«Ho lavorato 25 anni per grandi gruppi. Ero protetto, tranquillo ma non completamente libero. E questo era un motivo di profonda angoscia».

Lorenzo Fazio, 53 anni, è l’inventore di Chiarelettere, casa editrice anomala rispetto al panorama italiano: giovane, libera, di successo. Tra gli addetti ai lavori passa per uno col tocco magico. Non è una leggenda del tutto infondata. La biografia non autorizzata dice che ha salvato due volte Einaudi dal fallimento, rilanciato i Tascabili Bompiani, infuso nuova vita alla Bur. Nel 2006, dopo aver lasciato il posto di direttore editoriale alla Universale Rizzoli, ha plasmato una factory a sua immagine e somiglianza, dove è tornato a respirare a polmoni aperti e si è sentito libero di sperimentare ancora.

Genovese di nascita, parigino di formazione, pubblica libri che scalano le classifiche e, in genere, stanno al centro del dibattito politico. Timido, sorride di rado, ma è gentile, informale, ovviamente colto, attento ai dettagli, con un fiuto ferino per le storie che piacciono al pubblico. Un rabdomante dell’editoria. Pubblica giornalisti famosi, ma forse preferisce l’esordiente che ha sgobbato anni in cronaca e si ritrova per le mani un grande affresco civile che aspetta solo di essere raccontato.

Chiarelettere scopre talenti, fa grandi numeri, tiene un profilo basso, tratta argomenti scomodi, becca querele e quasi sempre le vince. Quando perde, paga e tira dritto con la prossima storia. Un atteggiamento raro per un editore italiano, un gesto che non ha prezzo per un autore.

Nel 2009 Fazio ha deciso di discendere una nuova rapida e fondato un giornale, Il Fatto Quotidiano, di cui Chiarelettere è editore. Risultato: 30mila abbonati prima ancora di arrivare in edicola, 70mila copie vendute ogni giorno, 10 milioni di utili a fine 2010 (ridistribuiti ai dipendenti). Prossima tappa sarà Saturno, supplemento culturale del Fatto, già affidato alle cure di Riccardo Chiaberge, ex “Domenicale” del Sole. In definitiva, un successo di squadra. Merito di scrittori e giornalisti, ma soprattutto di chi sta dietro le quinte, del Suggeritore.

Come nasce Chiarelettere?

Nel 2007 Rizzoli decise di trasformare Bur, di cui ero direttore editoriale, in una semplice collana, togliendole l’autonomia di cui godeva. A 50 anni ero ancora in tempo per cimentarmi in qualcosa di mio. Così ho progettato una nuova casa editrice, concepita in modo diverso: non solo libri, ma anche video e contenuti destinati alla rete, qualcosa che valorizzasse al massimo gli autori. La dirigenza del gruppo Mauri-Spagnol ha aderito al progetto.

Il nome della casa editrice appare come una dichiarazione di intenti. Chi lo ha scelto?

La ricerca del nome ci stava facendo impazzire. Quelli strani, ricercati, non mi sono mai piaciuti. Poi una notte mi è venuto in mente Chiarelettere. Era perfetto per rappresentare lo spirito della nuova casa editrice, del nostro lavoro, di noi stessi. Possiamo usare la libertà come vogliamo, a patto che i conti tornino.

Chiarelettere ha scalato le classifiche con i saggi, che difficilmente si prestano a diventare best-seller.

Pubblichiamo inchieste su temi di attualità e problemi sociali. Ma prima cerchiamo di individuare la chiave giusta: non ci rivolgiamo alle persone che già conoscono un determinato argomento ma a chi non ne sa abbastanza e ne vuole sapere di più. Ci appoggiamo alle testimonianze, ai casi e ai personaggi narrandoli, in modo da rendere accattivanti anche le tematiche meno popolari .

Chi sceglie le uscite?

Ci arrivano davvero molte proposte, tra queste scegliamo. A volte invece siamo noi a proporre agli autori un tema preciso, magari ancora poco trattato dai media. In entrambi i casi lavoriamo a stretto contatto con chi scrive, si tratta di capire qual è la formula giusta per una storia. E curiamo i dettagli, dal titolo alla quarta di copertina. Sono tutti elementi fondamentali, non basta una bella inchiesta per vendere, ogni parola va calibrata ed è decisiva per colpire l’attenzione del lettore.

Come selezionate i nuovi autori?

Cerchiamo autori che tendono a non fare quello che fanno altri, con un’identità precisa, autori che magari non sono conosciuti, ma che lavorano su un argomento da molto tempo. Ci piace valorizzare quel giornalista bravissimo che non è mai riuscito a scrivere sulla prima pagina di un giornale.

Lei ha iniziato trent’anni fa alla Marietti. Con quale incarico?

Nel 1982 ho iniziato a collaborare con don Antonio Balletto per trasformare la casa editrice da pontificia a laica. E’ stata una grande esperienza, che mi ha aiutato a pensare alla religione non tanto come a una confessione ma come a un’esperienza di libertà individuale e confronto.

Poi, nell’ordine, Einaudi e Bompiani.

A Einaudi sono arrivato in un momento bruttissimo, la società era stata commissariata e rischiava la chiusura. Avevo di fronte giganti come Primo Levi e Mario Rigoni Stern. E’ stata dura convincerli a restare. Dovevamo salvare la storia e il prestigio della casa editrice. L’esperienza in Bompiani mi ha permesso invece di comprendere a fondo i meccanismi del mercato editoriale e l’importanza di valorizzare un libro in ogni modo.

E dopo Bombiani di nuovo Einaudi. Dove conquista un pubblico nuovo.

Altro momento drammatico: le vendite non andavano. Dovevo occuparmi del rilancio dei tascabili, che sono riuscito a far arrivare anche ai lettori non specialisti. Il mio motto era: cerchiamo di fare libri necessari e guardiamo ai giovani abbassando i prezzi. Grazie ai tascabili e alla collana “Stile Libero” Einaudi è riuscita a sistemare i conti, e ancora oggi è una casa editrice che guadagna.

Nel 2003 l’approdo al gruppo Rcs e la direzione della Bur.

Il rilancio di una collana storica come la Bur mi sembrava una sfida interessante. L’ho trasformata, anche graficamente, introducendo nuove collane, “Futuro Passato” e “Senza Filtro”, aperte ad autori come Sabina Guzzanti e Michele Santoro, che ci hanno permesso di conquistare un pubblico nuovo. Poi ho “investito” su alcuni bravi giornalisti del gruppo Rizzoli-Corriere della Sera, dando spazio ad autori che all’epoca non ne avevano, come Marco Travaglio e Peter Gomez. I numeri sono stati eccezionali.

La collana “Futuro Passato” è stata la prova generale di Chiarelettere?

Senza dubbio. In realtà sarei rimasto volentieri alla Rizzoli per rafforzare Bur con nuove iniziative editoriali, ma ci fu un cambiamento nell’organizzazione editoriale e Bur tornò a essere una collana all’interno della Rizzoli. E’ anche per questo che me ne sono andato.

Chiarelettere e Il Fatto avrebbero ottenuto lo stesso successo anche senza Berlusconi?

Vent’anni fa non c’era Berlusconi, è vero, ma di libera informazione si è sempre discusso. In Italia i grandi giornali sono sempre andati a rimorchio della compagine governativa per fare l’interesse del proprietario di turno oppure di alcuni industriali molto forti che hanno dettato le regole. La televisione era controllata dai politici, e l’arrivo delle reti private di Berlusconi non ha modificato il quadro. È inutile che i direttori dei grandi giornali dicano di essere al servizio dei lettori: non è vero. Molti giornalisti, per fare carriera o per mantenere il proprio potere, sono costretti a scendere a compromessi.

Ricevete pressioni forti?

Capita spesso. Non minacce preventive, ma querele a libro pubblicato. Quando è uscito “Nel paese dei Moratti” di Giorgio Meletti, dove si ricostruisce la tragedia di Sarroch del maggio 2009, la famiglia Moratti ha fatto sapere che avrebbe querelato chiunque avesse diffuso i contenuti del libro. Una minaccia gravissima alla libertà di stampa.

Come va in stampa con un simile macigno sul capo?

Coi Moratti ho paura regoleremo la questione in tribunale. Loro sono forti, io no. Pazienza. Del resto anche le Ferrovie dello Stato ci hanno chiesto 25 milioni di euro di risarcimento. È chiaro che i poteri forti cercano di intimidire chi fa il suo mestiere di editore libero.

Si aspettava che le vendite del Fatto andassero così bene?

Onestamente no. Ma siamo partiti con un’idea, la stessa idea di Chiarelettere: siamo liberi, abbiamo il vantaggio di poter raccontare quello che vogliamo, quello che gli altri non riescono a scrivere. E’ un dettaglio che oggi permette persino di far quadrare i conti: il mercato premia la libertà. Chi è libero ha più mercato degli altri anche se ha meno strumenti e meno armi. Il Fatto online ha raccolto risultati sorprendenti: arriviamo a punte di 300mila contatti unici al giorno. Uno zoccolo duro di lettori e pensatori forti, insomma, c’è e noi lo abbiamo intercettato. Gli italiani non sono tutti berlusconizzati o indifferenti alla verità.

Avete messo insieme una squadra di grandi firme. Continuerete la campagna acquisti?

La campagna acquisti, nei giornali, è normale. Abbiamo preso Vittorio Malagutti dall’Espresso, Giorgio Meletti al Corriere della Sera e Ferruccio Sansa alla Stampa. Per noi avere firme

così importanti, che hanno preferito il nostro giornale ad altre realtà, è motivo di grande orgoglio. Penso comunque ne arriveranno altri perché il massimo, per un giornalista, è riuscire a scrivere in modo libero. E questa è la nostra forza.

di Gabriele Russo