Se nell’antichità classica l’imitatio era lo strumento che, più nell’immediato, legava idealmente l’autore di un’opera al suo modello e gli consentiva di trarne ispirazione per creare un prodotto di pari (e, talvolta, anche ben più elevato) valore letterario, oggi a essere imitate, spesso, sono le serie tv e, sempre più di frequente, non nei loro aspetti o risvolti migliori.

Quello delle “emulazioni pericolose” è un fenomeno che non nasce con l’avvento di Netflix ma che, con l’affermarsi della piattaforma, è diventato sicuramente molto più radicato e virale. Le pagine della cronaca nazionale e internazionale si sono riempite, negli anni, di episodi che ci hanno portato a riflettere sul rischio di non riuscire a distinguere il limite tra finzione e realtà e sugli astrusi meccanismi che innescano il desiderio di replicare gesti e atteggiamenti che non dovrebbero in alcun modo valicare lo schermo di un televisore o di un computer. Le pagine della cronaca nazionale e internazionale si sono riempite di episodi che ci hanno portato a riflettere sul rischio di non riuscire a distinguere il limite tra finzione e realtà

Una pericolosa tendenza che, nelle sue manifestazioni, ha dimostrato di avere un’inquietante versatilità: dalla Birdbox challenge, portata alla ribalta dall’ultima produzione targata Netflix, una sfida che ha spinto decine e decine di persone a calarsi fin troppo nei panni del personaggio interpretato da Sandra Bullock e ad aggirarsi per le strade con una benda sugli occhi, alla replica delle efferate imprese del serial killer Dexter, passando per insoliti esperimenti in stile Walter White e, nel peggiore dei casi, tragici suicidi costruiti secondo il modello delle audiocassette del successo “Tredici”. Ma il fenomeno non ha abbracciato soltanto un’audience a stelle e strisce: anche in Italia, infatti, l’imitazione della fiction ha superato il limite e, soprattutto nel caso di Gomorra, ha dato adito a una diatriba che, nel corso delle tre stagioni, non ha mai accennato a spegnersi. Arrivando a coinvolgere persino le istituzioni che hanno tacciato il prodotto di aver spettacolarizzato il male.

L’aumento preoccupante delle stese (i colpi sparati all’impazzata dai giovani adepti dei clan che, attraverso veri e propri raid, cercano di conquistare potere nelle organizzazioni camorristiche e terrorizzare i rivali), le aggressioni legittimate da alcune delle scene della serie tratta dalla fortunata opera prima di Roberto Saviano (come quella registrata nel maggio del 2015 ai danni di un transessuale che, in uno dei quartieri della periferia nord di Napoli, è stato aggredito da un gruppo di malviventi che, nel percuoterlo, gli urlavano contro frasi ispirate alla vicenda del trans Nina e del suo rapporto sentimentale con il boss Salvatore Conte), violenti pestaggi: sono solo alcuni dei tasselli che i sostenitori della pars destruens del serial hanno adoperato per giustificarne le richieste di censura. Ma è giusto attribuire alla finzione la responsabilità dell’incancrenirsi di una spirale criminale (sicuramente alimentata da ben altre variabili) piuttosto che colpevolizzare il background o l’educazione di chi reputa normale riproporre nella vita reale una violenza che non passa attraverso le mediazioni e i filtri della dimensione televisiva?

Secondo la giornalista Amalia De Simone, rispetto a Gomorra la risposta a questa domanda sta in mezzo e la faccenda dell’emulazione è facilmente paragonabile a un cane che si morde la coda. I comportamenti e i linguaggi che infarciscono gli intrecci di Gomorra «sono sì rappresentazioni del reale ma, in determinati casi, vanno ben oltre. E spingono i ragazzi che si trovano nella zona grigia o, peggio, nella zona nera ad assorbire e a riprodurre modi di dire e di atteggiarsi che, prima che la serie li sdoganasse, non esistevano, non avevano alcun riscontro nella loro realtà quotidiana». «I comportamenti e i linguaggi di Gomorra sono sì rappresentazioni del reale ma, in determinati casi, vanno ben oltre. E spingono i ragazzi a riprodurre modi di dire e di atteggiarsi che, prima della serie, non esistevano» Un errore che si aggrava nel momento in cui l’andare oltre il racconto reale va di pari passo con la potenziale «creazione di un vero e proprio brand e di un set di linguaggi e di attitudini unicamente utili alla diffusione di un prodotto». In questo campo minato, forse, più che le famiglie, possono le scuole e le associazioni che sono in grado di intercettare le nuove generazioni perché,  «piuttosto che criminalizzare un prodotto culturale la soluzione migliore (o, perlomeno, una delle tante) sarebbe dotarli degli strumenti necessari a decifrare quel che vedono» e a sviluppare uno spirito critico che possa far loro da salvagente.

Dello stesso parere anche Luca Mastrantonio, giornalista e autore di un libro dedicato all’argomento, che ritiene che l’unico argine al rischio di un’imitazione fatale stia «nel libero arbitrio di ciascuno di noi» e che, soprattutto per i minori, la soluzione non sia assolutamente «la vigilanza, resa impossibile dalla Rete e dall’accessibilità dei contenuti garantita dall’on demand, ma un’educazione curata, adeguata, necessaria».

Al di là della cronaca, il discorso trova implicazioni importanti anche in un contesto strettamente medico.  Secondo lo psichiatra Michele Cucchi, quello che rende appetibile l’imitazione di gesti o parole fittizie si muove su due direttrici ben differenziate. Se da un lato, infatti, le serie tv mettono in scena la quotidianità, permettendo al pubblico di poter essere testimone diretto «di quel che succede nella vita dei protagonisti di una storia», dall’altro questa possibilità porta lo spettatore «a rispecchiarsi fin troppo da vicino nelle vite dei personaggi che si reputano più simili e, automaticamente, a farne proprie scelte e comportamenti, anche nelle loro declinazioni più estreme».

Esiste, dunque, una soluzione univoca al problema? Difficile dirlo. Qualsiasi libro, serie o film innesca, inevitabilmente, potenziali effetti di imitazione e ha un’automatica ricaduta sulle parole, i pensieri, i comportamenti del suo fruitore. La soluzione, probabilmente, non sta nel metterli all’Indice quanto, piuttosto, nel tentare di capire cos’abbia davvero spinto gli emulatori a reputarlo un’opzione ragionevole e, da lì, partire con una terapia d’urto. Perché, forse, il problema sta tutto e solo nella mancanza di mezzi per comprendere il messaggio o cambiare la propria mentalità e scegliere la direzione giusta da imboccare.