La cosiddetta “Fase 2”, ormai iniziata da tre settimane, ha gradualmente riportato sul posto di lavoro la stragrande maggioranza degli italiani, a patto ovviamente di rispettare le necessarie condizioni imposte dai protocolli di sicurezza emanati dal Governo e dalle Regioni. Se aziende, uffici e cantieri hanno potuto tirar su le serrande già dal 4 maggio, molti professionisti hanno dovuto attendere qualche giorno (in alcuni casi anche settimane) in più ma, bene o male, quasi tutti sono tornati, o si apprestano a farlo, a vivere una routine piuttosto simile a quella precedente al contagio.

A un primo impatto, dunque, sembrerebbe che il governo, almeno sul fronte delle riaperture, abbia accolto le esigenze di tutti gli italiani; a dire il vero però, facendo maggiore attenzione, ci si rende conto che qualcuno è stato effettivamente (e forse volutamente) dimenticato. Stiamo parlando della scuola e dei servizi per l’infanzia, che hanno chiuso i battenti all’inizio dell’emergenza e, salvo improbabili cambi di programma, rimarranno serrati almeno fino a settembre, anche se ad oggi non ci sono chiare indicazioni circa le tempistiche e le modalità di una possibile riapertura.Considerati pericolosi luoghi di assembramento e attività con meno conseguenze nell’immediato rispetto a quelle produttive, le scuole hanno incassato malvolentieri le disposizioni arrivate da Palazzo Chigi e, per sopperire in parte alla lunga interruzione, hanno costruito percorsi didattici online, coinvolgendo gli studenti con lezioni e incontri a distanza.

Se i ragazzi delle medie e delle superiori, al netto di alcune difficoltà nell’accesso che hanno accentuato il cosiddetto “digital divide”, non hanno particolari problemi nel mettere in pratica le varie forme di didattica a distanza e seguire pedissequamente il programma scolastico, per chi frequenta la scuola dell’infanzia o la primaria la situazione è ben diversa., come fa notare Anna, mamma di Alessandro (1^ elementare) e Vittorio (2^ media). “Per Vittorio e per i suoi compagni della scuola media è stato semplice adattarsi alla situazione. A quell’età sono già abbastanza indipendenti e soprattutto hanno una certa dimestichezza con gli strumenti tecnologici, quindi non hanno bisogno dell’assistenza dei genitori. Con Alessandro invece è stato molto più complicato perché in prima elementare i bambini sono ancora poco scolarizzati e poi l’insegnamento passa attraverso la figura della maestra, che, con la sua presenza, riesce a guidare l’allievo durante il processo di apprendimento..Essendo impossibile fare lezioni a distanza a bambini di 6 anni, io e le altre mamme abbiamo dovuto rimpiazzare le maestre, con tutti i limiti del caso. Io lavoro in smart working e mi appresto ad affrontare un delicato intervento chirurgico, non posso esserci sempre.. All’inizio facevamo i compiti che gli venivano assegnati, ma poi non riuscivo più a dedicargli tutto quel tempo e di conseguenza è venuta meno anche la sua voglia di impegnarsi. Adesso, sfruttando il bonus baby sitter erogato dallo Stato, abbiamo assunto un ragazzo che lo segue, anche se non è certo la stessa cosa: gli fa compagnia quando gioca in giardino, ma per imparare a leggere e a scrivere serve una maestra”.

Vista dalla parte dei genitori, l’educazione in tempo di pandemia non è una passeggiata, soprattutto per i bambini di elementari, materne e per i bambini portatori di disabilità: ci vuole impegno, tempo e denaro. Così è nato il Comitato nazionale EduChiAmo, una task force che si è fatta portavoce con un gruppo di parlamentari, delle esigenze di genitori, bambini e dipendenti del settore

Non tutti però possono contare su una baby sitter, dato che in questo momento non è facile trovare una persona affidabile e in grado di rispettare tutte le norme igieniche imposte da questa emergenza. Senza dimenticare che il credito fornito dal governo è pari a 600 euro, una cifra modesta che nella maggior parte dei casi copre solo metà delle ore in cui genitori sono assenti.. Per questi motivi diverse famiglie cercano di arrangiarsi come possono, magari chiedendo il sostegno dei nonni, nonostante questi rappresentino la fascia di popolazione più a rischio. È questo il caso di Francesca, mamma di una bambina di 4 anni che frequenta una scuola materna: “L’istituto di mia figlia per il primo mese e mezzo ci ha completamente abbandonati; poi hanno aperto un padlet dove hanno caricato dei materiali (storie, lavoretti, filastrocche, ecc.) per i bambini, ma queste attività occupano giusto qualche ora all’interno di una settimana..Per il resto ci arrangiamo noi genitori, inventando giochi e laboratori per tenerli impegnati. Fino ad ora ce la siamo cavata grazie a mio marito che è rimasto a casa, ora però che riprenderà ad esercitare il suo mestiere onestamente non so come fare. Io lavoro in smart working e non ho il tempo per seguirla. Un bambino, soprattutto se così piccolo, ha bisogno di tantissime attenzioni, non è un animale domestico a cui basta dare un occhio una volta ogni tanto. Per di più questo non mi sembra il periodo più opportuno per cercare una baby sitter. Alla fine penso che chiederò una mano ai miei genitori, nonostante tutti i rischi del caso, anche perché i centri estivi se apriranno, lo faranno a fine giugno, stando alle notizie che circolano”.

Naturalmente chi si lamenta di questa situazione è ben consapevole della complessità del tema della riapertura delle scuole in una fase di convivenza con il virus, tuttavia secondo la loro prospettiva la chiusura di quest’ultima comporta dei costi sociali, relazionali, umani troppo alti per essere ignorati. Il punto è proprio questo: per le famiglie la scuola non è un luogo che riempie semplicemente la giornata dei loro figli, bensì un’agenzia educativa di cui si sente maggiormente la mancanza in questo momento di isolamento, in cui gli adulti sono impegnati in altre mansioni. Una sua interruzione prolungata dunque avrà senz’altro impatti negativi su bambini e ragazzi. Specie per gli allievi più piccoli, nella fascia 0-6, i rischi per la salute fisica e psicologica sono più che rilevanti: mancanza di apporti educativi, di socializzazione e di relazioni interpersonali, assenza quasi totale di attività motoria, gravi gap formativi.

L’assenza di pensiero in ordine alla scuola e all’educazione intese come istanze fondamentali di crescita gravano pesantemente anche sulle famiglie portatrici di disabilità., come sottolinea Claudia, madre di Ludovico, un ragazzo autistico di 16 anni. “L’istituto superiore a cui è iscritto mio figlio è rimasto inattivo fino a Pasqua e di conseguenza per quasi due mesi gli è mancata quella routine che di solito scandisce le sue giornate, oltre a un qualsiasi contatto sociale. Fortunatamente il suo insegnante di sostegno e gli operatori del centro per l’autismo l’hanno sempre tenuto chiamato, anche solo per sentire come stava; noi poi come famiglia l’abbiamo coinvolto più del solito nelle faccende domestiche e nella cura della casa per rinforzare le sue autonomie.Adesso, con la riapertura parziale del centro per l’autismo che frequenta, le cose vanno un po’ meglio, ma l’impossibilità di vedere i suoi compagni, i suoi insegnanti, alcuni dei suoi terapisti lo fa molto soffrire e lo limita nel suo percorso di graduale acquisizione di abilità sociali”.

Per cercare di ovviare a queste gravi carenze e per ricollocare la scuola in cima alle priorità del governo, si sono via via formati una serie di comitati su scala territoriale e nazionale, composti da genitori e professionisti del settore, che hanno unito le forze al fine di far percepire l’importanza dell’educazione per il futuro del Paese. Alcune di queste organizzazioni, come il Comitato nazionale EduChiAmo, sono riuscite a costituire una task force che si è fatta portavoce, all’interno di una tavola rotonda con un gruppo di parlamentari, delle esigenze di genitori, bambini e dipendenti delle strutture. Come spiega Cinzia D’Alessandro, presidente del Comitato EduChiAmo e coordinatrice pedagogica, “sono stati raccolti attraverso un questionario dati rilevanti sulla situazione che le famiglie italiane stanno vivendo e sulle incertezze che condizionano non solo il loro avvenire ma anche quello dei loro figli. Questi dati sono stati in seguito portati dinnanzi a chi può fare qualcosa per modificare gli scenari attuali. Alla ricerca hanno partecipato circa 70mila coppie di genitori. Un segnale forte che vuol dire soltanto una cosa: sono molte le famiglie che si sentono abbandonate dallo Stato, costrette a sobbarcarsi tutto il peso di una responsabilità che invece dovrebbe essere condivisa proprio con le istituzioni”.