Diventerò mai madre? A che età riuscirò a costruire la mia famiglia? E se non riuscissi ad avere un figlio prima dei quarant’anni? Sono tutte domande che, almeno una volta nella vita, ogni donna si è posta nella propria testa. Cosa bisognerebbe fare, quindi, per evitare di restare rinchiusi tra dubbi e paure? Per Alessandra Vucetich, specialista in PMA (Procreazione medicalmente assistita) in Eugin Milano, Clinica Madonnina e membro del consiglio direttivo della Società Italiana della Riproduzione Umana, esistono tante risposte: “Intorno ai trent’anni, ogni donna è bene che sieda con sé stessa e si faccia delle domande. Ogni donna avrà le sue risposte: ci sarà chi deciderà di affidarsi alla logica del “per adesso non ci penso, sarà quel che sarà” e chi, invece, sceglierà di regalarsi del tempo. Durante la mia esperienza lavorativa, ho conosciuto tantissime ragazze e ricordo ancora le parole di una di loro. Mi ha detto: “Grazie perché attraverso voi mi sono regalata il tempo. Ora non ho ansie e potrò affrontare tranquilla la mia maternità”.

Per Alessandra Vucetich, specialista in PMA (Procreazione medicalmente assistita) in Eugin Milano, Clinica Madonnina e membro del consiglio direttivo della Società Italiana della Riproduzione Umana, in Italia ci si informa poco e male e si arriva troppo tardi a richiedere alcune pratiche per favorire la fertilità. E un’occhiata alle leggi in materia, in Spagna e Francia, potrebbe aiutare anche donne e coppie italiane

Ma cosa sappiamo della fertilità oggi? In che modo le donne e le coppie si avvicinano a questa esperienza fondamentale? La dottoressa Vucetich è convinta che ci sia soprattutto un problema di comunicazione. “In Italia le donne non sanno, non si interrogano o non vengono raggiunte in tempo da informazioni che rispondono a questo quesito: quando raggiungerò i 35-40 anni riuscirò a diventare madre? Come farò se non avrò la fortuna di diventarlo spontaneamente? Bisognerebbe guardare ad altri Paesi che hanno già trovato le soluzioni a queste domande. Uno è la Spagna, una nazione che è sempre stata all’avanguardia rispetto alla donazione degli organi e alla donazione di ovuli dagli anni Ottanta e Novanta”. La fecondazione in vitro, infatti, in Spagna ha conosciuto un’accelerazione, esplorando le più svariate tecnologie. “In sostanza gli spagnoli sono stati i primi a mettere a punto l’idea che una donna avrebbe potuto regalare degli ovociti ad un’altra – spiega la Vucetich –. Purtroppo, questa tecnica spagnola che è stata impiegata anche in Italia, qui non è poi stata mai sistematizzata. La legge 40 del 2004, nonostante siano stati smontati alcuni divieti normativi da parte della Corte costituzionale, resta molto restrittiva. In questo contesto, un esempio apprezzabile da seguire potrebbe essere quello francese: lo Stato ogni quattro anni effettua una revisione della legge in materia di bioetica e la revisione di quest’anno ha permesso, non solo alle coppie omo-genitoriali e alle donne single di ricorrere alla procreazione assistita, qualora volessero farne richiesta, ma anche di offrire un sostegno da parte del Sistema sanitario nazionale alle giovani donne francesi che ricorrono alla crioconservazione degli ovociti”.

In Italia l’egg freezing, invece, risponde, almeno in parte, al bisogno di coniugare i percorsi lavorativi ed esistenziali con le urgenze di tipo biologico. L’importante è capire che ciò che viene proposto alla donna come una scelta lussuosa e privilegiata, non è altro che un’opportunità. Il passo successivo, poi, sarebbe superare tutte le controversie legate al concetto di ovodonazione.

“Ad arrivare da noi in clinica – prosegue la dottoressa – sono sempre più spesso donne in età non ottimale per sottoporsi a questa procedura. Il gold standard rimane sempre l’età inferiore ai trenta perché la stimolazione ovarica, grazie alle condizioni favorevoli, risulterebbe sempre e comunque relativamente facile. Quanto più ci si allontana da quest’età, soprattutto quando si va oltre i 36 anni, l’efficacia della pratica clinica diminuisce”. Le pazienti della Clinica Madonnina rispondono all’identikit nazionale in termini di richiesta di crioconservazione: sono donne motivate da una relazione importante finita male o magari stimolate da una nuova ma dove parlare di maternità risulterebbe precoce. Ciò che le accomuna è un unico desiderio: non precludersi la possibilità di diventare madri, prima o dopo che sia. Rispetto all’età, le trentenni sono sempre più numerose: oggi, il 70% delle donne che decide di ricorrere alla crioconservazione degli ovociti ha meno di trentacinque anni. “Resta fondamentale informarsi, in modo che ogni donna o coppia possa scegliere e decidere in maniera consapevole – conclude Alessandra Vucetich -. La soluzione non è portare avanti campagne che si focalizzino solo sulla promozione della tecnica ma soprattutto offrire spunti di ragionamento e di consapevolezza”.