato  in strada, cercando di diventare amico di chi incontravo e viveva in situazioni di difficoltà. Un fotografo è prima di tutto un comunicatore: non può solo rubare lo scatto, ma deve interagire con il soggetto». Poi Londra, vendendo le prime fotografie a riviste importanti. E dopo qualche anno Città del Messico, realizzando i due servizi fotografici che lo lanceranno definitamente nel mondo del reportage: uno sul muro di Tijuana, al confine tra Stati Uniti e Messico; l’altro sui cartelli della droga. [/mark]«La vita da fotografo a Città del Messico mi piace perché ha molta sostanza: non mancano soggetti e situazioni. È un immenso laboratorio per sperimentare la mia fotografia»[/mark]. In una parola: libertà.

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Amatrice

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Cuernavaca

Ma libertà significa anche affrontare rischi. «Con i cartelli della droga non è stato facile. Oltre a fotografare spiegavo infatti alla popolazione cosa facessero davvero i cartelli messicani: una catena malvagia e di cui la popolazione non ha reale conoscenza. Il pericolo l’ho quindi avvertito più volte, ma è come ti poni nei confronti della gente che ti può salvare o meno la vita e che ti permette di fare il lavoro che faccio io in modo sicuro», spiega. Umanità e dramma si intersecano per chi, come Marcello, vive viaggiando. Anche se le distanze a volte sembrano non esistere. Nel 2017 due terremoti sconvolgono il mondo: Amatrice e Città del Messico. Da lì l’idea della mostra Terrae Motus. [/mark]«Ho voluto avvicinare le due realtà per mostrare conseguenze identiche in posti così lontani, come per esempio la morte e l’aiuto reciproco. Tra tutti gli scatti, un parallelismo è stato più che evidente: le torri campanarie di Cuernavaca e Amatrice, entrambe con le lancette dell’orologio ferme sull’ora del sisma»[/mark].

Nel 2020 il Museo Galleria di città del Messico gli commissiona un reportage in un Paese del latino America. E Marcello Ginelli sceglie L’Avana. Spiaggia caraibica, il rum e una donna con il sigaro. È Cuba. O forse solo il suo stereotipo. «Ho sempre pensato che ci fosse molto altro. Quella che spesso vediamo è la faccia sporca, finta, turistica, che non c’entra nulla con la realtà. La vera vita del cubano è di notte: di giorno si occupa del turista e di notte di se stesso, incontrando persone alle due del mattino, giocando a domino da un lato all’altro della strada o solo stando seduto sui bordi dei marciapiedi o sulle scale dei solares, i cortili. Sembrano persone intrappolare in un sogno, come nel ventre di una madre che non vuole partorire». Il  “viaggio in una notte”, il sogno, può diventare incubo.
E così che il fotografo descrive l’incontro con due ragazzi argentini che cercano di farlo entrare in un bar per turisti. «Una scena mi ha fatto pensare all’entrata di un girone dantesco. Il locale aveva una lampada molto forte rossa per richiamare il turista. Da qui l’idea di quella foto, l’unica ad avere la cornice rossa, così come rossi sono i numeri dell’orario, nella forma di un timer di una sveglia degli anni ’80, cui è avvenuto lo scatto». Ma il sogno poi riprende e continua. Almeno fino all’alba di domenica 25 ottobre, ultimo giorno per visitare la mostra.

Non c’è nulla di programmato e pensato negli scatti di Marcello Ginelli. Il racconto si srotola da sé passo dopo passo, incontro dopo incontro. «Per me la fotografia è energia e movimento, come un cuore che batte nel petto, che contiene una forza invisibile che trasmette a tutto il corpo. Lo scopo deve essere uno: emozionare, investigare, fare emergere domande», dice. «Anche se oggi è l’arte più popolare, si è perso il senso vero di ogni scatto. C’è troppa auto celebrazione, valorizzando il nostro io e quasi mai il prossimo. Ed è questo ciò che mi dispiace di più».