«In guerra l’unica regola è che non esistono regole. Nessuna componente etica può rientrare all’interno di un conflitto, a prescindere dal nemico che si va ad affrontare». È questo in sintesi il pensiero di Gianandrea Gaiani – giornalista e direttore del sito Analisi Difesa – che non usa mezzi termini quando si parla di lotta all’ISIS. Una premessa cinica, che lascia spazio a un’unica, spietata conclusione: in guerra non serve essere buoni.

Gaiani, esiste in guerra un confine tra offesa ricevuta e difesa? Ha ancora senso distinguere tra obiettivi civili e militari?

Non è mai esistito un confine del genere. Il problema riguarda gli Occidentali, e in particolare l’Europa, che abbiamo cercato di rimuovere il concetto di guerra, illudendosi di poter sconfiggere qualcuno senza provocare morti. In realtà, la storia insegna che i civili vengono colpiti per demoralizzare il nemico e questa strategia ha sempre ripagato. Basti pensare ai raid aerei durante la seconda guerra mondiale mirati a distruggere interi quartieri delle città, oppure la bomba atomica lanciata dagli USA contro la popolazione giapponese. Affinché una guerra sia efficace, va condotta in un limitato periodo di tempo, in maniera violenta e veloce per impedire che possa ingigantirsi e diventare lunga e ancora più sanguinosa. Il concetto che voglio sottolineare è questo: senza sporcarsi le mani non si va da nessuna parte.

Dell’Isis si conosce l’estensione territoriale e i nomi di suoi principali esponenti, eppure si fatica a trovare una soluzione comune per combatterlo. Perché? Quale ritiene che sia il modo migliore, a livello militare, per sconfiggerlo?

Il motivo è semplice: tanti Paesi della coalizione anti Isis non hanno intenzione di sconfiggerlo perché una tale azione non rientra nei loro interessi. Gli Usa, per esempio, non hanno alcuna voglia di mantenere stabile quell’area del Medio Oriente dove l’Isis si è reso il catalizzatore di un’insurrezione sunnita in territori come la Siria e l’Iraq. Gli stessi Usa, al contrario, stanno pensando soprattutto a indebolire i propri competitor in una zona molto appetibile per le numerose risorse energetiche in essa presenti. A livello militare, c’è una cosa sola da fare: unire un buon numero di forze terrestri e aeree: soltanto così, nel giro di due settimane, si potrebbe avere la meglio sullo Stato Islamico.

La lotta all’Isis ha cambiato i confini geopolitici dell’Europa balcanica?

Non è stato l’Isis a modificarli, bensì le forze occidentali all’epoca della guerra scoppiata nei Balcani negli anni Novanta. Nel tentativo di allargare l’influenza della Nato ad Est, furono intraprese azioni militari mirate a demolire la Jugoslavia e colpire la Serbia, aprendo al tempo stesso delle vere e proprie autostrade per l’Europa per i futuri jihadisti in un territorio già di per sé instabile.

Può la divergenza sulle metodologie da adottare contro lo Stato Islamico riaccendere vecchie ruggini tra gli Stati della coalizione?

Certamente. Basti pensare al dualismo tra Russia e Usa sulla questione siriana. Il Cremlino ha capito che la strategia americana è danneggiare i propri competitor, tramite il ritiro delle truppe dall’Afghanistan o, caso ancora più lampante, attraverso la destituzione del regime di Gheddafi in Libia nel 2011 che ha lasciato la nazione nel caos. La Russia ha intuito l’importanza della difesa del territorio confinante: vuole tutelare la Siria perché una sua caduta avrebbe effetti devastanti, dal momento che aprirebbe ai jihadisti le porte per penetrare nelle repubbliche russe del Caucaso. Per la Russia proteggere Assad significa difendere il proprio territorio. Con questi esempi voglio sottolineare come ognuno in guerra faccia i propri interessi, non possono esistere i buoni in un conflitto e noi occidentali ancora non lo abbiamo capito. Stiamo combattendo poco e male per interessi altrui.

Buona parte dei foreign fighters proviene dal Kosovo. Come funziona la rotta delle armi da questo confine franco e qual è la sua tracciabilità?

Le armi utilizzate negli attentati di Parigi del 13 novembre scorso provenivano tutte dal Kosovo attraverso una fitta rete di scambi che le ha fatte giungere in Francia e in Belgio. Acquistarle è facile: i terroristi comprano i kalashnikov in Kosovo a 450 euro e li rivendono in Europa a 2000-2500 euro, generando un vero e proprio business che arma i jihadisti. I servizi segreti francesi stanno cercando di rintracciarne la rotta, ma non si tratta di un’azione facile. Per quanto riguarda invece le armi utilizzate in Siria dall’Isis, è bene ricordare che queste furono inizialmente vendute dal Qatar, l’Arabia Saudita, la Turchia e la Cia con la scusa di equipaggiare i ribelli moderati anti Assad. In realtà, tutti questi armamenti (per un costo complessivo stimato in 50 milioni di dollari) sono poi finiti nelle mani dei miliziani dello Stato Islamico.

La jihad si sta infiltrando in Europa attraverso i flussi migratori nel Mediterraneo? A livello di intelligence, quale potrebbe essere la reazione di fronte a questa minaccia?

È assolutamente vero, e lo dicono i numeri. Un recente report dell’intelligence macedone ravvisò questo pericolo. Un esempio ancora più concreto risale a due anni fa, ai tempi di Mare Nostrum, quando l’Italia scoprì la presenza di ex combattenti in Siria che si infiltravano. Erano stati catturati scafisti che avevano un tipo di tubercolosi presente solo in una certa area del sud dell’Afghanistan, dove sono presenti campi di addestramento di Al Qaeda. Persino il ministro Emma Bonino parlò nel 2013 di «rapporti stretti tra i trafficanti di essere umani e i terroristi islamici». Non si tratta di una novità, ma di cose risapute . E cosa abbiamo fatto? Abbiamo comunque deciso di accogliere chiunque pagasse i criminali per entrare in Europa e ormai è impossibile fare della prevenzione, perché abbiamo il nemico in casa. I servizi di intelligence non possono effettuare un controllo costante perché i jihadisti in Europa sono troppi e la minaccia non è più controllabile sul fronte interno; non resta altro che distinguere tra chi è profugo e chi invece clandestino e non merita di stare nel nostro territorio. Se restiamo indifferenti, il nemico avvertirà la nostra debolezza e la prenderà come un valido motivo per attaccarci. Non sarò politicamente corretto, perciò ritengo che si debba passare a una dura repressione, ossia un’operazione di polizia su larga scala per espellere tutti gli estremisti islamici, compresi chi li giustifica, o gli imam salafiti, come anche coloro che non rispettano i diritti umani e che abbiamo fatto crescere e proliferare in Europa.

Di fronte a un tale nemico, è corretto definire l’Isis uno stato a tutti gli effetti?

Sì, perché l’Isis ha un territorio definito da confini specifici che lo configurano come uno stato vero e proprio, simile all’Afghanistan dei Talebani. Il Califfato possiede una struttura territoriale e amministrativa solida, ha numerose infrastrutture, leggi proprie, paga i propri miliziani e i dipendenti pubblici. Lo Stato Islamico può inoltre contare su un massiccio appoggio della popolazione di fede sunnita e l’unico modo per sconfiggerlo, come in tutte le guerre, è conquistarlo metro per metro con strumenti bellici.