«Ho viaggiato, viaggio e continuerò a viaggiare». Avventura, vita on the road e video making sono le passioni di Gabriele Saluci, siciliano di nascita, torinese di adozione. Dal 2011 ha percorso 700 chilometri a piedi, tutti in una volta, più di 6mila in bicicletta dall’Islanda al Marocco e altri 6mila in moto in giro per i Balcani. La passione per i viaggi si è trasformata in lavoro con Il mondo al rallentatore, trasmesso all’interno del programma Alle falde del Kilimangiaro. «La mia idea è rallentare, vivere il viaggio come ‘esperienza’ da fare a contatto con la popolazione locale».


Com’è nata l’idea di pedalare fino all’Islanda? 

«Ho scelto la bicicletta perché non avevo soldi per permettermi un viaggio in macchina. L’unica cosa che potevo fare era prendere la bicicletta e partire. In Piemonte c’è un detto: “Piuttosto che niente, meglio piuttosto”. La bicicletta è stata una bella sorpresa perché mi ha permesso di stare a contatto con la natura, viaggiare lentamente e aprirmi a situazioni che altrimenti non avrei avuto occasione di vivere. Quando la gente ti vede viaggiare in bicicletta pensa che sei uno scappato di casa, soprattutto se sei giovane. Le persone non hanno paura di te, si aprono e ti invitano a casa loro. Mi è successo in Islanda e in Marocco. L’impressione che fai è di essere un membro della famiglia che ha bisogno di aiuto».

Segue un programma di viaggio rigoroso?

«In bici dai l’impressione di essere uno di famiglia» «In genere sono poco organizzato, mi interessa soltanto capire quello che c’è da vedere. Tutto il resto dipende dagli avvenimenti e dal tempo. Per esempio se si rompe la moto, cambia il programma dell’intera giornata. Preferisco partire con un biglietto di sola andata e organizzare tutto strada facendo».

Imprese di questo tipo richiedono un allenamento fisico molto intenso prima di mettersi in viaggio. Come si è preparato?

«Non sono mai stato tanto sportivo, al massimo atletico. Non vivo il viaggio come una sfida da vincere e non tengo in considerazione la prestazione. Certe volte non conto neanche i chilometri che faccio, il mio allenamento è la strada».

Immagino che il dolore fisico sia uno strano compagno di viaggio. Come ha imparato a conviverci?

«I primi giorni in bicicletta ho sempre sofferto, ma un po’ di dolore è normale. Non avere alle spalle anni di allenamento intenso mi è costato un ginocchio e ho dovuto ritardare la partenza per l’Islanda di un mese».

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Com’è cambiato negli anni il suo modo di viaggiare?

«Qualche anno fa i miei viaggi erano sporadici, prima di ogni partenza sognavo e riflettevo molto. Oggi, invece, ogni viaggio è seguito da un altro, è una fortuna essere entrato in questo vortice di impegni».

In che cosa consiste il suo equipaggiamento?

«Meno cose si portano con sé, meno pensieri si hanno» «L’unico equipaggiamento giusto è sapersi adattare, scelgo quello che mi è più utile in base al tipo di viaggio. Metà dello zaino è dedicata all’attrezzatura e resta poco spazio per il bagaglio personale. Cerco sempre di partire con poco, nella convinzione che meno cose si portano con sé, meno pensieri si hanno».

Durante il viaggio in Islanda ha avuto qualche contrattempo?

«Avevo un fornellino che funzionava perfettamente, ma tenendolo nella pentola bagnata l’ho fatto ossidare. Era tutto quello che avevo per sopravvivere, l’Islanda è un mosaico di altopiani desertici e possono volerci anche tre giorni di viaggio tra un paesino e l’altro. Grazie a delle lattine ho costruito un altro fornellino. Un giorno mi sembrava scarico, ma la fiamma era semplicemente trasparente e, nel riempirlo di alcol, ha cominciato a bruciare. L’ho lanciato lontano ed è finito sotto una macchina: ho rischiato di combinare un guaio peggiore. Si potrebbe quasi dire che ho dato fuoco all’Islanda».

In Marocco, invece, qual è stato il momento più difficile?

«Il viaggio è durato due mesi, ma l’ho vissuto in tranquillità. Ho avuto tutto il tempo di abituarmi, sia alla fatica fisica che alle dinamiche. Preferisco pedalare con il caldo piuttosto che con il freddo. Quello che più mi ha stancato è stata l’insistenza di alcune persone. Gli abitanti del Maghreb, per esempio, sono anche fin troppo pressanti. Da parte loro c’è curiosità, ma quando arrivi stanco, a digiuno da giorni, può risultare pesante. Nelle zone meno turistiche, invece, la gente è sempre stata disponibile e affettuosa».

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Tra tutti i Paesi che ha visitato quale l’ha colpita di più?

«Interagire con le persone mi spinge a viaggiare in modo strano» «La Mongolia è stata il viaggio più bello, fatto in treno e fuoristrada, partendo da Pechino. È uno degli ultimi Paesi a essere rimasto senza turismo: la gente vive in modo tradizionale, in armonia e al ritmo della natura. Attraversare questi posti, così distanti dalla nostra concezione, mi ha permesso di vivere la cultura mongola. È stato molto bello anche girare l’Etiopia in ape, un mezzo che i locali usano per lavorare. Vedere dei turisti viaggiare sul loro stesso mezzo li ha incuriositi molto: si sono aperti e ci hanno invitato nelle loro case. Tutto questo mi spinge a continuare a viaggiare in modo strano».

Carichi per il Vietnam è un progetto di crowfunding realizzato insieme a Daniel Mazza con l’obiettivo di distribuire 100 chili di materiale scolastico ai bambini meno fortunati. Com’è nata l’idea?

«Io e Daniel ci siamo conosciuti su Internet e abbiamo pensato di unire i nostri 300mila followers per coinvolgere quante più persone possibili. Così è nata la raccolta fondi per distribuire quaderni e penne ai bimbi. Abbiamo deciso di partire con due motorini sgangherati perché volevamo imitare i vietnamiti in tutto e per tutto. Un giorno una parte del bagaglio si è staccata da un lato e il contrappeso ha fatto cadere Daniel in un fossato».

Partendo si lasciano luoghi e amici per incontrare nuovi mondi. Tra tutte le persone che ha conosciuto quale le ha lasciato un’impronta significativa?

«Purtroppo non ho molto tempo per stringere amicizia e nessuno mi ha lasciato un’impronta significativa. Riesco a trascorrere con le persone massimo due giorni e mi è capitato molto raramente di riuscire a farmi capire. Ma c’è una componente umana, intima, che nasce quando c’è alchimia tra due persone, senza bisogno di parole. Questo è un aspetto molto bello dei viaggi: riuscire a capire com’è qualcuno anche solo da pochi gesti».

Spesso si parte alla ricerca di se stessi. Viaggiando ha trovato quello che stava cercando?

«Un viaggio può cambiare la vita e il lavoro che faccio mi permette di crescere attraverso ogni partenza. Ho imparato la pazienza e ad aspettare, anche se resto incosciente, frettoloso e impulsivo. Ho capito che le cose si risolvono anche da sole ed è inutile preoccuparsi troppo. È un percorso in formazione, chissà se e quando finirà. Come in tutte le cose, l’importante è avere iniziato».