«Benvenuti nella madre patria della disinformazione». Con questa frase Galina Timchenko accoglie i presenti al Festival del Giornalismo di Perugia. Per tutta la durata dell’incontro “Storytelling nell’era delle fake news” – incentrato sulle chance di fare giornalismo libero nella Russia di Vladimir Putin -, il tono della giornalista ha quel risvolto ironico di chi ha già accettato l’amara realtà. Di chi però, dopo l’aspro boccone, sta trovando un modo di ritagliarsi i propri spazi promuovendo e attuando gli ideali per cui combatte da anni e anni. Una persona che conosce il passato del suo Paese, e che per questo motivo sembra poter intravedere con poco ottimismo il futuro, o peggio, il presente.

La direttrice di Meduza è stata affiancata nell’incontro di Perugia da altre due giornaliste: Amie Ferris-Rotman, corrispondente da Mosca per il Washington Post, e Natalia Antelava, direttrice e co-fondatrice di Coda Story. È però proprio la Timchenko a delineare con efficacia le criticità del lavoro giornalistico in Russia, costretto a fare i conti con l’onnipresente macchina propagandistica del Cremlino. Meduza è nata tre anni e mezzo fa e ha sede in Lettonia per poter agire liberamente: «I russi sono veri professionisti della disinformazione. Per 80 anni l’Unione Sovietica ha raccontato menzogne e, dopo una breve pausa, ora si è tornati alla medesima situazione. Si tratta di un meccanismo che induce le persone ad essere diffidenti, a non credere più a nulla, nemmeno alle fonti fidate». Sposando la tecnica del “double punch”, Meduza tratta allo stesso tempo temi enormi, come inchieste sull’amministrazione pubblica o sulla sanità, e produce contenuti più ironici, come giochi, quiz e video satirici, sempre legati alla politica. In questo modo la testata raggiunge ben 18 milioni di persone ogni mese, di cui la metà è under 25.

La Timchenko ha infine illustrato i cinque principi su cui si basa il sito web: non si può sempre essere seri, ma serve anche far ridere i propri lettori; bisogna spiegare le notizie, perché non basta leggere per capire; non ci sono argomenti di serie a o di serie b; si deve sperimentare costantemente; è necessario essere interattivi per combattere l’indifferenza e l’apatia dei cittadini assuefatti alla disinformazione. «La Russia è una terra di storie non raccontate, fatte di persone vere ed eroi veri – continua la giornalista. Purtroppo invece i colleghi locali e stranieri si concentrano sempre e solo su quell’occhio di Sauron, su cosa fa o dice Putin, contribuendo al circolo vizioso». In conclusione, non può mancare un riferimento diretto a quel che era la Russia prima della caduta del muro di Berlino: «Sento che mi stanno rubando degli anni di vita: per vent’anni siamo ritornati a respirare, ma io mi ricordo come nascondevo i libri nell’Urss. Tutto è ancora riconducibile all’Unione Sovietica, tutto è ancora riconducibile a quella bestia che in passato non siamo stati in grado di uccidere».