“La missione dell’architettura in questo secolo è salvare le periferie. Se non ci riusciamo sarà un disastro, non solo urbanistico, ma anche sociale per i nostri figli”. Renzo Piano ha sempre manifestato grande attenzione verso la cura e la riqualifica delle aree periferiche urbane. Lì scorre la vita, la città si anima, si trasforma e cresce.

Nominato senatore a vita nel 2013, il celebre architetto ha deciso di destinare il suo stipendio da parlamentare allo sviluppo di progetti di ‘rammendo’ urbano. Nasce così G124. L’obiettivo? Dare l’opportunità a giovani architetti di ideare la città che sarà intervenendo sulle periferie, la parte più popolata e ricca di energia, ma anche più fragile del tessuto urbano.

Dopo Torino, Roma e Catania, il Gruppo G124 si è concentrato nel 2015 sull’area milanese del quartiere Giambellino. Francesca Vittorelli, una dei quattro architetti dello Studio Ottavio Di Blasi & Partners a capo del progetto, ci ha raccontato come procedono i lavori.

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© Francesca Oliva, Studio Ottavio Di Blasi & Partners

Che cosa significa il nome ‘G124’?

«G124 rappresenta la sigla dell’ufficio assegnato in Senato a Renzo Piano. G di Palazzo Giustiniani, 1 di primo piano, 24 il numero della stanza. L’architetto ha stravolto il suo studio trasformandolo in un laboratorio operativo con carte, grafici e disegni alle pareti e, nel mezzo, un grande tavolo rotondo».

Con quali criteri sono state scelte le periferie da riqualificare?

«I primi progetti hanno riguardato una città del Nord, Torino, una del Centro, Roma, e una del Sud, Catania. Nell’anno di Expo, con Milano al centro dell’attenzione, volevamo raccontare anche il lato più nascosto della città. Per questo abbiamo scelto il quartiere Giambellino, dove negli ultimi settant’anni non ci sono stati interventi di rammendo».

Quali sono gli interventi con cui proponete di restituire e aprire i cortili alla città?

«Le periferie sono bisognose di attenzioni, rappresentano la parte debole della città. «Non ignoriamo le periferie, il futuro dei nostri figli» Sono il futuro dei nostri figli perché è proprio qui che succedono tante cose. Il centro ormai è strutturato: la gente lo frequenta, ma abita in periferia. Il nostro progetto si compone di piccoli progetti di rammendo per trovare quei meccanismi che inneschino attraverso l’architettura una rigenerazione della realtà sociale».

Come si è sviluppato nel concreto il lavoro?

«Abbiamo avuto un contatto diretto con le persone che abitano e lavorano nel quartiere, con i volontari delle associazioni per raccogliere input. Il nostro intento era trovare una soluzione adatta per quegli elementi che caratterizzano il vivere della città: l’architettura, lo spazio verde e i flussi pedonali».

Qual è stata la risposta del quartiere?

«Io e i miei colleghi ci siamo sentiti strumenti nelle mani dei cittadini, come professionisti abbiamo aiutato a capire quali risvolti potessero avere certi interventi. Proprio qui è nata la nostra definizione di “architetto condotto”, un esperto che aiuta a riconoscere gli spazi e i nuovi modi di abitare la città».

In che forma coinvolgete i cittadini?

«Abbiamo cercato di coinvolgere tutti, prendendo un caffè, fermandoci per pranzo, passando il pomeriggio al centro sociale e raccontando come si possono vivere in modo nuovo i cortili. Il quartiere popolare si trova tra via Lorenteggio e via Giambellino, due flussi di lunga percorrenza che rendono la zona poco permeabile».

Quali sono state le difficoltà che avete riscontrato?

«Il problema principale è dato dalle segregazioni, i muri e i recinti, ma anche le barriere mentali e, in certi casi, il razzismo. All’interno del quartiere, al momento, ci sono solo quattro cancelli che non permettono di entrare da una parte e uscire dall’altra.«Il problema? Le segregazioni, le barriere mentali e il razzismo» Le lamentele dei cittadini raccontano come viene vissuto lo spazio e rappresentano degli ottimi suggerimenti per gli interventi. Manca soprattutto un collegamento tra biblioteca, centro sociale e mercato che favorisca una percorrenza fluida. Il nostro obiettivo è tenere raccolte le persone. Si tratta spesso di problemi banali che, però, hanno ripercussioni significative sulla vita del quartiere».

Il tema del recupero delle periferie urbane è attuale e urgente in molte città in Europa e nel mondo. Ci sono casi-modello di riqualificazione da cui prendere esempio?

«Si tratta di una pratica sperimentale per cui non ci siamo ispirati ad altri casi-modello. Il progetto è unico nel suo genere e si adatta in maniera perfetta al tessuto urbano delle nostre città. In Europa non esistono ancora programmi simili, ma speriamo che la nostra iniziativa aiuti a inaugurare una nuova tendenza».