Maggio è alle porte, le europee si avvicinano e le forze sovraniste nei vari Paesi non accennano a smorzarsi. La Francia, in particolare, continua ad essere investita dalle proteste dei gilet gialli. Molte sono le liste create da membri del movimento in vista delle europee. L’ultima in ordine di tempo è Rassemblement des gilets jaunes citoyens (Raggruppamento dei gilet gialli cittadini), il cui capolista è Thierry-Paul Valette, che è anche portavoce di un comitato contro la fame nello Yemen.

Sono quattro le liste create da membri dei gilet gialli. Tre si presenteranno alle europee di maggio: Rassemblement des gilets jaunes citoyens, Rassemblement d’Initiative Citoyenne Union Jaune Prima di questa erano già sorte altre tre liste. Una è nata per volontà di Jacline Mouraud, tra i leader moderati del movimento, e si chiama Les Emergents (gli emergenti). Inizialmente doveva correre alle europee, invece parteciperà alle municipali del 2020. Un’altra lista dei gilet gialli è Rassemblement d’Initiative Citoyenne – RIC (unione d’iniziativa cittadina) che fino a non molto tempo fa era guidata da Ingrid Levavasseur. Ultima lista ispirata al movimento è Union Jaune (unione gialla), che ha come capolista Patrick Cribouw.

È presto per capire se i gilet gialli diventeranno in futuro una vera e propria formazione politica in grado di incidere sulle scelte di governo del Paese. Su questa eventualità esprime seri dubbi Vittorio Emanuele Parsi, 57 anni, docente di Relazioni Internazionali all’Università Cattolica di Milano. «In tutta sincerità – afferma il politologo –, guardando allo stato attuale delle cose, la vedo difficile: è un’impresa che richiede tempo. Basti pensare a qualcosa di molto più vicino a noi: il Movimento Cinque stelle ci ha messo anni a diventare un vero partito. Dopo così poco tempo dalla loro nascita, non è semplice prevedere se, coi gilet gialli, possa accadere lo stesso».

È soprattutto la mancanza di una chiara identità a ostacolare l’ascesa dei gilet gialli nell’agone politico: «L’unico deterrente – sostiene Parsi – sta nel fatto che, in questo momento, sono privi di una leadership unitaria e di un’agenda definita da un punto di vista ideologico».

Il movimento nasce proprio come protesta apartitica che convoglia il malcontento di persone dalla diversa sensibilità politica, ma tutte accomunate dalla fatica di arrivare alla fine del mese col proprio stipendio. Ecco perché anche un piccolo aumento delle tasse può fare la differenza. Non è un caso se a dare il via alla protesta sia stato l’annunciato rincaro delle accise sui carburanti (0,76 euro per il gasolio, 0,39 per la benzina). Contro questa misura nel maggio 2018 una petizione online lanciata su Change.org da Priscilla Ludosky, una 32enne venditrice di cosmetici, raccolse in breve tempo l’adesione di quasi un milione di persone, il massimo mai raggiunto in Francia.

La protesta dei gilet gialli va avanti dal 17 novembre 2018. Tutto ha avuto inizio da una petizione contro il rincaro delle accise sui carburanti voluto dal presidente Macron e poi da lui successivamente cancellato Quella, però, è stata solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso, perché dietro il malcontento dei manifestanti ci sono ragioni ben più profonde. A dimostrazione di ciò, il fatto che dal 17 novembre 2018, data in cui i gilet gialli scesero per la prima volta in piazza, ogni week-end si ripetono le stesse manifestazioni contro Macron, nonostante quest’ultimo abbia alla fine cancellato l’aumento delle accise da cui era partito tutto.

Da molte parti è stato fatto notare come alla base di quanto sta avvenendo vi sia la spaccatura tra la Francia dei centri urbani e quella periferica. L’aumento delle tasse sui carburanti avrebbe inciso poco sulle vite di quelli che popolano le grandi città, ma avrebbe svantaggiato molto le persone che, abitando in luoghi lontani dai centri urbani, utilizzano spesso l’automobile: se a Parigi solo il 13% dei cittadini usa l’auto per andare al lavoro, nelle regioni più periferiche della Francia la percentuale può raggiungere anche il 90%.

«Da sempre in Francia – spiega Parsi –, esiste una profonda frattura tra città e campagna, tra metropoli e vecchia nazione che si traduce, nel caso specifico di Parigi, in uno scarto che non si limita solo alla geografia, ma riguarda anche la questione del reddito».

Tra le ragioni dietro l’estensione della protesta il docente individua anche il sistema politico d’Oltralpe: «Se da un lato il carattere elitario della Repubblica francese è stato la massima ragione della stabilità dello Stato dopo la riforma di De Gaulle, dall’altro questa situazione ne ha rappresentato un limite, per via di un ordinamento costituzionale con un presidente forte e un sistema elettorale a doppio ballottaggio, due elementi che favoriscono una reazione contro l’apparato governativo. Tutto ciò rende il sistema sordo: ci si accorge della marea solo quando la reazione di un movimento innesca la crisi».

Anche la vittoria di Macron, a detta del politologo, va vista in questo contesto: «Si è trattato di una risposta a comunisti, socialisti e gaullisti, ma anche di un tampone che non ha fatto nulla per riavvicinare l’opinione pubblica allo Stato. La popolarità della protesta è antecedente ai gilet gialli: il movimento le ha conferito risonanza, ricorrendo alla violenza e dando voce a proposte sgradite alla maggioranza».

 Le regioni in cui i gilet gialli hanno riscosso più seguito sono quelle dove la Le Pen sta guadagnando terreno, ma anche quelle dove Macron ha ottenuto ampi margini di vittoria alle ultime elezioni, come Nuova Aquitania (68,6%), Loira (72,4) e Bretagna (75,3%) A scendere in piazza sono stati comuni cittadini, gente che non è abituata a farlo, ma si è sentita esasperata dalle difficoltà economiche che vive quotidianamente, quella classe media e medio-bassa dove Macron ha sempre faticato a trovare consensi. Molti di quelli che manifestano contro di lui sono, però, anche suoi elettori delusi. Le regioni in cui i gilet gialli hanno riscosso maggiore seguito sono sicuramente quelle rurali dove il Rassemblement national di Marine Le Pen sta guadagnando terreno, ma anche quelle dove l’attuale presidente francese ha ottenuto ampi margini di vittoria alle ultime elezioni, come Nuova Aquitania (68,6%), Loira (72,4) e Bretagna (75,3%).

Il geografo e autore francese Christophe Guilluy, da anni studioso della Francia rurale e periferica, ha notato che le aree territoriali e i segmenti demografici dove i gilet gialli hanno più consenso in realtà sono molto simili a quelli a cui si deve la vittoria di Donald Trump negli Stati Uniti e di Lega e Movimento Cinque Stelle in Italia.

«I settori della società francese che hanno maggiormente aderito ai gilet gialli – spiega Parsi – sono quelli che non trarrebbero vantaggi dalla trasformazione della Francia da Stato-Nazione a Stato-Mercato. I singoli Stati sono diventati moltiplicatori della globalizzazione e quelle persone che non vedono in ciò opportunità favorevoli protestano».

Il politologo non manca di richiamare le istituzioni alle proprie responsabilità per l’attuale situazione di crisi: «La Costituzione europea è allo sbando, nelle singole Nazioni non esiste più un’organizzazione democratica seria. È questo che spinge il popolo alla rivolta contro le élite, un dato di fatto non più trascurabile. Spesso la protesta dà spazio a proposte irrealizzabili, ma il malessere, quando c’è, va considerato. L’errore dei piani alti è stato quello di rifiutarsi di ascoltare l’unica, grande richiesta dei cittadini: quella di equità».

Parsi è convinto che il movimento dei gilet gialli non sia replicabile in Europa e che sia un unicum francese: «Ogni sistema articola la delusione dell’opinione pubblica nei confronti delle élite in maniera diversa e in base a peculiarità nazionali specifiche. L’estrema chiusura del governo francese verso il dissenso ha fatto sì che la contestazione assumesse queste forme: se non c’è spazio per protestare, è automatico che scoppi una rivolta. Nei vari Paesi europei ci sono stati movimenti che hanno anticipato quello dei gilet gialli, ma coi quali non è possibile individuare analogie, se non quella di un malessere nei confronti del sistema elitario. Basti pensare a Podemos in Spagna o al Movimento Cinque Stelle in Italia».

In sostanza, se c’è un minimo comune denominatore con altre realtà europee, questo è certamente il dissenso.