Nella migliore delle ipotesi sono troll. Proprio come nelle saghe nordiche. Nel caso peggiore dietro i commenti anonimi in coda a un articolo, si nascondono loschi figuri che mirano ad alimentare flussi velenosi di hate speech. Questa è la realtà per la maggior parte delle testate, ma non per il Financial Times. Il giornale a testata ha analizzato per mesi il comportamento dei lettori che lasciano commenti sul suo sito e ha scoperto un paio di cose interessanti.

I commentatori di FT sono quelli, tra i lettori, che spendono più tempo sul sito del giornale, leggono più articoli, fanno visite ripetute alle varie pagine. Sono insomma molto più engaged, rispetto ai lettori che non commentano. C’è da dire che solo i lettori registrati possono lasciare commenti sul sito del quotidiano britannico, anche se, scrivendo, non hanno l’obbligo di rivelare la propria identità.

Molte le nuove iniziative editoriali inaugurate di recente dalla storica testata economica per aumentare l’engagement. Tra queste, c’è The Europopulists, speciale che segue l’ascesa dei movimenti politici di estrema destra nei vari Paesi europei chiamati a importanti prove elettorali quest’anno. Scelte redazionali che hanno pagato. Negli ultimi 12 mesi gli abbonamenti digitali al Financial Times nel Paesi Bassi sono cresciuti del 12 per cento. Per l’Olanda, nello specifico, il giornale ha avviato una partnership con Algemeen Dagblad, per poter ricevere dai lettori risposte circostanziate su come è cambiata la loro sensibilità politica. Duecento sono state le risposte ricevute e pubblicate. Novanta i commenti ottenuti, molti anche approfonditi e di buona qualità.

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