Negli anni Ottanta, Fabiola Gianotti scelse la facoltà di Fisica all’Università degli Studi di Milano, dopo aver letto al liceo la biografia di Marie Curie.

Oggi, dopo una lunga carriera al Cern di Ginevra che l’ha portata a dirigere e coordinare 3mila scienziati impegnati nell’esperimento Atlas, è entrata nella storia di questa disciplina.

L’annuncio della scoperta del Bosone di Higgs, il 4 luglio 2012, a mezzo secolo dalla sua teorizzazione da parte del fisico britannico Peter Higgs, ha portato alla scienziata romana molti riconoscimenti a livello nazionale e internazionale.

L’ultimo è arrivato pochi giorni fa, quando Gianotti è stata nominata primo direttore donna del Cern.

Che significato assume per lei questo riconoscimento e perché pensa che l’abbiano scelta?

Sono molto onorata di essere stata inserita in questa lista molto prestigiosa e mi sento di condividere questo riconoscimento con tutti gli scienziati che hanno collaborato con me all’esperimento condotto con l’acceleratore Lhc e che hanno contribuito alla scoperta del Bosone di Higgs. Allo stesso tempo sono un po’ sorpresa, ma trovo positivo che sia stata scelta una rappresentante della ricerca fondamentale.

Perché la scoperta del Bosone di Higgs è così importante?

Il Bosone di Higgs conferisce la massa alle particelle elementari. Senza massa non potrebbero esistere gli atomi, la materia ordinaria, l’universo così come lo conosciamo e neppure noi esseri umani. Grazie al Large Hadron Collider (l’acceleratore Lhc), siamo riusciti a risalire a ritroso nel tempo fino a un centesimo di miliardesimo di secondo dopo il Big Bang, l’epoca in cui è entrato in azione il campo di Higgs. Prima di questo momento, le particelle elementari non avevano massa, erano pura energia, come i fotoni. Non sappiamo ancora perché il campo di Higgs sia entrato in azione, né possiamo risalire più indietro nel tempo, perché per riprodurre le energie corrispondenti servirebbero acceleratori ancora più potenti dell’Lhc, che ancora non siamo in grado di costruire.

Le donne in posizioni professionali al vertice come lei sono ancora poche in Italia. È favorevole a interventi legislativi come le quote rosa?

Non penso che sia una questione di quote rosa, ma di approntare le strutture sociali. Penso, per esempio, agli asili nido, che permetterebbero alle donne di poter dare il 100% sul lavoro. La situazione non va forzata nell’altro senso: assumere una donna solo per riempire una quota in un contesto in cui non ci sono donne di livello peggiorerebbe soltanto le cose.

In Italia si continua a tagliare sui fondi per la ricerca. Succedeva anche quando ha iniziato la carriera?

In Italia, la ricerca è sempre stata sottofinanziata rispetto alla media europea. Bisogna distinguere tra la ricerca fondamentale di base, che dà risultati in tempi medio-lunghi, e quella applicata, che ha un impatto visibile sulla società in tempi più brevi e quindi ha più possibilità di ottenere finanziamenti. Tuttavia la ricerca di base fornisce le idee, il carburante per la ricerca applicata, è la linfa che alimenta il progresso. Non finanziarla perché non ha sviluppi immediati è una visione a corto raggio che alla lunga rischia di danneggiare, anche in termini economici, un Paese che diventa obbligato a importare conoscenza dall’estero.

Da tempo si invoca una riforma del sistema universitario italiano. Quali cambiamenti apporterebbe?

Uno dei grandi problemi è la mancanza di meritocrazia, che poi è una causa del precariato, almeno nel mio campo. I giovani più brillanti sono costretti a cercare opportunità all’estero, che di per sé non è una cosa negativa. Il problema è che troppo spesso il flusso è a senso unico: molti dei giovani che partono non tornano più e le nostre università attraggono pochi studenti e scienziati dagli altri Paesi. Per farlo occorrono investimenti e infrastrutture di livello, altrimenti rischiamo di perdere anche quelle eccellenze che sono riconosciute all’estero ma che non valorizziamo adeguatamente. Se i migliori di oggi se ne vanno e non tornano, non potranno formare le nuove generazioni e alimentare la migliore tradizione dei nostri atenei.

N.B.: questa intervista è stata pubblicata originariamente il 2 febbraio 2014