Siamo in una stanza piena di gas e qualcuno ha acceso una candela oppure, se si preferisce, ci troviamo a Sarajevo il 28 giugno del 1914. Giuseppe Berta è uno studioso abituato a pesare le parole, uno storico con una cattedra all’Università Bocconi, dove è arrivato nel 2002 dopo aver diretto l’Archivio Storico Fiat per sei anni. Durante tutta la sua carriera accademica si è occupato moltissimo di economia, essendo tra i fondatori dell’Associazione Storia e Studi sull’Impresa. Il suo non è catastrofismo ma la semplice consapevolezza che la crisi innescata dal Coronavirus segnerà uno spartiacque. Per il docente, che ha firmato una bella introduzione alla Teoria Generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, oggi ci vorrebbe un John Maynard Keynes, ma non la ricetta keynesiana. A Magzine ha spiegato perché questa potrebbe essere l’occasione per ripensare il nostro sistema economico.

Professore, qual è il profilo di questa crisi? Con quale avversario ci stiamo confrontando?

Io penso che questa crisi sia complessa, difficile da decifrare perché non abbiamo elementi di riscontro precedenti. I fatti ci dicono che dopo la grande crisi del 2008-2009, c’è stato un periodo intensissimo di ripresa in una parte del mondo., cioè negli Stati Uniti, in una parte di Europa che non è quella mediterranea, e poi in Cina, naturalmente. Abbiamo assistito a qualcosa di inedito, con i valori di borsa che hanno conosciuto una crescita progressiva fortissima per anni. Nello stesso tempo è cambiata la morfologia del sistema delle imprese. Se si guarda allo scenario imprenditoriale americano, prima della grande crisi e fino alle ultime settimane, si nota che c’è stata un’ascesa formidabile di nuovi soggetti che si sono piazzati al vertice della classifica. Il cosiddetto GAFA (Google, Apple, Facebook, Amazon) e poi Microsoft: nuove grandi imprese basate sulla tecnologia dell’informazione e della comunicazione. Dall’altra parte, poi,  c’è stata una crescita del valore immobiliare e di quello di borsa impressionante, trainata da questi soggetti.

Quanto, il fatto che ci siano questi nuovi soggetti, attori importanti, marca la differenza di questa crisi rispetto alle altre?

Tantissimo. Fino a non troppo tempo fa, sulle piazze dei mercati si trovavano imprese come la Generale Electric o le grandi aziende petrolifere. Adesso questo panorama è stato sostituito da un nuovo scenario caratterizzato delle grandi piattaforme tecnologiche, che hanno dimostrato, insieme ad altre imprese della stessa filiera, di essere in grado di catalizzare l’attenzione della borsa e degli investitori. Non solo. A ben guardare, in questi ultimi 20/25 anni il numero delle imprese quotate a Wall Street è rapidamente diminuito, anche di migliaia di unità. C’è stata una straordinaria concentrazione ricchezza e degli investimenti per cui la capitalizzazione di borsa è diventata il fulcro della valutazione d’impresa. Se prima le aziende si valutava sul fatturato, sugli impianti e sui dipendenti, oggi non è più così. Tutto questo ha cambiato i nostri tempi. La mia impressione è che il Covid-19 sia stato la scintilla che ha messo fine a un’epoca che era durata anche troppo a lungo.

La candela accesa nella stanza piena di gas.

Esatto, in parte è stato sicuramente così. È arrivato quando tutti preconizzavano che il ciclo di sviluppo precedente dovesse per forza arrivare al termine, ma non sapevano come o quando.

È per questo che le turbolenze dei mercati non sono rientrate dopo le promesse di immissione di liquidità fatte dagli stati? Perché doveva cambiare lo schema?

Perché non basta, semplice. Il mondo è di fronte a due scoperte scioccanti: una fase è finita e non sappiamo quale sarà la prossima. Siamo arrivati al punto in cui tante cose non si capiscono. Pensiamo alla caduta delle borse, è qualcosa che non ha risparmiato nessuno. Possiamo dire che è finito il meccanismo in cui l’espansione della finanza, grazie alle politiche di quantitative easing delle banche centrali, creava le condizioni perché le imprese potessero attingere alla leva del debito per poter comprare le loro stesse azioni.

Allora quali possono essere le risposte dei governi? Quali strumenti hanno?

È naturale che i mercati non reagiscano come ci attenderemmo. La loro reazione è tiepida. Perché si è di fronte alla presa di consapevolezza che non si può riattivare il meccanismo che è appena collassato. Bisogna inventarne un altro. E nessuno di noi sa quali saranno i parametri di sviluppo, i criteri su cui avviare un nuovo ciclo.

Si è di fronte alla presa di consapevolezza che non si può riattivare il meccanismo che è appena collassato

Quindi la ricetta economica europea non funziona? Ne serve una nuova?

Funziona poco. Limitatamente perché qui non si tratta solo di rimettere in circolazione moneta, che – per carità – è un passaggio. Ma non basta. Perché è necessaria una regia pubblica. La domanda, di fatto, è una forte domanda dello stato. Prendiamo il caso dell’Italia. Che lezione abbiamo potuto trarre da quello che sta succedendo? Che bisogna rafforzare le grandi strutture pubbliche: la sanità che avevamo indebolito, limitato, ridotto. Invece oggi si chiede allo stato di intervenire. La scuola, poi: si tratta di rimettere in moto grandi apparati pubblici.

E come si fa?

Siamo oltre i limiti e gli schemi del passato. C’è una richiesta forte allo Stato perché intervenga direttamente, e non solo a regolare. Gli si chiede di intervenire laddove il mercato non riesce ad arrivare. Oggi in America si pensa di riconvertire un pezzo d’industria a produrre dei prodotti per la sanità. È un rilancio del ruolo dello Stato e della sua presenza nell’economia.

Come nelle grandi crisi del passato, anche in questo ci sono tante analogie con le precedenti.

Con la Grande depressione è presto detto. Anche là c’era una forte domanda di intervento pubblico. Si chiedeva che lo Stato si facesse carico di forme e di strumenti in grado di rilanciare l’economia perché le forze private non ce la facevano. Con quella del 2008, poi, si condivide il ruolo forte delle banche centrali. Abbiamo perciò due elementi del passato. Il problema è la miscela. Possiamo individuare gli ingredienti, ma la ricetta non esiste ancora. E la bontà di questi non garantisce il successo del piatto finale, perché di mezzo c’è la capacità di chi si mette a cucinare. Sicuramente bisogna partire dalla leadership politica dello Stato mentre noi veniamo da anni in cui c’è stata una leadership opaca o strumentale, di cortissimo periodo. Quello che abbiamo classificato come populismo, che è il tentativo di rispondere emozionalmente alle pressioni e ai comportamenti dell’elettorato. Ma è necessario qualcosa di più, qualcuno che certamente raccolga questi timori e queste ansie, ma che le sappia proiettare in una dimensione nuova.

Che abbia il coraggio di battere nuove strade.

Esatto. Cosa fece Franklin D. Roosvelt nella Grande depressione? Esattamente questo. Ma lì bisogna attivare una cosa che oggi non vedo: la leadership politica. E non intendo la centralità narcisistica di alcune figure, quanto piuttosto la lungimiranza di immaginare una miscela politica in grado di portare la società e l’economia al di là dei limiti della crisi.

La lungimiranza di immaginare una miscela politica in grado di portare la società e l’economia al di là dei limiti della crisi

Ha senso, secondo lei, che in queste ore il mondo si riscopra keynesiano?

Sì, ma Keynes non ci dà gli strumenti per l’oggi. A mio avviso ci dà una lezione di metodo. Noi non possiamo leggere la Teoria Generale, che è un’opera del 1936, e sperare di trovarci le ricette di oggi. Il metodo sì: bisogna pensare in modo anticonvenzionale, bisogna pensare che il capitalismo è una formazione economica instabile, bisogna pensare che il mercato non sia autosufficiente. Una serie di postulati che sono alla base dell’opera di J.M. Keynes devono essere recuperati, ma non è la soluzione. Oggi di deficit spending ne facciamo più che mai, però, come detto, questo non basta. Lo facciamo adesso perché non possiamo fare altro, ma non è la strategia vincente.

Ma lei cosa risponderebbe a chi guarda a questa crisi come la fine di una certa teoria economica capitalistica?

Non è la fine del capitalismo, è un capitalismo che attende una più forte regolazione di quella che esisteva nel passato. È un capitalismo che mostra di aver bisogno di una capacità di regolazione che deve esercitare la mano pubblica. Regolazione che, se si guarda l’America, è già stata avviata ma in una maniera sbiadita.

Oggi tutti dicono che dalle grandi crisi nascono grandi possibilità di cambiamento. Il crollo del 2008 è stato davvero sfruttato come un’opportunità?

No, perché nel 2008 noi non abbiamo fatto la revisione del sistema economico che era necessaria.

Può essere questa la volta buona?

Questa volta sì, secondo me può succedere di più, occorre spostare massicciamente le risorse da un fronte all’altro dell’economia. E poi la domanda è: pensiamo di uscire da questa crisi con una nuova classifica delle nuove imprese americane al vertice? Secondo me è necessario un cambiamento, perché le grandi piattaforme tecnologiche hanno tanta ricchezza ma ne hanno distribuita ben poca, oppure hanno addirittura bloccato la possibile ridistribuzione.

È come se avessero attratto tutta la disponibilità finanziaria ed economica.

Esatto. Guardi la crescita della capitalizzazione degli ultimi due o tre anni: è qualcosa di impressionante. Tutto questo accumulo di ricchezza è stata un’operazione positiva? Io ritengo di no. Sono tutti soggetti dediti a pratiche monopolistiche, che distruggono la presenza di altri soggetti. Pensiamo ad Amazon. Poi Google e Facebook che fanno un uso smodato dei dati personali dei loro utenti. E quest’ultimi non ne sono al corrente. Lo Stato deve regolarizzare gli attori per consentire la ridistribuzione. Ma non si possono fare nel quadro attuale. Se vogliamo ricostruire una forte sanità pubblica o un’istruzione scolastica più adatta bisogna partire di qui e investire. In Italia, in particolare, non asi è investito a sufficienza.