Che si amino o no i clown, non si può non apprezzare lo Slava’s Snowshow. Lo spettacolo unisce momenti di alto lirismo ad altri di puro intrattenimento. Tutto ha avuto inizio nel 1993, quando il mimo russo Slava Polunin non solo ha elaborato una serie di gag comiche, ma le ha anche portate in scena lui stesso. Oggi, però, avendo ormai raggiunto i 68 anni, non recita più nel suo spettacolo. Slava è considerato uno dei più grandi clown del mondo e chi ha visto almeno una volta il suo Snowshow non se ne meraviglia affatto. A milioni ne sono rimasti incantati in decine di Paesi diversi. Il Times è addirittura arrivato a definirlo “un classico del teatro del XX secolo”. Dopo 25 anni continua a fare il tutto esaurito, trovando ospitalità sui più prestigiosi palcoscenici del mondo. Le prossime date italiane sono: il teatro Petruzzelli di Bari dal 13 al 17 marzo, il teatro Biondo di Palermo dal 20 al 31 marzo e il teatro Stabile di Bolzano dal 3 al 7 aprile. Tra gli attori c’è anche un italiano: Francesco Bifano. Nato a Cosenza 44 anni fa, lavora nella compagnia dello Snowshow dal 2008.  Lo Slava’s Snowshow è in scena al teatro Petruzzelli di Bari dal 13 al 17 marzo, al teatro Biondo di Palermo dal 20 al 31 marzo e al teatro Stabile di Bolzano dal 3 al 7 aprile

Come è arrivato a far parte dello “Slava’s Snowshow”?

È stato un po’ una magia, un concorso di circostanze. Avevo un amico carissimo che lavorava nello Snowshow. Io studiavo per lavorare come clown negli ospedali. Una sera andai a vedere lo Snowshow e alla fine dello spettacolo notai che Slava mi fece l’occhiolino. Il mio amico che lavorava nello Snowshow mi presentò a Slava, che mi disse: «Francesco, do You speak english?». E io: «Just a little bit». «Ok – mi rispose Slava –. If You want, tomorrow You can work with us». E io lì sono rimasto in piedi per miracolo, perché c’era una voce dentro che mi diceva di già che mi avevano preso nella compagnia, però non avevo nemmeno mai osato immaginare di poter far parte di questo spettacolo, io l’avevo visto quattro volte e per me era e resta lo spettacolo più bello del mondo.

E poi che successe?

Slava mi disse: «Domani vieni mezz’ora prima dello spettacolo». Quindi mi vestirono, mi mostrarono come fare il trucco e poi andai nel backstage, dove iniziarono a spiegarmi cosa fare in un inglese che io parlavo a malapena, ma loro ancora peggio, un inglese fortemente russo. E mi dicevano: «Adesso entra, vai in scena, fai questo ed esci». E io entravo in scena, ero nel panico più totale, sperduto, poi questo tra l’altro è proprio l’essenza del personaggio che dovevo fare, quindi era perfetto. Ancora adesso a volte, quando devo ritrovare un po’ l’essenza del mio clown, ripenso a questo primo momento in cui entravo in scena, ero totalmente smarrito, non sapevo dov’ero, cosa dovevo fare, quindi in realtà non ho quasi mai fatto le prove per lavorare in questo spettacolo.

Qual è il suo personaggio?

Faccio uno dei clown verdi, a volte faccio il verde principale. In questo spettacolo c’è il clown giallo, che è un po’ il protagonista, è lui che attraversa varie vicende, vicissitudini, poi c’è il primo verde che interagisce in molte scene con lui e poi ci sono tutti gli altri verdi che fanno dei numeri di interruzione, di contorno e delle parti corali . Tutti questi personaggi sono molto primitivi, sembra che vengano da un altro mondo, sembra che vengano da un mondo dove le leggi della fisica, le leggi della nostra logica non funzionano, sono dei personaggi che vengono da una specie di al di là, da una specie di altrove, quindi sono sempre un po’ come se fossero stati storditi, come se avessero ricevuto una mattonata in testa e sempre in uno stato di allerta. Francesco Bifano: «Lo Slava’s Snowshow è uno spettacolo teatrale che ti fa del bene, che ti risveglia quella voglia di gioire, di vivere, di ritornare un po’ bambino e di ritrovare quell’entusiasmo perduto»

Perché lo Slava’s Snowshow ha avuto così tanto successo?

È uno spettacolo che nella sua semplicità ha una grande ricchezza di simboli: ogni scena è un quadro che parla di una tappa della vita, è veramente come una serie di archetipi, che poco a poco arrivano al fondo di ciascuno di noi, fino a risvegliare quella voglia di vivere che è tipica del bambino. Lui in qualsiasi situazione, anche se sta piangendo, subito dopo basta un piccolo stimolo perché ritorni a sprigionare energia, voglia di vivere e di divertirsi. Ecco, questo spettacolo secondo me risveglia proprio quella parte lì, si ricollega a quella parte lì, a volte assopita in ciascuno di noi. È uno spettacolo catartico, è un po’ come una bella canzone che ascolti e riascolti più volte, perché ti fa del bene. Questo è uno spettacolo teatrale che ti fa del bene, che ti risveglia quella voglia di gioire, di vivere, di ritornare un po’ bambino e di ritrovare quell’entusiasmo perduto.

Piace più ai grandi o ai piccoli questo spettacolo?

Piace ai bambini di tutto il mondo, piace ai bambini piccoli e ai bambini adulti, piace al bambino che è in tutti quanti noi. Per i bambini forse è uno spettacolo normale, che è solo divertente, per loro è un linguaggio quotidiano quello lì, ma agli adulti, che hanno perduto quella freschezza lì, piace molto di più.

Com’è il suo rapporto con Slava Polunin?

È strano. Ci scambiamo poche parole e a volte è soltanto una espressione, però in quella espressione ci raccontiamo un po’ tutto, ci diciamo come stiamo. Comunichiamo molto a gesti, anche perché io non parlo il russo e lui parla malvolentieri l’inglese, quindi diciamo che la comunicazione verbale è sfavorita e ci troviamo abbastanza bene così, con questa comunicazione ridotta ai minimi termini.

Cosa ha imparato da lui?

La disciplina nel cercare sempre la celebrazione della vita, questo spirito di allegria, di gioia, di celebrare ogni giorno come un giorno unico, a se stante, come un giorno nuovo. Ho imparato a esercitarmi nel trovare questa luce ogni giorno, anche il giorno più tetro, anche il giorno nel quale sei più stanco. Capita a volte in una tournée che dura dei mesi che ci sia il giorno di stanchezza, anche in quel giorno lì devi trovare quella piccola luce che magari è una luce tutta affievolita, tutta addormentata e però c’è, è lì, è presente e allora devi lavorare su quella luce piccolina . A volte lavori su un grande entusiasmo, su una grande energia che è lì disponibile e devi solo lasciarti andare, a volte è una luce piccolina, piccolina e allora lavori su quella. «L’errore classico dell’attore sta nel cercare di rifare quello che ha funzionato così come quando ha funzionato, però questo non funziona, perché ogni giorno è nuovo»

Non si è mai annoiato a fare sempre lo stesso spettacolo?

No, questa è una cosa davvero strana. È un po’ la particolarità del clown secondo me e specialmente in questo spettacolo, che ha una struttura molto semplice per l’attore. Una volta che hai memorizzato quei movimenti che sono abbastanza facili da imparare, poi tutta la tua attenzione deve porsi sullo stato di presenza: essere presente e fare il numero oggi sulla base della relazione che hai col pubblico di oggi, con il tuo stato emotivo di oggi, che è diverso da quello di ieri. L’errore classico dell’attore sta nel cercare di rifare quello che ha funzionato così come quando ha funzionato, però in realtà questo non funziona, perché ogni giorno è nuovo, ogni situazione è nuova, ogni istante è nuovo, te sei in uno stato d’animo nuovo, il pubblico è un altro, quindi bisogna essere veramente presenti nel momento. Ecco perché non ci si può annoiare: se ti stai annoiando vuol dire che stai rifacendo una cosa che hai già fatto e sei fuori strada. Se sei in questo giusto stato di allerta, di presenza non può esistere la noia.

Ha sempre pensato di fare questo nella vita?

No, io quando ero piccolo volevo fare l’ingegnere, un’idea trasmessa da mio padre. A me in realtà attirava la vita degli artisti come Van Gogh, che consideravo po’ il mio maestro-guida. Io sognavo una vita così, a dipingere i quadri che parlassero della gente povera, una pittura umana. Quello che mi colpiva molto di Van Gogh era questo, la sua passione per i poveri, per la vita semplice, per l’essenza della vita, lontano dal fragore dell’importanza che l’uomo a volte si dà. Il teatro è arrivato un po’ per caso nella mia vita, però sempre seguendo questo desiderio fondamentale.

Aveva paura dei clown da bambino?

La paura dei clown secondo me viene da certi film che io fortunatamente non ho mai visto e non vorrò mai vedere in tutta la mia vita, perché penso sia la perversione più terribile. Proiettare una figura così pura in questo immaginario terrificante penso sia un atto di perversione che non mi piace e che mi sembra inutile, ingiusto e nefasto . È una di quelle forme che vanno contro a quell’energia, a quell’entusiasmo, a quella voglia di vivere di cui parla questo spettacolo, è una forma entropica, è un’energia di morte, è un’energia di distruzione che non amo.

Quali sono le maggiori difficoltà del suo lavoro?

Riuscire ad essere totalmente presente ogni giorno. La disciplina quotidiana di riuscire a combinare un po’ di concentrazione, un po’ di rigore, un po’ di disciplina, con un po’ di follia, con un po’ di divertimento. Una vita troppo rigorosa toglierebbe la freschezza, impedirebbe alla vita di manifestarsi, quindi ci vogliono tutti gli ingredienti. Forse la difficoltà è trovare questa alchimia, questa armonia di tutti gli elementi della vita.

E invece le più grandi soddisfazioni?

Io spesso prima dello spettacolo osservo il pubblico, a volte osservo quattro o cinque persone che sono molto rigide, molto compite, molto serie e poi le osservo alla fine dello spettacolo quando sono lì a giocare con i palloni, dove vedi il bambino che esce fuori: il vecchiettino che si alza entusiasta per andare a prendere il grosso pallone. Ecco, per me vedere questa parte che si sveglia nel pubblico ogni sera mi dà una gioia incredibile, è una soddisfazione che mi appaga, che mi fa dire ogni giorno “ma quanto è bello questo lavoro?”.