La convivenza prolungata con il virus ci espone ad incertezza e precarietà, spesso deleteri per la nostra salute mentale. Irrequietezza, confusione, senso di disorientamento ma anche tachicardia e difficoltà respiratoria, sono tutti sintomi che molti di noi hanno imparato a conoscere durante il primo lockdown e con i quali continuiamo a convivere in questa nuova Italia colorata di giallo, arancione e rosso. Non è un mistero, infatti, che l’Organizzazione Mondiale della Sanità abbia lanciato un allarme per quanto riguarda l’aumento di ansia e stress a seguito dell’emergenza Covid-19.

Tuttavia, un malessere che potrebbe sembrare inizialmente anomalo e senza soluzione è in realtà una sensazione più che comune e naturale. Come ci spiega la dottoressa Valeria Locatipsicologa e psicoterapeuta con base a Milano e nota sul web come @unapsicologaincitta – «l’ansia non è così malvagia come sembra. È un segnale di allarme del nostro corpo che anticipa un pericolo»,  e per questo è anche in grado di innescare una reazione.

L’ansia e lo stress ora sono da collegare a sensazioni più legate all’emozione della tristezza, come frustrazione e fatica

Dottoressa, questa seconda ondata sta avendo sulla nostra psiche effetti differenti da quelli determinati dal primo lockdown?

Direi proprio di sì. Il primo lockdown ci ha trovato impreparati dal punto di vista di ciò che stava accadendo intorno a noi e ha prodotto una serie di reazioni positive e negative: c’è stata sì un’attivazione della parte ansiosa, in alcuni casi però accompagnata da una ricerca nel provare a trasformare il momento in un’occasione per fare cose nuove. In questa seconda ondata, invece, quella reazione anche un po’ entusiastica è venuta meno. L’ansia e lo stress ora sono da collegare a sensazioni più legate all’emozione della tristezza, come frustrazione e fatica. Non a caso l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha parlato di pandemic fatigue. Ora sembra che le risorse attivate a marzo siano insufficienti. E questo genera ulteriore disagio, preoccupazione e soprattutto sconforto.

L’avere vissuto un’estate forse un po’ troppo in libertà può essere la causa di questa fatica generale?

Non è tanto il fatto di aver vissuto l’estate “normalmente”, quanto quello che l’estate passata si sia connotata come un momento completamente diverso da ciò che abbiamo vissuto durante il primo lockdown e da ciò che stiamo attraversando ora. La ricerca di una sorta di liberazione è stata una reazione normale del nostro cervello e del nostro corpo. Il fatto che “il ritorno alla libertà” sia coinciso con l’estate – già di per sé un momento dell’anno in cui si chiude un ciclo, andando in vacanza e sospendendo l’attività produttiva e faticosa – ha contribuito ad alleggerire il carico di stress, ma ha anche creato nella nostra mente l’idea che improvvisamente fosse tutto finito. D’altra parte, ci sono state molte altre persone che sono rimaste chiuse anche durante i mesi di luglio e agosto.

Persone affette dalla cosiddetta sindrome della capanna.

Esatto. Qualcuno è rimasto in quella capanna, qualcuno non vedeva l’ora di uscire, salvo poi fare più fatica a pensare invece di doversi chiudere nuovamente all’interno di contesti di maggior solitudine.

Eppure già da giugno si parlava di una possibile seconda ondata, perché siamo rimasti così sorpresi quando è arrivata?

Il nostro cervello ragiona cercando di accogliere prevalentemente quelle che possono essere le situazioni più semplici. Il nostro corpo si abitua a qualcosa di molto buono e tende a non accogliere un ritorno a qualcosa di negativo. L’idea di far tesoro della libertà estiva ha portato le persone a non voler tanto accettare la fatica di questo autunno/inverno già definito in precedenza.

Da fine febbraio siamo giornalmente esposti a una mole di dati, opinioni e dichiarazioni spesso anche contrastanti. La comunicazione che viene fatta della pandemia influisce su stress e ansia?

La sovra-informazione in generale non aiuta mai, proprio perché confonde. Per cui se chi è responsabile della comunicazione non aiuta, allora forse sta un po’ a noi cercare di capire come fare, ad esempio selezionando bene le fonti. Questo è sicuramente uno dei comportamenti in grado di proteggerci.

Lei utilizza molto i social per comunicare con pazienti e followers. Come sta reagendo il suo pubblico a questa seconda ondata?

In primavera – sia per chi chiedeva di iniziare un percorso vero e proprio, sia per chi si rivolgeva soltanto al social – la richiesta principale era questa: “sono in ansia, sono angosciato, come posso gestire questa situazione?”. Ora invece il passaggio è: “ho bisogno di condividere come mi sento” e soprattutto “ho bisogno di sentirmi dire che ciò che vivo non sia soltanto una mia situazione”.  Durante la prima ondata, inoltre, le persone avevano bisogno di capire come gestire la distanza e la lontananza, penso ad esempio alle coppie che non potevano più vedersi perché rimaste bloccate in luoghi differenti. Oggi mi sembra che ci sia un livello di consapevolezza maggiore. Chi chiede aiuto lo fa con domande più specifiche.

Il disagio c’è, non è sbagliato, ma normalizzarlo e renderlo condiviso aiuta ad affrontarlo in una maniera meno affossante

Può condividere con noi qualche consiglio per affrontare al meglio questo momento?

È sempre difficile dare dei consigli generalizzati però quello che penso sia fondamentale è non rimanere nel proprio angolino. Anche quando si è soli, occorre cercare un confronto e farlo, da un lato, come dicevamo, scegliendo una testata giornalistica, un canale di informazione e consultarlo; e poi anche utilizzando i social. Il che non significa andare a trovare le proprie risposte lì, ma confrontarsi, relazionarsi, cercare ciò che ci interessa per sviluppare un senso di comunità. Il disagio c’è, non è sbagliato, ma normalizzarlo e renderlo condiviso aiuta ad affrontarlo in una maniera meno affossante e a riscoprire le proprie risorse. Infine, bisogna ricordare che, oltre al servizio sanitario nazionale, oggi ci sono moltissime associazioni che stanno attivando, o hanno attivato, degli spazi di ascolto anche online, ai quali rivolgersi per prendersi cura di sé.